martedì 3 maggio 2011

Susanne Sundfor: "The Brothel" (Groenland, 2011)




Norvegia, terra fredda e ostile, la cui vita è scandita da pause interminabili e inverni severi. Oltre a questi stereotipi, pensando a certi luoghi è più interessante citare i talenti emersi dalle sue lande sperdute: dai miti dream-pop Bel Canto, ai Royskopp, fino alle sensazioni di nicchia quali Flunk, White Birch e Alog. Non è ben chiaro quale sia il fattore che spinge tantissimi giovani nordici a intraprendere la carriera da musicisti, tuttavia è palese che l'ispirazione da quelle parti è decisamente sopra la media.

In questo calderone entra di diritto anche Susanne Sundfør. Nata e cresciuta a Haugesund, in un'idillio di mare e natura, la ragazza conduce un'infanzia e un'adolescenza ordinaria. Fra lezioni di piano e i dischi del padre (le leggende synth-pop a-ha e Cat Stevens), la sensibilità si forma in un inconsapevole processo di maturazione sia umana che artistica.

Dopo due prove relativamente normali come l'esordio omonimo del 2007 e “Take One” del 2008, la nascita di “Brothel” segna nella carriera di Susanne un punto di svolta cruciale. Presa la decisione di fare della musica un mestiere di vita, arriva la possibilità di registrare il disco con il supporto di uno stuolo di professionisti, un profondo cambiamento rispetto al lavoro domestico delle due precedenti opere. Assoldato Lars Horntveth (storico componente dei Jaga Jazzist) in sede di produzione e composizione, l'album fiorisce dalle mani e dalla mente della Sundfør con un'intensità espressiva raggelante. Paragonabile in questo senso all'esordio di Soap&Skin di due anni fa, “The Brothel” è un contenitore di emozioni esplosivo, non un'opera cantautorale in senso stretto, quanto piuttosto una raccolta di canzoni diverse l'una dall'altra, contraddistinte da una forte impronta caratteriale. La voce, un'ugola capace di coprire cromature fra le più inusuali, ricorda il lirismo incantato della sua conterranea Anja Øyen Vister, cantante dei già citati Flunk.

Variando lo stile dallo schema della ballata pianistica ombrosa, fino all'electro-pop martellante, le dieci tracce toccano vette di assoluta passionalità. Dove docili note di tastiera sono l'unico decoro alle linee vocali (gli splendori dream-pop della title-track, oltre che la finale “Father Father” e “O Master”) un'atmosfera rarefatta si impossessa della scena, miscelando perizia e trasporto istintivo con naturalità. L'alternanza di tonalità permette all'opera di non cedere mai il passo alla distrazione, proponendo staffilate metalliche industrial-pop (“Lilith”), orge electro (il beat prepotente di “It's All Gone Tomorrow”, l'ariosità malsana di melodie traviate in “Lullaby” e “Turkish Delight”), e nenie dark dalla deliziosa ambiguità (lo strumentale “As I Walked Out One Evening”, i timpani tuonanti in “Knight Of Noir”).

Affascinante e seducente musa nordica, Susanne Sundfør rompe ogni cliché compositivo e mette insieme un album sorprendente, del tutto estraneo a schemic e categorie. Ennesimo talento sbocciato dalle parti del Mar Nordico, la norvegese lascia da parte la misura, riversando tutta se stessa, anima compresa, in un terzo album che sarà difficile dimenticare.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 18 aprile 2011

The Adventure: "Lesser Known" (Carpark, 2011)




Autore nel 2008 di un simpatico disco di 8-bit music, l'americano Benny Boeldt pubblica il suo secondo album dopo un intenso periodo di live. In giro per l'America e il mondo, presentando il suo materiale e come componente fisso della band dell'amico Dan Deacon, il giovane musicista trova il tempo per ideare nuove vie stilistiche dopo il divertissement dell'esordio.

"Lesser Known" è un puro disco synth-pop. Abbandonate le strutture scheletriche, i synth e le drum-machine si uniscono in un florilegio di melodie generose, voci secche e ritmi danzerini. Nonostante la sincera passione infusa in un disco tutt'altro che sciatto, la qualità del risultato è decisamente incostante. Armonie spesso troppo opulente e di cattivo gusto (pathos quasi euro-pop per "Open Door" e "Another World") sono compensate da trovate di sicuro interesse come il beat metallico di "Feels Like Heaven", la coda elettrizzante in "Electric Eel" o le digressioni robotiche per "Relax The Mind". Il resto si assesta su una discreta rivisitazione dei migliori Ultravox, con canzoncine di sicuro impatto (autentico profumo eighties per "Smoke And Mirrors", "Rio" e "Meadows").

Carino, colorato e frizzante, "Lesser Known" pecca sul lato della personalità, dimostrando solo buone doti di rielaborazione e scarsa originalità. Tuttavia quasi tutte le canzoni funzionano egregiamente e dunque il disco è parzialmente promosso a patto che in futuro vengano inseriti elementi di novità.

(6,5)

recensione di Alessandro Biancalana

domenica 3 aprile 2011

Obsil: "Vicino" (Psychonavigation, 2011)




In un inarrestabile processo di sviluppo, il compositore senese Obsil prosegue la sua carriera dopo circa sei anni dall'esordio "Points". Confermate le impressioni positive con l'ottimo "Distances", Giulio Aldinucci arriva al terzo album con la consapevolezza di un veterano.

Attraverso l'utilizzo di toni più dimessi rispetto al passato, Obsil assesta la sua cifra stilistica su un'avanguardia educata, colorata, scintillante e mai eccessiva nei suoi ceselli di diafane melodie campestri. Quello che più risalta è l'animo del compositore, fortemente legato a una terra rigogliosa e spartana, che le melodie e i suoni incastonati lungo tutte le nove tracce rispecchiano da un punto di vista tanto sonoro quanto umano. La capacità di trasporre le atmosfere di una vita solcata da ritmi lenti e impassibili dona alla musica di Obsil una magia incantata, trasportando l'ascoltatore con semplice schiettezza.

Adagiato su un letto di calma serafica, “Vicino” non contiene un attimo in cui la tensione emotiva ceda il passo alla noia, fra tenui cromature invernali e un tocco di malinconia conclusiva.

Nenie brumose, pervase da una forza quasi primordiale, splendono in un inizio stellare (le ombre mistiche del trittico d'apertura), ricami finemente intarsiati si fondono con solennità ambient (il ritmo commovente di “Lenti Silenzi”, la conclusiva “Unseen”, il sapore artigianale di “Pendii (Siena, metà gennaio)”). La componente improvvisata non lascia mai del tutto la struttura delle composizioni, di volta in volta orrorifiche (“Nebbie d'ottobre”), delicate (“Drawing A Face”), caotiche e impacciate (sapori indie-tronici per “Snow Days At The End Of March”).

Obsil, autore di un'arte semplice e distinta, non sorprende con effetti speciali ma in "Vicino" assembla un ulteriore tassello colpendo con umiltà e senso del limite. Raggiunta una maturità sufficiente per tentare il salto di qualità con maggiore ambizione, l'artista toscano merita l'ennesimo plauso per la sua musica, gioiello di fattura nostrana mai valorizzato fino in fondo.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

Sanso-Xtro: "Fountain Fountain Joyous Mountain" (2011, Digitalis)



Si erano di fatto perse le tracce di Melissa Agate, fin dai tempi in cui il debutto del suo progetto solista Sanso-Xtro aveva fatto la sua comparsa tra le prime uscite della Type Records.

Da allora sono passati ben sei anni, nel corso dei quali l'artista australiana è tornata nella sua terra di origine, senza tuttavia abbandonare il gusto per una composizione musicale incentrata su un melange tra suoni acustici e analogici, destinato a creare il substrato per tremule melodie e saltuarie incursioni vocali.

Così, sotto la sapiente supervisione di Lawrence English, prende finalmente forma "Fountain Fountain Joyous Mountain", testimonianza dell'attuale stato dell'arte della Agate che, nel corso dei trentacinque minuti di durata dell'album offre libero sfogo a un universo sonoro in perenne movimento ed espansione, nel quale convivono fragili iterazioni acustiche, giocosi polimorfismi al rallentatore e sonnolente cadenze jazzy. Nell'incontro tra synth, melodion, armonica, kalimba, chitarra e percussioni casalinghe, la Agate cesella un pullulare (micro)cosmico di frequenze ipnotiche, in grado di materializzare ora liquidi spettri, ora un desolato romanticismo, ora stratificazioni incardinate in via incrementale, a creare paesaggi alieni, compassati ma percorsi da una serie pressoché infinita di note, fremiti e detriti sonori il cui graduale sviluppo non sfocia tuttavia mai in trame dai contorni compiuti e definiti.

In un lavoro decisamente più improvvisato e meno strutturato rispetto al precedente "Sentimantalism", la Agate riversa la stessa sapienza a livello di composizione senza con ciò riuscire a infondere l'identica magia del suo esordio. Nonostante i paesaggi sonori posseggano un forte pathos, la coesione dei suoni si perde senza un'identità precisa. Fra accenni di folk improvvisato, glitch, jazz e musica elettro-acustica, riuscire a definire il preciso intento dell'artista australiana è un compito arduo. La durata decisamente contenuta dona all'album un tocco di dinamicità che colma in parte le lacune, rendendo l'esperienza d'ascolto se non altro fresca e non insostenibile.

Dopo un inizio efficace e molto positivo ("Fountain Fountain" e "The Origin Of Birds" sono due gemme scintillanti), l'andamento si fa spesso martoriato con risultati indefinibili (il jazz rarefatto di "Wood Owl Wings A Rush, Rush", la confusa "Light Come, Light Go, Ghost"), mentre "Hello Night Crow" e "Observes Shadows" si abbandonano a visioni cosmiche modeste, le cui velleità sperimentali sfociano piuttosto in una piattezza analogica che pecca di autorferenzialità.

Invischiata in un groviglio di melodie amputate sul nascere, la seconda prova di Melissa Agate inciampa in un eccesso di discontinuità, convincendo a tratti e non in maniera capillare. Per recuperare il cipiglio convincente di sei anni fa, Melissa Agate dovrà concentrare il suo innato talento tornando a focalizzare la propria attenzione esclusivamente sull'interazione fra strumenti acustici e manipolazioni elettroniche, evitando di esondare in territori a lei poco congeniali.

(6,5)

recensione di Alessandro Biancalana e Raffaello Russo

domenica 20 marzo 2011

Harmonious Bec: "Her Strange Dreams" (Monotreme Records, 2010)



Progetto nato e plasmato sotto le mani di due giapponesi che si fanno chiamare Za Ma Roo e From Vapor To Water, la prima uscita a nome Harmonious Bec è un prodotto che si distingue, risvegliando sensazioni sopite anni fa. Oltre alla non facile reperibilità della carriera artistica del duo, non è dato sapere i loro nomi di battesimo; l'unico indizio che abbiamo riguarda l'etichetta. La Monotreme Records, benemerita casa di produzione già foriera di talenti (Thee More Shallows i migliori), ha messo sotto contratto i due nipponici pubblicando il disco nel novembre 2010. Lanciato con grande entusiasmo e descritto con parole lusinghiere, “Her Strange Dreams” rappresenta un bell'esempio di elettronica eclettica.

Composto e intagliato con ruvida dolcezza melodica, le canzoni spaziano con apparente semplicità attraverso stili e inflessioni decisamente differenti: si passa da landscape a battuta bassa tipici della downtempo più posata, innalzando poi il ritmo con schemi drum'n'bass, fino a raggiungere i colori sfavillanti dell'indie-tronica tipicamente giapponese (aus fra tutti). Il tutto è condito da un'atmosfera giocosa e fiabesca decisamente funzionale e contagiosa, supportando una scorrevolezza che nell'economia generale dell'album trasforma i quarantadue di musica in un autentico viaggio sognante. Grazie al supporto di sapienti inserti di piano, strumenti ad arco e percussioni fra le più svariate, il quadro si completa con un esaustivo panorama di tutto ciò che il gruppo è capace, dimostrando fantasia, incanto poetico e ispirazione.

Dove fascinose pennellate downtempo (le cromature buie di “Giantland”, la sferzante malinconia di “Falling Ash Plume” e “Arms Girl”) sono serafiche esposizioni sonnolente, altrove i toni sbocciano in un arcobaleno di colori e sfumature, fra esplosioni di archi impazziti (l'incontenibile frenesia di “Funny Hierophant”), manipolazioni indie-troniche (i microritmi in “In The Bright Oval”, gli incastri asfissianti di “Planets”) e orge di ritmo senza freni (il drum'n'bass “Progess” fra flussi vocali ectoplasimici). Lo strumento principe è spesso il piano, cardine di alcuni fra gli episodi più positivi. Le dolci nenie “Shunral” e “Cryptomeria Rain”, senza eccedere in retorica figurativa, hanno una forza empatica tale da raffigurare pomeriggi piovosi al tramonto di un paesaggio tipico del Sol Levante. Con uno strambo tentativo di hip-hop disgregato (forse eccessivo l'assalto di “Solitary Bonze Prayer”), l'album si conclude con una suite dal sapore jazzato (sei minuti mai domi per “Asahigaoka”).

Con un esercizio di poliedricità ammirabile, gli Harmonious Bec hanno sfidato la sorte con un album coraggioso e ambizioso. Premiati per larghi tratti con una solida promozione, il loro lavoro trasuda passione e un'encomiabile voglia di sperimentare.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

giovedì 17 marzo 2011

Sandwell District: "Feed-Forward" (Sandwell District, 2010)



Function e Regis, rispettivamente David Summer e Karl O'Connor, sono attivi nel sottobosco techno da circa quindici anni. Produttori, compositori, remixer, fondatori di un'etichetta. Fin dagli albori della carnalità techno i due hanno tracciato linee parallele creando un fenomeno sotterraneo, mescolando passione viscerale e un rispetto quasi religioso per la perfezione dei propri suoni. Fin da prodotti come “Gymnastics” (a nome Regis, 1996), o il 12” "Ulterior Motives" pubblicato con il moniker DMO (1998), i due si sono distinti per una peculiare fusione di techno granitica, influenze di ambient stellare e un gusto per il ritmo sopraffino. Ad alimentare ulteriormente il culto, dal 2002 inizia l'avventura dell'etichetta omonima con prodotti di rara qualità, che ben presto la rendono un autentico punto di riferimento per tutti gli appassionati. La casa di produzione può annoverare fra i suoi artisti gente come Silent Servant e Female (magnifico il suo “Angel Plague” del 1999).

Dopo anni di silenzio discografico in termini di uscite in senso classico, giunge sul mercato “Feed-Forward”. Pubblicato in Inghilterra nel dicembre 2010: il disco richiama una tale attenzione da risultare immediatamente esaurito in pre-order praticamente ovunque. Album eclettico e dal fascino innegabile, l'opera del duo Regis & Function (aiutati a quanto pare dagli stessi Silent Servant e Female) mette in mostra un pudore quasi clericale nel giustapporre le melodie e la potenza del suono - mai esplosione sonica fine a se stessa - che bilancia l'insistenza martellante della drum machine con il pullulare di reminiscenze ambientali, a loro volta mai cristallizzate in una stasi solamente estatica. La sensazione che si prova ascoltando “Feed-Forward” è quella di avere davanti un'essenza unica e indivisibile, difficilmente analizzabile per porzioni, impossibile da spacchettare come una costruzione stratificata.

L'impatto imponente delle strategiche tre parti di “Immolare” - candida e serafica nelle estremità candite di delicatezza ambient - inietta fervore inusitato nelle sezione centrale come raramente capita di sentire. Rarefatta, dolorosa, sanguigna, “Immolare” è un inno macabro all'arte techno. Proseguita la strada con meccanismi timbrici la cui provenienza terrestre è tutt'altro che ovvia (l'assalto cosmico di “Grey Cut Out”, frequenze cibernetiche fuori controllo per “Hunting Lodge”), l'album, nonostante uno sviluppo graduale e tacito, cade in un mutismo rarefatto e scintillante. Fra suite ambient-techno pregiatissime (l'ariosa spazialità in “Falling The Same Way”, i puntuali rintocchi di “Svar”), tastierismi colorati e vivaci (i virtuosismi mai sciatti di “Speed + Sound (Endless)”), abissi nerissimi leggermente rinvigoriti da scosse telluriche (la malinconica assenza di melodia in “Double Day”). Concretizzata la definitiva deriva silente (sbuffi cosmici in “Untitled A”, particelle noise per “Untitled B”), il disco sfila via con un tono tagliente.

Ispessito da una cura complessiva al limite dell'umana perfezione, “Feed-Forward” travalica il semplice compito ben fatto andando al di là di ogni aspettativa. Definitivamente proiettati in un limbo che sa di epopea mitica, Sandwell District hanno nel destino la capacità di sorprendere, magnificata con opere talmente fuori controllo da risultare vive e pulsanti.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

Oval, 04/03/2011 @ Fosfeni, Cascina (PI)



Tornato a deliziare i palati più raffinati in materia di elettronica sperimentale, Markus Popp ha ben pensato di organizzare un tour in tutto il mondo per presentare il suo nuovo materiale. Dopo il ritorno commovente con “O”, la curiosità di testare la resa dal vivo di quei piccoli bozzetti era elevata. Il contesto del suo ritorno è in questo caso La città del Teatro, centro culturale immerso nelle campagne pisane di Cascina. All'interno del pregevole festival di musica elettronica Fosfeni, nel cui programma si annoverano nomi come Ben Frost e Filastine, Oval arriva in una fredda serata di marzo con un palco minimale: sopra una scrivania trovano posto il suo laptop, un mixer, alcuni distorsori, oltre alla presenza di visuals decisamente essenziali.

Dopo una timida presentazione della perfomance, Popp inizia a mandare in circolo le sue creazioni pescando a casaccio da “O” con sapienza e passione, mettendo a disposizione del pubblico tutta l'atmosfera intima e personale apprezzata in sede di ascolto discografico. Nonostante le sue variazioni siano pressochè inesistenti, il piacere di ascoltare pezzi come “Ah!” con un impianto stereofonico professionale è davvero sorprendente. La sua prova è un atto di amore verso la sua musica, una deliziosa condivisione reciproca, una concessione di un'ora e mezzo capace di far splendere gli altoparlanti fino all'inverosimile. I timbri e le melodie risuonano gentili creando un flusso intervallato da pause che sono un semplice silenzio fra una traccia e l'altra, un po' come succedeva su disco con la differenza che l'ordine delle tracce era differente. Il fatto che la modifica della sequenza con cui sono eseguite le tracce non abbia inficiato il risultato finale, dimostra come queste composizioni abbiano una magica versatilità completamente slegata da fattori esterni.

Dopo la prima parte di concerto fatta di musica incantata, con passo religioso e impacciato, Markus Popp si allontana con un saluto minimale. Acclamato da un pubblico non numeroso ma molto riconoscente, il ritorno sul palco è l'occasione per colmare alcune lacune nella scaletta. Per ovvi motivi di tempo non tutte le settanta tracce di “O” troveranno spazio all'interno dello spettacolo, tuttavia la mistica suggestione evocata sarà identica e profondamente autentica.

Leggenda e pioniere di tutta la corrente glitch, mentore di una schiera infinita di musicisti a lui debitori, Oval con semplicità ed umilità encomiabili impacchetta uno show essenziale, raccolto, discretamente sviluppato e non frettoloso, dimostrando un'onestà intellettuale e un acume tipico di chi ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica.