Una delle tue più grandi vittorie. Ci mancherà il tuo tennis, pazzo, sregolato, sempre al limite. Ciao mano de piedra.
Suoni Alieni
giovedì 22 marzo 2012
Ciao Fernando.
Una delle tue più grandi vittorie. Ci mancherà il tuo tennis, pazzo, sregolato, sempre al limite. Ciao mano de piedra.
sabato 17 marzo 2012
Chairlift: "Something" (Kanine Records, 2012)
Finiranno mai, gli anni Ottanta? Sembra davvero di no. Certo, col revival Nineties alle porte sbilencaggini post-punk e giri di basso alla Joy Division cominciano a odorare un po' di stantio, e la no-wave newyorkese non appare più il non plus ultra della figaggine indie. Ma proprio ora che tutti sembrano pronti a imbracciare chitarre grunge e tastieroni eurodance, qualcuno bussa alla porta con un cestone di lp e fa "Ehi, vi siete dimenticati di questi".
Kate Bush, Eurythmics, Talk Talk, Tears for Fears, Naked Eyes: è il synth-pop più arty e solare a fornire l'ispirazione a questi importunatori del naturale ciclo ventennale della retromania. Quel pugno di band metà anni Ottanta che aveva visto nel campionatore Fairlight lo strumento di redenzione da darkumi e sgangheratezze, l'occasione per riconciliare la propria generazione col sound sgargiante e raffinato dell'era sunshine-pop.
Dunque presentiamoli, questi guastafeste. Sono Caroline Polachek e Patrick Wimberly, in arte Chairlift. Newyorkesi come altri "ripescatori" dello stesso tipo di caleidoscopica vitalità (Vampire Weekend, MGMT), arrivano a “Something” dopo un primo disco più scuro e sonnolento, sicuramente con un impatto differente. La tenera bellezza di “Does You Inspire You” metteva a nudo un approccio scanzonato ma non solare, una composizione brillante ma non straripante. Le canzoni di “Something”, nonostante la fantasia rimanga intatta, esplodono prorompenti, si ergono a perfette pop-song dal ritornello killer, sanno ammaliare in maniera diretta.
Oltre all'enorme talento melodico e di varietà sonora - si alternano magistralmente toni differenti e registri strumentali opposti -, la voce candida di Caroline Polachek rappresenta la fonte del magnetismo della musica dei Chairlift. Versatile e intimamente folk, passa dall’usignolo (l'estatica “Turning”) alla femme fatale (la malia irresistibile delle varie “Take It Out On Me”, “Ghost Tonight” e “I Belong In Your Arms”), dai gorgheggi ai sussurri nell’arco di un solo brano. Ma il vero punto di forza pare essere un altro: una timidezza mai del tutto nascosta, un velo di imbarazzo o immaturità che leva ogni ostentatezza e mette a nudo – in perfetta sintonia con lo spirito indie – una creatura fragile e incerta. Una fata esile e luminosa, che sta in una mano e chiede col suo canto protezione.
I cali di tensione in qualche circostanza smorzano il tono passionale dell'album (la melensa “Cool As Fire”, il folk-pop incerto e fuori contesto di “Frigid Spring”), senza tuttavia inficiare la qualità complessiva che rimane alta e vibrante. Fin dall'essenzialità delle ultime note di “Guilty As Chargee” - tripudio tambureggiante di finissmo pregio - si scorge l'immenso, sregolato e palpitante potenziale di questo duo. Con un pizzico di discrezione in più e qualche autorefenzialità in meno, il disco dell'esplosione a livello di critica e pubblico possono permetterselo senza dubbio.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana e Marco Sgrignoli
lunedì 12 marzo 2012
Sparkle In Grey - Sbuffi strumentali all'italiana
Dopo l'uscita del loro secondo album "Mexico", gli Sparkle In Grey si concedono per un'intervista a tutto campo per spiegarci cosa significa far convivere tante anime in una band, barcamenarsi all'interno del mercato musicale italiano, oltre al senso dell'improvvisazione nella musica strumentale.
Ciao ragazzi, grazie per aver scelto Ondarock come sede per una vostra intervista. Innanzitutto complimenti per "Mexico", la vostra carriera sembra avere sempre meno punti di riferimento e questa la ritengo una cosa positiva. Vista la vostra peculiare fusione fra elettronica e struttura canonica post-rock, la prima cosa che vi voglio chiedere è: com'è nato il disco? come fate a far convivere due anime e due processi di produzione?
Alberto Carozzi: Grazie per i complimenti… siam contenti di quel che stiamo facendo, trovarsi in sintonia in un'esperienza musicale non è per niente scontato. A noi è capitata questa fortuna e ne abbiamo consapevolezza, ce ne prendiamo cura e ci piace anche sfidarla, la consapevolezza, provando ogni volta combinazioni per noi inedite: alla fine i conti tornano, le idee si moltiplicano e fatichiamo a stargli dietro.
Matteo Uggeri: Da tempo non ci poniamo più il problema di come far convivere elettronica e strumenti "veri". Il nostro metodo compositivo, se così lo si può chiamare, consiste nell’andare in sala prove ogni giovedì sera e lì improvvisare assieme su basi elettroniche che di norma io ho preparato in parte in precedenza. Ma ultimamente facciamo anche senza elettronica, e ce la mettiamo dopo. La "struttura canonica post-rock" tendenzialmente cerchiamo di evitarla, ossia i classici crescendo ritmici e malinconici tipici di gruppi come Godspeed You Black Emperor! (che peraltro comunque ci piacciono, ma hanno troppi imitatori), e il fatto di avere le ritmiche sintetiche a tenerci ancorati a terra a volte aiuta. Comunque non potevi farci un complimento migliore dicendo che non sembra che abbiamo punti di riferimento… in realtà ne abbiamo molti, ma si mischiano e non si riescono più forse a individuare!
La sensazione che ho avuto io è che spesso i pezzi abbiano una sovrabbondanza di elementi, in alcuni casi lo sviluppo mi piace ma sento quel di più che mi disorienta. Amando molto la musica elettronica il mio è un approccio minimale, tuttavia capisco che una band non possa assecondare lo spirito di un solo componente. Come vi comportate voi sotto questo aspetto? Ci sono discussioni o tutto è limpido e lineare?
AC: Dalle prime cose che abbiam fatto ad oggi siamo stati accostati a moltissimi artisti anche distanti fra loro.. probabilmente la morale è che la percezione di prevalenza di uno stile o di un altro dipenda solo dal vissuto dell'ascoltatore.
MU: Di sicuro secondo me uno dei nostri grandi punti di forza è che a tutti noi piacciono tante musiche e molto diverse… quindi dire che un brano piace a tutti e decidere di registrarlo e metterlo su disco significa che quel brano piace a tutti e quattro, il che è un miracolo visto che c’è chi ama i Nine Inch Nails e chi Eric Satie… o magari entrambi.
Discutiamo abbastanza, ma finora senza mai esserci uccisi. Aiuta molto cenare assieme prima delle prove. Sul serio.
A supporto delle vostre risposte mi viene in mente “These Nightmares Are Ending”, uno dei miei pezzi preferiti, pubblicato nello split “Whale Heart, Whale Heart”. In quei nove minuti c'è la perfetta sintesi della vostra musica. Collegandomi a questo episodio, vorrei chiedervi come vi approcciate a uno strumento sottovalutato come il violino. Nelle vostre canzoni è spesso presente e da un valore aggiunto al tutto. Ditemi la vostra.
Franz Krostopovic: Il violino, a mio modo di vedere, più che sottovalutato, è uno strumento rischiosissimo nella musica non riconducibile a quella cosiddetta “colta”: il rischio è di tendere al virtuosismo o al manierismo. O sei country o svisi come un pazzo. Quello che cerco di fare con fatica, anche grazie ai preziosissimi consigli dei miei sodali, è tendere a un timbro e a delle soluzioni che vadano nella direzione dell’essenzialità e della particolarità più che della velocità e dell’esibizionismo che questo strumento porta tatuati nel legno.
AC: Nemmeno io ho mai pensato al violino come uno strumento sottovalutato, anzi mi sembra sia uno strumento che si ritaglia ruoli di primo piano da diversi secoli; è lo strumento che più si avvicina alla voce umana, quindi da un lato estremamente eclettico e versatile, dall'altro in grado di stabilire un legame privilegiato all'ascolto… e in questo senso son d'accordo che si debba stare attenti al rischio di una sovraesposizione del suo timbro. Ma una cosa bella e interessante che stiamo sviluppando è creare dei brani intorno a una proposta del violino: "Phennel Song" è nata così, e pure alcune cose nuove nuove che ci “costringono” a cambiare l'approccio a un brano.
MU: “Più disteso, meno note!”: questo è il modo in cui fino a un po’ di tempo fa rompevo le palle a Franz. Da un po’ di tempo invece tutto quello che fa mi piace da morire. Mi ha pure presentato ai suoi. Se non fossi già sposato…
Non intendevo assolutamente definire il violino uno strumento sottovalutato in assoluto, bensì solo in certi contesti strumentali negli ultimi 10-15 anni. Come dite voi è un passo difficile per un gruppo che fa musica strumentale, il rischio di risultare troppo virtuosi è palpabile. A tal proposito mi vengono in mente i Kreidler, band che io adoro e che ho cercato di spingere sempre in questi anni. Li avete mai ascoltati? Ritengo che la perfezione formale ed emotiva dei loro pezzi sia assimilabile al vostro stile. A supporto della domanda ditemi se durante le fasi di scrittura avete degli artisti/dischi a cui fate riferimento o che sono per voi fonte di ispirazione.
MU: I Kreidler li ho scoperti quest'anno perché Bureau B mi ha mandato da recensire il loro “Tank” per Sands-Zine (la piccola webzine per cui sia io che Al ogni tanto scriviamo). Mi ha colpito molto e ho apprezzato da morire alcuni brani, oltre ad essere da sempre fan di ToRococoRot e Tarwater. Hai ragione: il loro minimalismo e lo scarsissimo uso della chitarra sono esemplari, un po' il disco che stiamo preparando va in quella direzione. Però gli artisti a cui si potrebbe dire che facciamo riferimento in fase creativa (scrittura è una parola grossa! improvvisiamo sempre per creare) sono tantissimi. Di volta in volta alle cene del giovedì sera, prima delle prove, uno di noi arriva con nuove suggestioni che vanno da Ali Farka Toure ai Cindy Talk, passando per i Seeds (quelli di Saxon) o Marracash, senza escludere Caparezza o la Penguin Café Orchestra e i Cop Shoot Cop. Se solo nella nostra musica poi finisce una briciola – consapevole o meno – di ciascuno di loro noi siamo felici. Ma chi lo sa? Certo è che ascoltiamo un sacco di roba diversa.
AC: A me succede regolarmente di avere in testa un modo di suonare di qualcuno, un certo suono, uno stile, e cercare di portarlo più o meno coscientemente in quello che faccio, oggi questo, domani quello; per esempio mi lasciano di merda lo stile compositivo dei The Necks, gli attacchi dei brani di Tiken Jah Fakoly, lo spirito punk di Pascal Comelade, l'odore di kebab degli Zebda...
FK: Tipicamente mi innamoro di alcuni gruppi, compositori o semplicemente modi di suonare rispetto a quello che ascolto in quel preciso momento. Ogni volta che vedo un concerto dal vivo, per esempio, mi dico quanto sarebbe bello suonare così e creare quelle atmosfere. È un atteggiamento ingenuo e romantico, ma, salvo ovvie eccezioni, mi innamoro di tutto quello che sento.
Sempre relativamente allo split, com'è nata la collaborazione con Matt Shaw (Tex La Homa)? Vi chiedo questo perché la vostra musica è essenzialmente molto diversa dalla sua, infatti l'annuncio della pubblicazione dello split mi sorprese molto al tempo.
AC: La collaborazione con Tex La Homa è nata da un invito gentilmente accettato. L'abbiam fatto con leggerezza, nel senso buono del termine, anche se in effetti molti ce ne chiedon conto... chi sa se anche a lui. Di fatto poi si è trattato di una collaborazione molto a distanza, dividendoci in parti uguali i due lati di un vinile, uno split appunto. Quindi artisticamente non c'è stato mescolamento: magari valeva la pena.
MU: Io ne avevo ascoltato alcuni brani da compilation e poi abbiamo scambiato dei dischi. E' una persona squisita e la cosa strana è stata che suo figlio è nato nei giorni in cui abbiamo fatto il disco... che lui ha interpretato in chiave di amore paterno. Cosa che ci stava benissimo.
Altra curiosità, perché nei vostri pezzi spesso ci sono campionamenti di voci bambinesche? C'è un motivo particolare o semplicemente vi piace quel tipo di suono?
FK: Ecco, le voci bambinesche e gli scrosci d’acqua sono i marchi di fabbrica di Matteo Uggeri. Lo prendo in giro da un decennio per questo, quindi l’occasione mi è ghiotta per continuare a farlo.
AC: Nel prossimo disco ci saranno campionamenti di bambini annegati.
MU: Abbiamo pure perso la possibilità di esser pubblicati su Boring Machines a causa di questo: pare che a Onga scoppiasse la bile per quelle vocine. A mia discolpa posso solo dire che i bambini registrati sono tutti figli di cari amici (Sofia, che canta in “Teacher Song” è la figlia della mia capa al lavoro, e Ileana e Lukas - “L'innocence du Sommeil” - son figli di un mio amico greco/tedesco), quindi c’è comunque un legame affettivo con loro, non sono voci a caso. "Teacher Song" è nata proprio per un concerto ormai mitico che abbiamo fatto nel 2007 in un asilo dove c’erano proprio i figli della mia capa…
Credo che i campionamenti nella musica strumentale siano un’arma a doppio taglio, abusandone si va incontro a una poltiglia indefinibile. Come vi approcciate a queste pratiche? Quali sono per voi le potenzialità di un suono registrato? Come fate a far colloquiare questi elementi esterni con il resto?
MU: Mah... io vengo da un contesto musicale in cui il campionamento è parte integrante della musica. Rimasi colpito nei '90 da un'intervista agli Outoff Body Experience (chi se li ricorda mi mandi una mail e gli regalo un nostro disco!) in cui dicevano “c'è chi suona la chitarra, chi la batteria, chi le tastiere o il campionatore... noi suoniamo i dischi degli altri”. La musica che faccio è intrisa di campionamenti, potrei ricevere più denunce dei MARRS, ma la cosa più bella è che non li riconosce nessuno. Sia in “A Quiet Place” che in “Mexico” ci sono anche delle citazioni di film o altri artisti che finora nessuno ha individuato...
Però ci sono anche casi in cui non ci stanno per niente, vedi “Nefelodhis”... e recentemente Alberto mi ha fatto notare che nel disco acustico che stiamo preparando quelli che avevo scelto erano troppo didascalici. Aveva ragione.
Insomma, non so come facciamo a farlo colloquiare con il resto, dipende molto. A volte li metto prima e fanno da ispirazione (o disturbo) per gli altri, altre li aggiungo dopo per vedere se ci stanno. Certo è che ci penso a lungo su cosa mettere e dove e gli altri spesso mi maledicono per le strane voci che li mandano fuori tempo mentre suonano.
AC: "Sunrising", dopo averla registrata ci lasciava un po' perplessi, era incompleta, non ne venivamo a capo, poi Matteo ci ha messo sopra la voce di Salvatore Borsellino, ed ha fatto un balzo orbitale che ancora mi manda insieme lo stomaco. Trovo molto affascinante qualsiasi forma di riciclo, e credo sia stata una delle cose che mi aveva fatto venir voglia di provare a suonare con Matteo. Rimettere in ciclo, magari in una dimensione completamente improbabile.. bisognerebbe farlo anche con le persone, così per mescolare un po' le carte..
Sia questa che le altre risposte, mi fanno capire che il vostro modo di mettere insieme un album è essenzialmente basato sull’improvvisazione. Ritrovarsi in una stanza una volta alla settimana e suonare liberamente, inserire campionamenti in base all’ispirazione del momento, non lasciarsi imbrigliare da schemi fissi. Secondo il vostro modo di lavorare e sentire, dove sta il limite fra improvvisazione e scrittura? O detto in altri termini, nella musica strumentale esiste una scrittura vera e propria? O ci si lascia andare a sensazioni volatili del momento? Se l’improvvisazione per voi è tutto, è corretto dire che un album potrebbe essere completamente diverso a seconda del vostro umore, di quello che avete ascoltato il giorno prima, o influenzato da altri fattori esterni?
MU: È da un po’ che rifletto su questa domanda… non è facile rispondere e descrivere come nascono i nostri brani. Di sicuro posso dire che no, l’improvvisazione per noi non è tutto, di solito è il momento creativo iniziale, ossia proprio quello che accade al Silos, il luogo dove proviamo ogni giovedì sera. Forse è più facile descrivere proprio per passaggi: magari io a casa, in un momento di rara creatività domestica, mi metto davanti al laptop a spippolare per creare una nuova base ritmica, spesso campionando dischi altrui per poi modificarne radicalmente i samples e mischiarli con altri. Dopo, quando ci si trova al Silos, se mi sento abbastanza coraggioso e soprattutto se abbiamo tempo da dedicare a pezzi nuovi (spesso dobbiamo preparare i live) la faccio partire e vedo cosa fanno gli altri. Ultimamente è Cristiano che, con il basso, ci trova un giro che magari ci sta bene… poi si sovrappongono gli altri, Alberto con la chitarra, Franz con il violino. Di solito queste sessioni durano almeno una decina di minuti, finché non ci stanchiamo e ci guardiamo in faccia chiedendoci a vicenda come ci sembrava. E poi lì comincia il difficile, ossia una fase di affinazione del brano che può durare anche mesi o anni… ma non tanto perché siamo super perfezionisti, è che abbiamo poco tempo per lavorarci e non sempre l’ispirazione arriva. Magari dopo decine di tentativi ci accorgiamo che la mia base è troppo incasinata e la buttiamo, oppure decidiamo che al posto del violino ci sta la tastiera, o che magari possiamo metterci due bassi o chiamare il nostro amico batterista (Simone Riva, il proprietario del Silos, suonava con Alex Baroni!).
Di solito Cristiano registra con un semplice lettore mp3 le nostre impro o le prove su come forgiare un pezzo, poi sua moglie ce lo manda via internet e a casa ognuno se lo riascolta, magari si fa venire delle idee… Alla faccia dell’improvvisazione dirai! Quando un brano è decente magari lo proponiamo dal vivo, ed è lì che ci rendiamo conto se funziona davvero o no (spesso no), e allora lo ri-modifichiamo. A volte non è del tutto definitivo nemmeno quando lo registriamo, tanto è vero che poi aggiungiamo parti o anche togliamo dopo, in fase di mixaggio.
Poi ci sono altre modalità, ad esempio “Nefelodhis” e “Whale Heart” sono nati in modi del tutto diversi… il disco acustico su cui sta lavorando Alberto è ancora differente.
AC: Cerco di raccogliere soprattutto la parte iniziale e quella finale della tua domanda. L'improvvisazione per noi è innanzitutto una pratica di riscaldamento, per cominciare a far girare un po' i suoni nell'aria. Improvvisare per improvvisare non so se sia una cosa che mi interessa perseguire, sebbene resti un'esperienza a volte spaventosa per quanto riesce a rivelarti della sintonia fra te e chi sta condividendo quel momento. Sull'improvvisazione sto lavorando molto invece in tutt'altro contesto, in cui l'obiettivo principale è proprio la relazione, e l'estetica è un valore aggiunto, a volte cercato a volte no. Alcuni dei nostri brani hanno all'interno uno spazio elastico in cui ci si può lasciar andare, uno spazio circoscritto, quindi delimitato, non del tutto imprevedibile, ma comunque soggetto alla spontaneità del momento. E per concludere, anche se la maggior parte delle cose che registriamo sono più o meno fissate, mi piace pensare, per noi e anche per tutti i dischi che amo, che contengano l'odore di quel che si è mangiato quel giorno lì.
Considerando il contesto in cui siete nati artisticamente, e il fatto che siete italiani, voi vi sentite parte di una scena? C’è un rapporto con altri artisti a voi simili o facenti parte di un “giro”? Credete che costituire una sorta di unione fra vari artisti possa contribuire a far divulgare musiche meno note al grande pubblico?
MU: Personalmente devo tantissimo a tre contesti musicali italiani: Oltre il Suono, ossia il forum (ormai chiuso) “ambient” fondato da Giuseppe Verticchio alla fine dei '90, la breve esperienza di iXem e del festival Superfici Sonore a Firenze (2003) e poi il Tagofest a Marina di Massa, cui ho partecipato dal 2007 all'anno scorso (e mi vien da piangere a pensare che non ci sarà più). Poi non so se si può parlare di scena, però di amici e collaboratori sicuramente sì (parlo di Harshccore, OvO, St.ride, Afe, My Dear Killer, Onga, Luminance Ratio, Bob Corn, Palustre, Malagnino, Comaneci...).
Alla fine comunque siamo praticamente rifiutati in blocco dai contesti cosidetti "indie" e quindi ci troviamo molto più a nostro agio in quelli sperimentali, anche se la nostra tendenza sarebbe quella di frequentare anche altri salotti. Ma non ci fanno entrare.
AC: Sto imparando che la condivisione è quella cosa che dà senso e valore a ogni esperienza e ogni esistenza, te ne accorgi quando ti viene a mancare, e non è semplice da trovare, richiede accoglienza, ascolto e tante altre cose che forse nemmeno c'entrano con la domanda che hai fatto.. Per pubblicare Mexico abbiam coinvolto quattro etichette (Afe, Musica di un Certo Livello, Lizard, Old Bycicle) oltre alla nostra Grey Sparkle, ciascuna delle quali ha contribuito per quel poteva/voleva a finanziare la pubblicazione del disco. Finora mi pare stia funzionando molto bene, chi più chi meno ci stanno dando una mano a promuoverlo, a trovare qualche misero spazio per suonare dal vivo, spero che ognuno rientri nei costi, sarebbe un buon motivo per ripetere l'esperienza..
Far parte di una scena non so cosa significhi esattamente forse perché la scena è più qualcosa che si vede dal di fuori, guardando le cose da una certa distanza, e si ha una percezione più chiara di un insieme. Se guardo il mio atteggiamento posso dire che oggi non inseguo i miei “simili”, anzi mi vien più da guardar fuori, verso altri contesti, altre forme espressive, altri tipi di stimoli. Mi ha fatto bene per esempio pochi giorni fa ascoltare alla radio un reportage dal Messico, da una di quelle case di accoglienza che forniscono supporto fisico, logistico e morale a persone che attraverso il Messico cercano di entrare negli U.S.A. Finiva con “migrare è un diritto”.
FK: Come dice il nostro amico Luca Sigurtà, “la scena fa schifo, e la colpa è tua”. Parafrasando i Bluvertigo, invece, siamo tutti più egoisti di quello che pensiamo e, più che una scena esistono dei percorsi comuni, e la sensazione di essere tutti in una situazione fra il ridicolo e l’epico. Che è poi il senso della musica, penso.
Ho frequentato per molti anni il TagoMago, compiango anche io alcune tappe dolorose di quel locale. Purtroppo la ghettizzazione di certi circoli artistici porta all’esclusione aprioristica in base a criteri davvero demenziali. Quanto può far bene alla musica un atteggiamento così contraddittorio? Si cerca tanto la libertà di pensiero in ambito artistico e il risultato di certi comportamenti è l’esatto opposto: uccidere la condivisione, l’ascolto, l’accoglienza. Perché secondo voi succedono certe cose? Manie di protagonismo? Paura di essere a propria volta esclusi?
MU: So che il Tagofest è stato criticato da più parti, ma in me non troverai un detrattore! Sì aveva i suoi difetti, era anch’esso forse per amici di amici, ed in alcune edizioni non ho apprezzato molto le scelte musicali, ma era lo stesso una figata, almeno per me e tanti altri. Alla fine organizzare una cosa del genere è una fatica immensa, e per me è naturale che chi la organizza poi ci faccia suonare chi gli pare e come gli pare. Ma non sono sicuro che tu ti riferissi a questo: se parli dell’ostracismo verso il Tagomago da parte del Comune di Massa Carrara, delle famose retate, delle visite SIAE etc… be’, in quello puoi immaginare cosa penso di tutti questi bastardi che hanno messo i bastoni tra le ruote al locale.
Per quanto riguarda la questione della pubblicazione di “Mexico”, che cosa significa coinvolgere ben quattro etichette? Mi sono sempre chiesto perché la musica di nicchia (indipendente, alternativa, a vostra scelta) italiana si sia sempre frazionata in maniera così esagerata.. Per voi esiste una ricetta miracolosa per facilitare gli artisti?
MU: Non conosco ricette miracolose, manco per far drizzare l’uccello, figurati per i dischi! Coinvolgere tante etichette è soprattutto per mancanza di soldi e di tempo: nessuno ne ha, quindi è meglio chiedere poco a tanti (per “Mexico” dai 100 a 200 euro a label). Poi la cosa più bella, almeno per noi, è che sono tutte etichette di ambito diverso: elettronica, progressive, sperimentale, dark… il che aiuta molto a diffondere la nostra musica presso ascoltatori diversi. Poi è bello lavorare assieme, mi piace molto.
FK: Citando Matteo, ma non Uggeri:"Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano". Ecco, probabilmente preferiamo le porte piccole ma che nascondono valore, che prendere una porta grossa inevitabilmente in faccia.
AC: Oggi si può indossare contemporaneamente la maschera di musicista, di produttore, di promoter, di ufficio stampa, di videomaker... Dietro le etichette che ci pubblicano ci son singole persone cui è piaciuto il nostro disco, non delle case discografiche. Se fossimo nel 1991 sarebbe già miracoloso riuscire a pubblicarlo un disco, vale per Mexico come per il 99% delle cose che escono oggi, quindi anche se è un ragionamento troppo semplicistico, penso sia da apprezzare quest'epoca musicale in cui se hai un'idea, puoi realizzarla.
Come ultima domanda mi lascio andare a un classico. Progetti futuri? Nuove pubblicazioni? Un tour in previsione?
MU: Tour mai, non ci riusciamo mai a fare qualche data di fila. Dischi invece ne stiamo preparando tre: “Thursday Evening”, che proponiamo spesso dal vivo già e che abbiamo semi-registrato all’Arci Blob con Mario Bossi, “Welcome, Brahim Izdag” (è un titolo provvisorio), nel quale ci dedichiamo in parte a samba e canzoni popolari ucraine e un disco acustico, una sorta di calendario in suoni. Chissà quando li finiremo e quando li pubblicheremo. Per ora non molliamo.
domenica 26 febbraio 2012
Mint: "The Metronomical Boy" (Boltfish Recodings, 2011)
Nella selva delle piccole distribuzioni, negli ultimi anni il sottobosco specializzato nella IDM ha scovato prodotti di rilievo poco pubblicizzati. MINT è forse la punta dell'iceberg per qualità, tuttavia in questo ambito andrebbe fatto un po' di ordine. Non si tratta di riproposizioni scialbe dell'era d'oro del genere (i vari capisaldi Warp, per intenderci), ma bensì di candide riletture dal sapore stuzzicante. Non proposte settoriali adatte solo ai completisti ed appassionati ma qualcosa di limpido e originale autentico. Oltre alla Boltfish Recordings è bene ricordare le etichette n5MD e u-cover.
Murray Fisher è un ometto londinese cresciuto a pane e sintetizzatore. Comproprietario da qualche anno della Boltfish Recordings e titolare unico del moniker Mint, Fisher lavora di input digitali e olio di gomito su uno spettro musicale dinamico e giocoso, formula che tre anni fa diede vita al delizioso “Cardboard Rocketships”.
Ora è la volta di “The Metronomical Boy”, seguito più vivace e multiforme, ispirato al curioso episodio, incrocio tra aneddotica e leggenda, dell’archeologo norvegese Tor William Gudmundsen, che nel 1932 rinvenne in un sarcofago egizio una sorta di pupazzetto meccanico in grado di sorridere ed inchinarsi: l’esploratore decide di portarlo con sé e di donargli una seconda vita nelle mani della piccola figlia che lo elegge a suo svago preferito.
Non sorprende quindi che “The Metronomical Boy” si muova delicato e sinuoso tra beat che rimbalzano in ogni direzione, melodie appiccicaticce e nuvole ambientali policromatiche.
Fisher compone il suo terzo album in studio miscelando toni distesi e atmosfere serrate con un pennello disincantato, mostrando il lato sognante di questa musica senza abbandonare la natura ritmica. Distese tastieristiche dal sapore cosmico condiscono reticoli timbrici di finissimo pregio (l'iniziale “Queasy”, la fredda malinconia in “Cartouche”), mentre gli episodi dalla grana più minuta eccellono per pathos emotivo (la magia fiabesca di “Ina's Special Day”, i rintocchi ancestrali di “Darker Than A Beginning” e “Air Chamber”). Influenzato tanto dall'immaginario storico già citato, quanto dalle colonne sonore dei videogiochi a 8 bit (chi ricorda Mega Man?), il prosieguo del disco schizza fra un mix di distrazioni ludiche (“Interluded”, “Free Association”), algide staffilate proto-techno (“Letting Go Quietly”, la cruda e sofferta “Daub”) e perfino un scappatella nella folktronica con gli inserti di banjo in “Learning To Walk”. “Cypher” (forse una citazione dell'omonimo film di Vincenzo Natali?) si libra fra brividi in bilico fra realtà e sogno, consegnando all'ascoltatore una traccia pulsante, mistura vivida, vitale e incandescente.
Dimostrazione di come certi settori dell'elettronica possano ancora dare tanto alla musica, MINT riesce nell'intento di non risultare calligrafico ma bensì autentico. Nelle sue composizioni trasuda passione e ispirazione, tanto che ascoltando l'album non si sente traccia di stanchezza o maniera, ma un profondo rispetto per i numi tutelari e un conseguente sguardo che va in avanti, molto in avanti. Quando il tocco carezzevole e i ritmi gentili possono far più dell'esasperazione.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana e Roberto Rizzo
mercoledì 15 febbraio 2012
sabato 4 febbraio 2012
Leila: "U&I" (Warp, 2012)
Abituata alle lunghe pause creative, immersa in un microcosmo sonoro dalla peculiarità inconfondibile, Leila Arab si rifà viva dopo quattro anni dall'ultimo - viaggio sonoro mistico e incantato - "Blood, Looms & Blooms". Abbandonato il suo collaboratore storico Luca Santucci nella sede vocale, Leila sceglie per le sue nuove tredici tracce il lanciato Mount Sims, ricordato recentemente per la pregevole collaborazione con The Knife e Planningtorock intitolata "Tomorrow, In A Year".
Dopo otto anni di pausa da "Courtesy Of Choice", con "Blood, Looms & Blooms" la musica di Leila cambiò in modo abbastanza drastico. Abbandonate le cadute downtempo che l'avevano resa celebre con i suoi primi due album, l'atmosfera si faceva più cupa, meno flemmatica ma palpeggiante, quasi a voler mettere una distanza importante fra sé e la fastidiosa etichetta da diva trip-hop sfortunata che le era stata affibbiata. "U&I" continua con questa scelta approfondendo quella miscela variopinta di elettronica warpiana e toni electro-pop magici, mischiando un gusto per il ritmo incantevole e un talento melodico cristallino. Non c'è un vero tratto distintivo nell'opera di Leila Arab, difficile marchiarla con generi o stili, l'unica sensazione percettibile è la potenza creativa delle sue canzoni. Fantasia ed estro controllati da un perfetto piano compositivo confluiscono in un risultato compatto e sfavillante, candito da un lampo di follia, mai banale o scontato, sempre in procinto di sorprendere. Sia di fronte a un assalto electro-pop (l'incontenibile "Activate I") che al cospetto di un acquerello sognante (la commovente chiosa finale "Forasmuch"), con Leila non c'è mai niente nulla di certo.
Ed è proprio il richiamo electro a caratterizzare le cinque tracce divise con Matthew Sims, aka Mt.Sims, tra scomposte pulsazioni analogiche in scia Add N to (X) ("Welcome To Your Life"), piroette al synth a ricoprire loop vocali degni del DM Stith più esagitato ("Disappointed Cloud Anyway"), fughe astrali irte di mistero e travaglio ("U&I") a rimarcare reconditi dualismi interiori. "U&I" è un album alienato e al contempo terribilmente evasivo. Leila allestisce questo suo personalissimo cerimoniale elettrico senza fornire alcun punto di riferimento, fregandosene delle regole e dei galatei. Regna incontrastata una remota esagitazione sonora, rimarcata a più riprese da folli costrutti elettronici. Così, l'irrequietezza melodica di "Boudica", anch'essa prossima alle violenti evasioni sintetiche del già citato trio inglese, diventa a pieno titolo l'emblema dell'attuale inafferrabilità produttiva della musicista iraniana, mentre l'atmosfera pregna di mistero che pervade il battito lunare di "Eight", unita alle oblique interferenze di "Interlace", pone l'intera opera su binari decisamente insoliti. La lenta divagazione cosmica de "In Motion Slow" e il ping pong astratto di "Forasmuch", spiazzano ulteriormente l'ascoltatore smagnetizzando in definitiva qualsiasi gracile certezza acquisita.
Con "U&I" Leila è perfettamente riuscita a far perdere tutte le sue tracce, lasciandoci con un pugno di cartoline ai limiti del surrealismo. Senza cedere al qualunquismo dell'"al giorno d'oggi non ci sono più dischi fatti così", possiamo solo decretare l'inesorabile successo di un'artista capace di farsi notare esclusivamente per la sua musica.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana e Giuliano Delli Paoli
martedì 31 gennaio 2012
Emika: s/t (Ninja Tune, 2011)
Attiva da qualche anno nel giro che conta, Ema Jolly in arte Emika sfonda la porta del primo album dopo una lunga gavetta. Inglese di origini ceche, ha risieduto prima a Bristol, poi a Londra e infine a Berlino, completando il suo profilo attraverso la frequentazione di alcuni locali in veste di collaboratrice. Appassionata di techno, ingegnere del suono e ben calata nella doppia veste di produttrice e cantante, si presenta all'esordio con un'esplosione di passione per la musica pop a 360°. Già dal 2009 il suo Ep "Price Tag", contenente la chicca "Lights Go Down", aveva solleticato la curiosità dei più golosi amanti dell'elettronica pop. Insieme alla sensibilità canora e compositiva, l'artista dava già sfoggio di un controllo dei mezzi da vera navigata.
Melodie dense, ottundenti, calate in un'atmosfera catatonica da videogioco cyber-punk, mai banali o scontatamente aggressive. Dove il ritmo in 4/4 guida i giochi, le policromie dei beat giocano a nascondino facendo da contraltare alle varie discrasie circuitali. Sulle tracce dello splendido "Happy In Grey" di Damero, la Jolly, dall'aspetto androgino e seducente, evita attentamente di porsi come nuova bad girl dell'elettronica e preferisce lavorare sulla sua creazione. Tanto influenzata dal tech-pop androide di scuola berliniana, quanto plasmata dalle scosse telluriche del dubstep e degli umori Uk in campo dance, Emika ingloba perfettamente le pulsazioni lente del trip-hop, rendendo non casuale la sua passata residenza a Bristol. Supportata da una voce tagliente e da vera musa, Emika riesce a mantenere costante l'atmosfera per tutto il disco. Evitando di distendere forzatamente gli umori con folate più soleggianti, l'album si erge a monolite notturno, dal forte appeal urbano e piovigginoso, con punte dark degne di una vera goth-diva.
I singoli tech-pop raffinati e dal fascino irresistibile costituiscono il corpo dell'album (la sconvolgente malia di "Double Edge" e "Pretend", l'asfissia nella satura "3 Hours"), mentre trovano spazio strumentali pregevoli (il dubstep marziano in "Be My Guest"), i richiami bristoliani già citati (la nebbia fittissima di "Professional Loving") e momenti più arditi e rarefatti (la poesia tech-spoken-word in "Count Backwards" e "The Long Goodbye"). Non c'è spazio per un respiro salutare, perché l'estroversa "Fm Attention" è forse il pezzo più scuro del lotto, "Drop The Other" scende e risale dall'abisso con troppa velocità per riprendere fiato, e la conclusiva "Come Catch Me" ("Credit Theme" è solo un bel giochino con il piano) affonda il definitivo fendente prima di dissolversi con battiti affilati e pericolosi.
Se in ambito elettronico/dance il 2011 è stato senza dubbio l'annata di Deniz Kurtel e del suo "Music Watching Over Me", Emika ha saputo convogliare a sé la giusta ispirazione per tenere testa a cotanta bontà. Penalizzato dalla pubblicazione avvenuta sul finire dell'anno, il disco è compiutamente estroso e brumoso, colmo di disagio generazionale ed erotico quanto basta. Da gustare in una notte smaliziata con la luna a far da compagnia.
(7,5)
recensione di Alessandro Biancalana
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