lunedì 10 maggio 2010

Alva Noto, 24/04/2010 @ Fosfeni, Cascina (PI)



Puntualmente come ogni anno, torniamo a commentare una data del festival di musica elettronica Fosfeni. Con un cartellone fortemente indirizzato verso glorie passate di grande rilievo (Cluster, Alvin Curran), la presenza di Alva Noto focalizza l'attenzione verso l'innovazione a cavallo fra musica, scienza e arti visive. Fra i più stimati compositori e musicisti in questo ambito, non si contano più le collaborazioni illustri a cui ha partecipato, come del resto sono innumerevoli i suoi meriti.

In una sala inaspettatamente gremita, il concerto sorprende per un impatto diretto, asciutto e molto fruibile. La durata contenuta dei pezzi eseguiti (estratti da “Unitxt”) contribuisce in maniera decisiva, peraltro coadiuvata da una presentazione impeccabile. In un contesto simile le immagini sono fondamentali perché aiutano a raggiungere un'immersione totale, la quale è necessaria per il completo godimento dello spettacolo. Tuttavia, spesso ciò che viene proiettato è completamente scollegato con i suoni e frutto di un narcisismo visivo fine a sé stesso. L'artista tedesco, da performer certosino qual'è, non cade in questo tranello e azzecca ogni incastro audio/visivo con precisione da professionista navigato. Un software appositamente creato manda in orbita dei visual ispirati da un'estetica vagamente futuristica, i pixel dal sapore cibernetico ipnotizzano l'ascoltatore e circondano i sensi in maniera avvolgente.

La musica non concede un millimetro di melodia senza esagerare in rumorismi, trovando un equilibro ammirabile ed estatico. Techno astratta la sua, contorniata da un mare di pulviscoli glitch glaciali, adagiata sopra un letto di ritmi e convulsioni malsane. Mai un tono fuori posto, né eccessi da registrare: siamo al cospetto di uno spettacolo a metà fra arte e scienza. Ed è proprio la componente scientifica che determina questa immacolata precisione esecutiva. Come per il ritorno dei Pan Sonic sul finire del 2009, Alva Noto conferma la sua statura e non da adito a critiche scolpendo suoni con naturalità genetica, dimostrando simbiosi con il pubblico e mettendo in piedi uno show senza pari.

L'unico appunto da sottolineare è la durata, nonostante non sia un concerto rock, un'ora scarsa (compreso un fugace ritorno sul palco dopo la conclusione) è davvero una miseria alla luce della qualità mostrata. Oltre a questo, un approccio distaccato con il pubblico non condiziona il giudizio finale, d'altronde siamo pur sempre al cospetto di un “professore” che nella sua attività si può permettere qualche peccato veniale senza deludere.

giovedì 8 aprile 2010

The Go Find: "Everybody Knows It's Gonna Happen Only Not Tonight" (2010, Morr Music)




Nonostante non abbia ottenuto il successo di pubblico avuto da Lali Puna e soci, The Go Find, con “Miami”, ha rilasciato uno degli album più caratteristici dell'era indie-tronica. Intervallato dal discreto “Stars On The Wall” del 2007, questo “Everybody Knows It's Gonna Happen Only Not Tonight” esce in sordina, anticipato da una promozione scarsa almeno in Italia.

Lasciate da parte trame elettroniche tipiche del genere, il ragazzo di Antwerp focalizza la sua attenzione artistica su un pop delicato e soffuso: melodie seducenti e appiccicose, giri di chitarra elementari, ritmi sostenuti da una batteria appena sfiorata. Nonostante le canzoni possano avere un certo fascino solare, il tutto risulta eccessivamente edulcorato e poco incisivo. Al momento di ascoltare ogni singolo episodio, si ha la sensazione di assistere a una vacua esposizione di scrittura falsamente sottotono ma mirata alla realizzazione di ritornelli facili da ricordare.

Dopo una manciata di pop-song un po' scipite ma d'effetto (la timida title track, il ritmo frizzante di “It's Automatic”), la normalità diviene una caratteristica comune praticamente a tutte le canzoni (la calma piatta di “Neighbourhood”, il poco nerbo in “One Hundred Percent”), intervallata da qualche sussulto da ricordare (la crepuscolare “Love Will Break Us Up”, le nebbie scure di “Just A Common Love”). Il vero marchio di fabbrica si percepisce solamente con la finale “Heart Of Gold”, dove uno splendido ritmo downtempo sostiene il cantato sussurrato. Un'occasione mancata o forse un eccesso di rarefazione, questa nuova uscita di Dieter Sermues risulta contraddittoria, altalenante qualitativamente, carente dal punto di vista della scrittura.

(5,5)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 29 marzo 2010

Notwist, 26/03/2010 @ Estragon, Bologna



In una tiepida serata d'inizio primavera, i Notwist celebrano il loro ritorno sulle scene con un tour europeo che ha toccato e toccherà tutta l'Europa centrale. L'uscita di “The Devil, You + Me” aveva scosso dal torpore i fan del gruppo che attendevano il seguito di “Neon Golden” da ben sei anni; l'annuncio di ben quattro date italiane ha contribuito ulteriormente ad accendere gli animi e incuriosito chi ha sempre desiderato ascoltare dal vivo gli splendidi ricami pop della band teutonica.

Mescolando passato e futuro, il gruppo propone un concerto solido, vario, emozionante. Non c'è concessione alla melodia facile, né un'esecuzione calligrafica delle canzoni, bensì una reinterpretazione personale e spiazzante. Code strumentali robuste, divagazioni al limite della cacofonia e spiazzanti momenti di intrecci chitarristici, rivelano le origini punk di un gruppo che è partito con due album hardcore figli dei fondamentali Hüsker Dü. Questa scelta di spersonalizzare l'appeal intimistico e racchiuso della canzoni originali per proporre un approccio aggressivo e sfrontato, non snatura l'assenza della loro musica, bensì fa decollare il concerto in un tripudio di emozioni. La forza espressiva assale con tale forza da permettere all'ascoltatore di entrare in completa empatia con ogni frangente.

La formazione è composta da sei musicisti fra cui ovviamente il corpo centrale della formazione: il cantante e chitarrista  Markus Acher, l'addetto agli aggeggi elettronici Martin Gretschmann e il bassista Micha Acher. A loro si aggiungono un batterista, un tastierista e un addetto allo xilofono. L'affiatamento reciproco si nota da subito ed è fantastico percepire la sintonia e l'intesa che c'è fra i componenti, tutto è così ben studiato da risultare simbiotica la perfezione con cui i vari compiti vengono svolti. L'aneddoto più divertente in termini puramente tecnici è la modalità di esecuzione di Martin Gretschmann, il quale genera flussi elettronici attraverso l'uso di due Wii Mote, i controller della console Nintendo Wii. Probabilmente questo artifizio è possibile grazie alla realizzazione di un oscillatore sensibile ai movimenti spaziali dei due satelliti, con i quali si riesce ad estrapolare suoni dalle tonalità varianti.

C'è spazio per l'emozionante incipit dell'ultimo album, eseguita con lodevole personalità (“Good Lies”), si canta con il cuore in gola uno dei pezzi più conosciuti, forse il punto più alto della loro carriera (“Pick Up The Phone”), per giungere alla splendida “Chemicals” (estratta da “Shrink”), un capolavoro di astrattismo elettronico e sensibilità pop. Effluvio di sensazioni scroscianti fra classici ormai diventati inni di un'era di disillusione (la toccante nenia “Gloomy Planets”, la psichedelia storta di “Neon Golden”), scosse telluriche condite da schizofrenia al limite di un dance-rock onirico (la tambureggiante “This Room”, l'ossessiva “On Planet Off”, singulti techno-pop in “Where In This World”), tenere carezze folk irrobustite da inserti ritmici (le gocce di melodia intimistica di “Sleep”, il gioiello pop “Boneless”). Sono solo dettagli se al cospetto di “Consequence” la commozione e ovvia e giustificata, l'ultima traccia di “Neon Golden” è anche fra le ultime  eseguite, chiosa ideale fra solfeggi di chitarra e singulti elettronici semplicemente immacolati.

La sensazione complessiva durante e dopo il concerto è quella di essere al cospetto di signori musicisti e non componenti di un'ondata modaiola di musica in voga per una sola stagione. La solida qualità del ritorno discografico, unita a un live che rasenta la perfezione sotto tutti i punti di vista, è prova della reale entità non solo del gruppo, ma di tutta l'ondata intorno al fenomeno dell'indie-tronica (compresa tutta l'elettronica non di genere uscita in quegli anni) che intasò il mercato discografico indipendente intorno al 2002.

martedì 9 marzo 2010

Voks: "Astra & Knyst" (2009, Dekorder)



L’album d’esordio del compositore danese Mikkel Moir è una piccola giostrina di suoni e minuscoli circuiti elettronici. Nato e cresciuto a Copenaghen, l'artista propone una manciata di composizioni decisamente inusuali e difficilmente definibili. La base della sua musica è una profonda immersione nel folk e dunque nel folklore di musiche che profumano di est, ma sanno essere cosmopolite ed eterogenee. La fusione di queste radici con un uso discreto dell'elettronica porta a fare paragoni con artisti come Zavoloka, alla luce del risultato trasversale. L'attitudine al ritmo forsennato ma delicato, quasi infantile, contribuisce a mischiare ulteriormente le carte, con un risultato a metà fra sperimentazione decostruzionista e pennellate pop.

Siamo dinanzi a un affresco vivace la cui estetica punta dritto a infantilismi folcloristici d’ogni sorta. Assistiamo a una brillante commedia il cui copione è costantemente triturato da burle acustiche, lanciate sul palcoscenico senza badare al suggeritore di turno, o a una tarantella moderna la cui ritmica assume andature birichine, collodiane. Imbattersi in dischi come “Astra & Knyst” equivale a farsi sedurre senza volere. Difatti, il paradosso immediato è che più ci si avvicina e più ci si rende conto di aver completamente fallito, immersi inconsciamente in un immaginario strumentale fuori dal coro, fuori dal tempo.

Ciò che traspare, fin dai primi rintocchi analogici, è un'attitudine virtuosa a intrecciare tele elettroniche di fattura volutamente grezza. Matrioske che danzano felici in qualche piazzale moscovita (“Kinak“, “Kreds“) o mere girandole di introiezioni elettriche di stampo circense (“Tonkmaskine”). Non vi sono pause. La corda gira, gira e conduce i sensi lontano da ogni forma di percezione visiva concreta, intuibile. L’ incanto è dover seguire questa scia di rumorini impazziti e lasciarsi cullare da tutta una serie incontrollata di tastierine psicotiche, che improvvisano ora inediti valzer (“Kakla“), ora coreografie naif apparentemente prive di uno schema precostituito (“Klap Dingdot”).

Banjo mandati in orbita con percussioni metalliche di contorno (“Astra”), organi elettronici che rimbalzano come palline nel flipper (“Krat”), nenie folk-troniche che richiamano i maestri del genere (“Pistol”), fra cui il giapponese Lullatone: non c'è limite alla fantasia, anche quando si spinge sull'acceleratore della sperimentazione (i loop arditi di “Tromle” e “Papirmekanik”, le chincaglierie stentoree nella conclusiva “Knyst”), mentre l'introduzione di suoni propriamente elettrici scuote il tono generalmente ovattato (la chitarra elettrica sclerotica in “Tonkmaskine”).

Siamo di fronte a un prodotto che affronta il tema della fusione fra strumenti acustici ed elettronici con ironia, inventiva e sfrontatezza. Fra umori infantili, sensazioni mitteleuropee e tentazioni avant, “Astra & Knyst” si merita un giudizio decisamente positivo, con la speranza che in futuro il suo autore sappia arricchire ulteriormente il suo teatrino sfavillante.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana e Giuliano Delli Paoli

martedì 2 marzo 2010

Nightmare Detective [Shinya Tsukamoto, 2006]



comprai il dvd di questo film a natale, rimasto purtroppo sullo scaffale per troppo tempo. ieri sera avevo voglia di una tsuka-ta e dunque mi ci sono messo.

mescolando esperienze passate con nuovi spunti, tsukamoto mette sul piatto nuove ossessioni e stereotipi da spuntare con puntualità certosina.

La trama:

: "All'apice della sua soddisfacente carriera, Keiko Kirishima, una giovane e avvenente detective, decide di farsi trasferire, passando dal lavoro dietro la scrivania alle investigazioni sul campo. Per Keiko, avvezza alla tranquillità della vita d'ufficio, l'impatto con la scena del crimine sarà tutt'altro che piacevole. Nel primo caso che le viene affidato, la giovane dovrà indagare su due suicidi avvenuti in condizioni misteriose. In entrambi i casi, le vittime sembrano essere state uccise in sogno e, sui loro cellulari, l'ultima chiamata era stata effettuata digitando il numero 0. Data la situazione, Keiko e suoi colleghi si vedono costretti a chiedere l'aiuto del Nightmare detective, un ragazzo affetto da forte depressione e con tendenze suicide, dotato però del dono di poter entrare nei sogni altrui."

La componente thriller, l'investigazione e la storia di per sè hanno uno sviluppo classico, lineare, quasi schematico. sono presenti le solite dicotomie care all'autore, come metallo-sangue che risalta in maniera particolare, città-uomo, l'uomo-psiche, la psiche-incubo e così via, tutto un accoppiamento utile per rappresentare l'ossessione di fondo che è lo scontro fra vita e morte.

il succo delle due ore abbondanti qua presenti è ciò che non si vede, o meglio, ciò che si vede ma è solo accennato. Il suicidio, viatico per la resurrezione e consapevolezza di vita, diventa strumento per mostrare le zone più recondite dell'animo umano. risulta straordinario come il registra giapponese riesca a plasmare l'essenza di un evento che sancisce la fine (la morte, appunto) portandola a elemento di rinascista. Le vittime non vogliono morire veramente, ma piuttosto "sentire" la morte per poter poi riprendere in mano la propria vita. una variazione del tema davvero stupefacente, fino all'apice dello scontro che sa di metafora freudiana, lo scontro fra "0" e il tormentato ragazzo che entra nei sogni delle persone.

non voglio anticipare niente perchè la visione è la soluzione migliore per penetrare nei temi del film (se ne può parlare dopo, ovviamente), posso solo anticipare che la scala cromatica è la solita fusione fra il freddo grigio della metropoli ansimante e i colori caldi dei flash-back narranti, mentre gli attori sono diretti con straordinaria fermezza e volutamente mostrano interpretazioni quasi apatiche.

domenica 21 febbraio 2010

Little Dragon: "Machine Dreams" (Peacefrog Records, 2009)



Collettivo formatosi da un incontro casuale come tanti, i quattro ragazzi provenienti da Göteborg mettono in piedi un ulteriore pietra miliare nella loro carriera. Un gruppo di studenti, mille peripezie tipiche dei giovani universitari, una passione insana per la musica. C'è una cantante giapponese (Yukimi Nagano), quattro strumentisti nordici, un nome (Little Dragon), una band che lascia segni nuovi e rigeneranti. L'esordio omonimo del 2007 sorprese nel sottobosco per la freschezza di una proposta che pareva in principio presuntuosa e azzardata. Coniugare la voce profonda e corposa dell'ugola femminile con una mistura di electro-pop effettato, singulti funk e linee soul. La sua forza era la vivacità stilistica la quale veniva supportata da una scrittura di fondo di rara precisione e incisività.

“Machine Dreams” incide un solco con il precedente senza ripudiare le linee tracciate con tanta passione. La spinta elettronica prende il sopravvento nei confronti dei ritmi tradizionali, il taglio funk rimane ma è robotizzato e martoriato, i filamenti soul si tramutano in una musica dell'anima che pare aver perso la sua genuinità a favore di un un'essenza aliena. Canzoni soffuse ma palpitanti, ritmi sostenuti ma mai incessanti, melodie schizofreniche ma mai sfuggenti.

Folate di down-tempo irriconoscibile distribuiscono stimoli inediti (il melodramma electro-pop di “A New”, la spazialità ambient di “Feather”), movenze più decise giacciono nella struttura ritmica di canzoni movimentate (gommosità appiccicose per “Looking Glass”, il piglio quasi efferato del ritornello di “My Step”). Alternando umori e sensazioni contrapposte si realizza un delizioso contrasto che mette in risalto talento espressivo ancora lungi dall'essere esaurito. La battuta bassa prende il sopravvento ed è quasi l'ora di pronunciare la parola magica trip-hop (bagliori acquatici in “Thunder Love”, la conclusione scandita con rintocchi flemmatici di “Fortune”). La parte centrale sviluppa un certo appeal radiofonico e mette in fila singoli inappuntabili (i controtempi senza freno di “Runabout”, la delizia di funky-pop nebuloso in “Swimming”, un ritornello da ricordare per “Blinking Pigs” ), mentre le restanti tracce si dividono fra variazioni romantiche dal sapore fortemente drammatico (il pathos delle tastiere di “Come Home” ) ed altre indicazioni interessanti (il sexy mid-tempo in “Never Never”).

Senza tralasciare ricerca e approfondimento stilistico, i Little Dragons pubblicano un piccolo gioiellino pop senza mai annoiare o ripetere cliché abusati, lanciando al di là del selciato una proposta nuova, invitando a scoprire un mondo fatto di canzoni brillanti quanto i colori della copertina di “Machine Dreams”.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 8 febbraio 2010

Sally Shapiro: "My Guilty Pleasure" (Permanent Vacation, 2009)



Svezia, terra di caldo torpore ambientale, soffici distese di neve e freddo pungente. L’avventura di Sally Shapiro prende il via da Göteborg, città natale di lei e del suo collaboratore e compositore Johan Agebjörn. A tre anni di distanza dal discreto successo del singolo “I’ll Be By Your Side” e del conseguente album “Disco Romance”, l’attesa per un seguito tanto succoso era salita a dismisura. L’uscita di “My Guilty Pleasure” è rimasta in sordina perché prodotto di nicchia e desueto dal punto di vista stilistico. Chi vuole ancora ascoltare arabeschi italo-disco, plastica synth-etica d’epoca e ardenti profumi house-pop? Nonostante tutto ciò, siamo di fronte a un solido progetto musicale palpitante, la cui passione trasuda da ogni frangente, a prescindere da gusti, giudizi o considerazioni extra-musicali.

L’atmosfera quasi angelica dell’opera riflette il carattere dell’artista, estremamente timido e riservato. A tal proposito vale la pena citare l’aneddoto riguardo la ritrosia dell'artista nel rilasciare interviste e presentarsi davanti al pubblico. La sua musica è un bocciolo colorato sfavillante, mai completamente dischiuso, tremante di folgore incontenibile. Melodie dolciastre e martellanti, ritmi al limite del techno-pop, dolcezza e profusione di grazia. Il contrasto fra l’aspetto ritmico e passionale e la misura elegiaca di “My Guilty Pleasure” genera una sensazione di piacevole straniamento, al punto da non riuscire a definire una decisa presa di posizione nei confronti di canzoni che paiono sfuggire e riconciliarsi senza freno.

Una commistione d’intenti dancefloor vellutata e mai invasiva. E’ tutta una danza mielosa di colorazioni sbarazzine al synth (“Looking At The Stars”), fantasiose sinapsi con il beat a salire su giostrine metropolitane (“My Fantasy“), impalpabili fraseggi sintetici rigorosamente anni Ottanta (“Moonlight Dance”). Le tiepide effusioni vocali della Saphiro indurrebbero in apparenza a un ascolto quantomeno fugace, ma è proprio nella morbida simbiosi voce-ritmo che il disco espande la sua candida seduzione. “Save Your Love” potrebbe sostare nei juke box di Tokyo, così come in quelli della vecchia riviera. Fra balzi gommosi con tastiere caracollanti ad accompagnare (“Love In July”) e divagazioni deep-house (“Let It Snow”) la giostra continua a girare splendendo rigogliosa.

L‘inebriante giretto armonico di “Dying In Africa” aggiunge altro zucchero nella tazza, prima che la conclusiva “Miracle” non induca la nostra fantasia e il nostro ricordo a una Diana Est in escursione nordica. Applåder!

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana