mercoledì 1 giugno 2011

Agnes Obel @ Chiesa di Sant'Ambrogio, Villanova di Castenaso (BO), 22/05/2011



In un contesto da rito medievale o sacra liturgia cattolica, si svolgono nella chiesa di Sant'Ambrogio a Villanova di Castenaso dei concerti particolari, collegati al Rocker Festival, che ogni anno si tiene a Bologna intorno alla metà di maggio. Grazie alla collaborazione del Covo Club e alla disponibilità del parroco Stefano Benuzzi, le date hanno proposto musica di grandissima qualità: dopo la nobile partenza con le sue tenerezze acustiche di Mark Kozelek, il programma è proseguito con l'intenso cantautorato pop di John Grant e con le composizioni neo-classiche di Dustin O'Halloran. L'ultimo concerto di questa particoalre rassegna è stata l'esibizione di Agnes Obel, cantautrice danese lanciata da un album meraviglioso (“Philarmonics”) e dall'inclusione di un suo brano nella colonna sonora di "Grey's Anatomy".

Con le panche della chiesa riempite da un pubblico eterogeneo, l'artista si presenta sul palco al piano, mentre al suo fianco si accomoda la violinista a supporto. Sorpresa da applausi generosi e fragorosi, la ragazza, seppur trincerata dietro un'estrema timidezza, infonde una forza incredibile alle sue canzoni. In grado di personalizzare con arrangiamenti live le tracce originali del suo debutto, la danese attira l'attenzione con un fare angelico, suonando il piano con precisione e finezza, coadiuvata perfettamente dalla sua partner, che non le è inferiore in termini di empatia e vigore. L'atmosfera si fa via via più intima grazie a un continuo susseguirsi di sibili, docili linee vocali e splendide partiture pianistiche.

L'esibizione è veloce, emozionante, scorrevole, non ha sbavature e il ritmo lento delle canzoni non appesantisce ma rende il tutto deliziosamente flemmatico, mozzafiato, quasi una lieve cantilena d'amore della durata di un'ora e mezza. Il contesto chiesastico è un perfetto guscio che pare essere costruito appositamente per ospitare questi suoni e non altri: le pareti, le luci, i piccoli anfratti della cappella settecentesca proteggono i suoni rilasciando un'acustica cristallina e incantata. Nonostante queste premesse, non è facile immaginare le delicate litanie “Just So” e “Riverside” risuonare fra queste mura conscrate, le parole non possono restituire tale emozione tanta è la particolare empatia creatasi fra contenuto e contenitore.

Nonostante qualche fastidio provocato dai flash dei fotografi, l'artista danese si è dimostrata grata e riconoscente per il calore dimostrato dal pubblico con un fare dimesso ma pur sempre rispettoso. Sorrisi, qualche cenno di consenso e un paio di inchini prima e dopo il bis sono quanto la sua indole introversa ci ha concesso.

Convinti di aver assistito a qualcosa di veramente speciale, consigliamo a chiunque abbia la possibilità di vedere un concerto di Agnes Obel in Italia o all'estero di fiondarsi senza esitazione, il prezzo del biglietto sarà ben ricompensato da uno spettacolo con pochi eguali.


recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 16 maggio 2011

Mercury Rev @ Estragon, Bologna / 11/05/2011




Tredici anni e non sentirli. Tale è il tempo che ci separa dalla data di pubblicazione di “Deserter's Songs”, il capolavoro dei Mercury Rev e il loro disco più conosciuto. Annunciata un'operazione di rivisitazione con un doppio cd rimasterizzato inclusivo di demo, outtakes e vari scarti di produzione, viene inoltre pianificato un tour celebrativo in tutta Europa con particolare attenzione per Inghilterra ed Irlanda. Dopo un doppio disco di grande fascino come “Snowflake Midnight” - “Strange Attractor” pubblicato nel 2008, il gruppo torna a far parlare di sè con un'operazione ad ampio raggio, a cui i fan hanno reagito con grande clamore fin dai primi attimi in cui la notizia è trapelata sul web.

Epici e deliziosi cantastorie di una psichedelia tutt'altro che banale, i Mercury Rev sono stati e sono una band prorompente nel proporre le loro idee rivoluzionarie. Autori delicati e portatori di un'ispirazione mai urlata, la loro fama si è formata a suon di album ineccepibili sotto ogni punto di vista.

La sera dell'11 maggio è un tiepido contesto tardo primaverile per un evento che definire unico è un eufemismo. Dopo l'introduzione dei post-rockers italiani Julie's Haircut (interessanti le loro cavalcate soniche) arrivano sul palco i cinque di Buffalo e il tripudio del pubblico non troppo numeroso è assicurato. La struttuta della performance sarà decisamente lineare: dopo l'esecuzione pedissequa di “Deserter's Songs” sarà il momento di un ritorno sul palco con qualche chicca proveniente dalla loro nutrita discografia. La prima sensazione riguardante il concerto non è positiva, il contesto da grande platea costringe la formazione a un approccio sonoro decisamente rock, andando a discapito delle dolci effusioni elegiache presenti su disco. Il marasma chitarristico, unito a un batterista decisamente troppo esagitato per un suono così particolare, portano a un quasi completo oscuramento della splendida voce di Jonathan Donahue. Purtroppo questo errato bilanciamento dei toni condiziona un po' tutte le canzoni, attenuato solo in parte nei pezzi più movimentati dove giustamente la verve ritmica deve essere maggiore.

Tuttavia la forma smagliante del cantante (un autentico performer istrionico), unita alle prodigiose melodie provenienti dalle tastiere, riesce a creare un'atmosfera ugualmente evocativa. Oltre a qualche coda strumentale di forte impatto, l'interpretazione dei brani risulta solida e poco personalizzata; nonostante ciò non si sente granché bisogno di novità nella perfezione formale ed emotiva di brani come “Holes”, “Tonite It Shows” o “Opus 40”. Gli squarci vocali angelici di Donahue accostati alle linee di tastiera sono il più grande regalo che la musica degli anni '90 ci ha donato, ascoltare dal vivo questi suoni è un autentico sogno ad occhi aperti. La sorpresa che fa quasi sorridere è il rigido rispetto della scaletta dell'album, infatti verranno eseguiti perfino i tre piccoli strumentali posti nei punti strategici dell'opera.

Tornati sul palco dopo qualche secondo di pausa, viene raggiunto l'apice del concerto in termini di splendore con le esplosioni pop dell'epica “The Dark Is Rising” e il caos ritmico di “Senses On Fire”, in un fragore di suoni e sensazioni, degna conclusione di un'esibizione a tratti davvero toccante. Con le dovute riserve per gli errori già segnalati, lo show si attesta su livelli di eccellenza in diversi frangenti, regalando attimi di pura emozione nostalgica.

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 9 maggio 2011

Gold Panda: "Lucky Shiner" (Ghostly International, 2010)




Artista nato nell'hinterland londinese (Chelmsford) ventott'anni fa, Derwin Panda aka Gold Panda è uno dei molti talenti emersi prepotentemente dal grigiore della periferia. Capace di mascherare delle precise intenzioni stilistiche con assalti ritmici frizzanti, il ragazzo mischia sapientemente tante influenze ottenendo un risultato esaltante. Idm, techno, electro e certi suoni mutuati dall'indie-tronica sono le sue principali fonti d'ispirazione, mai perfettamente distinguibili ma solo percettibili in lontananza. Dopo il debutto con il vibrante singolo “Quitter's Raga” su Make Mine, è stato un susseguirsi di pubblicazioni minuscole (fra cui l'ennesimo singolo “You” su Notown) oltre all'incessante attività da remixer per nomi come Telepathe, Bloc Party, Simian Mobile Disco e The Field.

Il passo dagli esordi al primo disco è breve. Pubblicato in collaborazione fra Notown e Ghostly International, “Lucky Shiner” è un compendio di elettronica moderna, perfettamente calato in un'era di sfrenato post-modernismo. Scardinando ogni schema, il disco viaggia spedito disorientando l'ascoltatore con un approccio alla composizione decisamente schizofrenico e movimentato. Si ha la sensazione che Gold Panda abbia espresso solo in minima parte il suo potenziale tale è la deliziosa confusione che regna all'interno della sua prima prova lunga. La mancanza di riferimenti dona brio e rende “Lucky Shiner” uno spumeggiante teatrino cibernetico.

Riproposta in apertura la già citata “You” - esuberante giostrina da videogioco impazzito - si alternano senza apparente continuità stravaganze impossibili da classificare (chitarra bucolica per “Parents”, il caos irrefrenabile in “I'm With You But I'm Lonely” e la saturazione di “After We Talked”), solidi ancoraggi alla tradizione techno (stomp granitici in “Vanilla Minus”, “Snow Taxis” e “Before We Talked”) ed episodi di idm contaminata (la splendida intro eterea di “Same Dream China”, l'astrusa commistione etnica di “India Lately”). Con le restanti “Marriage” (un soffocante groviglio di synth) e la finale “You.” (geniale il loop di rullante e charleston) l'album chiude il cerchio con sfrontatezza e coraggio.

Raccolta di tracce intrise di tradizione mista a innovazione, l'album di Gold Panda promuove l'artista come punta di diamante della scena elettronica internazionale. Non uno sparuto comprimario ma talento audace e geniale, Derwin Panda ha le carte in regola per scardinare ogni certezza e mettere in crisi anche il più esigente degli ascoltatori.

P.S.: Al momento della pubblicazione di questa recensione Gold Panda ha rilasciato una compilation intitolata “Companion”, nella quale vengono raccolti quasi tutti i singoli pubblicati a inizio carriera, oltre a qualche inedito. Da non perdere per completare il percorso dell'artista.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

martedì 3 maggio 2011

Susanne Sundfor: "The Brothel" (Groenland, 2011)




Norvegia, terra fredda e ostile, la cui vita è scandita da pause interminabili e inverni severi. Oltre a questi stereotipi, pensando a certi luoghi è più interessante citare i talenti emersi dalle sue lande sperdute: dai miti dream-pop Bel Canto, ai Royskopp, fino alle sensazioni di nicchia quali Flunk, White Birch e Alog. Non è ben chiaro quale sia il fattore che spinge tantissimi giovani nordici a intraprendere la carriera da musicisti, tuttavia è palese che l'ispirazione da quelle parti è decisamente sopra la media.

In questo calderone entra di diritto anche Susanne Sundfør. Nata e cresciuta a Haugesund, in un'idillio di mare e natura, la ragazza conduce un'infanzia e un'adolescenza ordinaria. Fra lezioni di piano e i dischi del padre (le leggende synth-pop a-ha e Cat Stevens), la sensibilità si forma in un inconsapevole processo di maturazione sia umana che artistica.

Dopo due prove relativamente normali come l'esordio omonimo del 2007 e “Take One” del 2008, la nascita di “Brothel” segna nella carriera di Susanne un punto di svolta cruciale. Presa la decisione di fare della musica un mestiere di vita, arriva la possibilità di registrare il disco con il supporto di uno stuolo di professionisti, un profondo cambiamento rispetto al lavoro domestico delle due precedenti opere. Assoldato Lars Horntveth (storico componente dei Jaga Jazzist) in sede di produzione e composizione, l'album fiorisce dalle mani e dalla mente della Sundfør con un'intensità espressiva raggelante. Paragonabile in questo senso all'esordio di Soap&Skin di due anni fa, “The Brothel” è un contenitore di emozioni esplosivo, non un'opera cantautorale in senso stretto, quanto piuttosto una raccolta di canzoni diverse l'una dall'altra, contraddistinte da una forte impronta caratteriale. La voce, un'ugola capace di coprire cromature fra le più inusuali, ricorda il lirismo incantato della sua conterranea Anja Øyen Vister, cantante dei già citati Flunk.

Variando lo stile dallo schema della ballata pianistica ombrosa, fino all'electro-pop martellante, le dieci tracce toccano vette di assoluta passionalità. Dove docili note di tastiera sono l'unico decoro alle linee vocali (gli splendori dream-pop della title-track, oltre che la finale “Father Father” e “O Master”) un'atmosfera rarefatta si impossessa della scena, miscelando perizia e trasporto istintivo con naturalità. L'alternanza di tonalità permette all'opera di non cedere mai il passo alla distrazione, proponendo staffilate metalliche industrial-pop (“Lilith”), orge electro (il beat prepotente di “It's All Gone Tomorrow”, l'ariosità malsana di melodie traviate in “Lullaby” e “Turkish Delight”), e nenie dark dalla deliziosa ambiguità (lo strumentale “As I Walked Out One Evening”, i timpani tuonanti in “Knight Of Noir”).

Affascinante e seducente musa nordica, Susanne Sundfør rompe ogni cliché compositivo e mette insieme un album sorprendente, del tutto estraneo a schemic e categorie. Ennesimo talento sbocciato dalle parti del Mar Nordico, la norvegese lascia da parte la misura, riversando tutta se stessa, anima compresa, in un terzo album che sarà difficile dimenticare.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 18 aprile 2011

The Adventure: "Lesser Known" (Carpark, 2011)




Autore nel 2008 di un simpatico disco di 8-bit music, l'americano Benny Boeldt pubblica il suo secondo album dopo un intenso periodo di live. In giro per l'America e il mondo, presentando il suo materiale e come componente fisso della band dell'amico Dan Deacon, il giovane musicista trova il tempo per ideare nuove vie stilistiche dopo il divertissement dell'esordio.

"Lesser Known" è un puro disco synth-pop. Abbandonate le strutture scheletriche, i synth e le drum-machine si uniscono in un florilegio di melodie generose, voci secche e ritmi danzerini. Nonostante la sincera passione infusa in un disco tutt'altro che sciatto, la qualità del risultato è decisamente incostante. Armonie spesso troppo opulente e di cattivo gusto (pathos quasi euro-pop per "Open Door" e "Another World") sono compensate da trovate di sicuro interesse come il beat metallico di "Feels Like Heaven", la coda elettrizzante in "Electric Eel" o le digressioni robotiche per "Relax The Mind". Il resto si assesta su una discreta rivisitazione dei migliori Ultravox, con canzoncine di sicuro impatto (autentico profumo eighties per "Smoke And Mirrors", "Rio" e "Meadows").

Carino, colorato e frizzante, "Lesser Known" pecca sul lato della personalità, dimostrando solo buone doti di rielaborazione e scarsa originalità. Tuttavia quasi tutte le canzoni funzionano egregiamente e dunque il disco è parzialmente promosso a patto che in futuro vengano inseriti elementi di novità.

(6,5)

recensione di Alessandro Biancalana

domenica 3 aprile 2011

Obsil: "Vicino" (Psychonavigation, 2011)




In un inarrestabile processo di sviluppo, il compositore senese Obsil prosegue la sua carriera dopo circa sei anni dall'esordio "Points". Confermate le impressioni positive con l'ottimo "Distances", Giulio Aldinucci arriva al terzo album con la consapevolezza di un veterano.

Attraverso l'utilizzo di toni più dimessi rispetto al passato, Obsil assesta la sua cifra stilistica su un'avanguardia educata, colorata, scintillante e mai eccessiva nei suoi ceselli di diafane melodie campestri. Quello che più risalta è l'animo del compositore, fortemente legato a una terra rigogliosa e spartana, che le melodie e i suoni incastonati lungo tutte le nove tracce rispecchiano da un punto di vista tanto sonoro quanto umano. La capacità di trasporre le atmosfere di una vita solcata da ritmi lenti e impassibili dona alla musica di Obsil una magia incantata, trasportando l'ascoltatore con semplice schiettezza.

Adagiato su un letto di calma serafica, “Vicino” non contiene un attimo in cui la tensione emotiva ceda il passo alla noia, fra tenui cromature invernali e un tocco di malinconia conclusiva.

Nenie brumose, pervase da una forza quasi primordiale, splendono in un inizio stellare (le ombre mistiche del trittico d'apertura), ricami finemente intarsiati si fondono con solennità ambient (il ritmo commovente di “Lenti Silenzi”, la conclusiva “Unseen”, il sapore artigianale di “Pendii (Siena, metà gennaio)”). La componente improvvisata non lascia mai del tutto la struttura delle composizioni, di volta in volta orrorifiche (“Nebbie d'ottobre”), delicate (“Drawing A Face”), caotiche e impacciate (sapori indie-tronici per “Snow Days At The End Of March”).

Obsil, autore di un'arte semplice e distinta, non sorprende con effetti speciali ma in "Vicino" assembla un ulteriore tassello colpendo con umiltà e senso del limite. Raggiunta una maturità sufficiente per tentare il salto di qualità con maggiore ambizione, l'artista toscano merita l'ennesimo plauso per la sua musica, gioiello di fattura nostrana mai valorizzato fino in fondo.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

Sanso-Xtro: "Fountain Fountain Joyous Mountain" (2011, Digitalis)



Si erano di fatto perse le tracce di Melissa Agate, fin dai tempi in cui il debutto del suo progetto solista Sanso-Xtro aveva fatto la sua comparsa tra le prime uscite della Type Records.

Da allora sono passati ben sei anni, nel corso dei quali l'artista australiana è tornata nella sua terra di origine, senza tuttavia abbandonare il gusto per una composizione musicale incentrata su un melange tra suoni acustici e analogici, destinato a creare il substrato per tremule melodie e saltuarie incursioni vocali.

Così, sotto la sapiente supervisione di Lawrence English, prende finalmente forma "Fountain Fountain Joyous Mountain", testimonianza dell'attuale stato dell'arte della Agate che, nel corso dei trentacinque minuti di durata dell'album offre libero sfogo a un universo sonoro in perenne movimento ed espansione, nel quale convivono fragili iterazioni acustiche, giocosi polimorfismi al rallentatore e sonnolente cadenze jazzy. Nell'incontro tra synth, melodion, armonica, kalimba, chitarra e percussioni casalinghe, la Agate cesella un pullulare (micro)cosmico di frequenze ipnotiche, in grado di materializzare ora liquidi spettri, ora un desolato romanticismo, ora stratificazioni incardinate in via incrementale, a creare paesaggi alieni, compassati ma percorsi da una serie pressoché infinita di note, fremiti e detriti sonori il cui graduale sviluppo non sfocia tuttavia mai in trame dai contorni compiuti e definiti.

In un lavoro decisamente più improvvisato e meno strutturato rispetto al precedente "Sentimantalism", la Agate riversa la stessa sapienza a livello di composizione senza con ciò riuscire a infondere l'identica magia del suo esordio. Nonostante i paesaggi sonori posseggano un forte pathos, la coesione dei suoni si perde senza un'identità precisa. Fra accenni di folk improvvisato, glitch, jazz e musica elettro-acustica, riuscire a definire il preciso intento dell'artista australiana è un compito arduo. La durata decisamente contenuta dona all'album un tocco di dinamicità che colma in parte le lacune, rendendo l'esperienza d'ascolto se non altro fresca e non insostenibile.

Dopo un inizio efficace e molto positivo ("Fountain Fountain" e "The Origin Of Birds" sono due gemme scintillanti), l'andamento si fa spesso martoriato con risultati indefinibili (il jazz rarefatto di "Wood Owl Wings A Rush, Rush", la confusa "Light Come, Light Go, Ghost"), mentre "Hello Night Crow" e "Observes Shadows" si abbandonano a visioni cosmiche modeste, le cui velleità sperimentali sfociano piuttosto in una piattezza analogica che pecca di autorferenzialità.

Invischiata in un groviglio di melodie amputate sul nascere, la seconda prova di Melissa Agate inciampa in un eccesso di discontinuità, convincendo a tratti e non in maniera capillare. Per recuperare il cipiglio convincente di sei anni fa, Melissa Agate dovrà concentrare il suo innato talento tornando a focalizzare la propria attenzione esclusivamente sull'interazione fra strumenti acustici e manipolazioni elettroniche, evitando di esondare in territori a lei poco congeniali.

(6,5)

recensione di Alessandro Biancalana e Raffaello Russo