giovedì 29 marzo 2007

Rafael Anton Irisarri:" Daydreaming" (Miasmah, 2007)



L’accostamento tra pianoforte ed elettronica non rappresenta certo una novità in molte recenti produzioni ad opera di compositori più o meno riconducibili alla definizione di “classica contemporanea”. Mirabili esempi della declinazione in chiave moderna di un approccio musicale in prevalenza classico sono stati, infatti, forniti nel corso degli ultimi anni, dalle opere di artisti come William Basinski, Sylvain Chauveau, Eluvium, The Library Tapes, nonché da molte produzioni della celebrata Type Records (tra le quali ricordiamo da ultimo Helios), che della commistione tra elettronica e classicismo ha fatto la sua quasi esclusiva vocazione. Del resto, vi è un sottile filo che lega il compositore di Seattle Rafel Anton Irisarri all’esperienza dell’etichetta inglese, poiché il suo album di debutto esce non a caso per la Miasmah, giovane etichetta di Erik Skovdin, già partecipe di due importanti progetti di casa Type, quali Deaf Center e Svarte Greiner.

In virtù di tali premesse, è già piuttosto chiaro cosa ci si possa attendere da un album come “Daydreaming”, il cui titolo rispecchia peraltro in pieno le atmosfere e lo spirito delle sue sette tracce, dalla durata complessiva di soli trentaquattro minuti. A conferma di tutte le aspettative, “Daydreaming” è infatti un album di delicatezze elettroacustiche incentrate sull’emozionalità del pianoforte, intorno alla quale affiorano qua e là tenui riverberi chitarristici e suoni liquidi derivanti dall’impiego della tecnologia dei synth quasi esclusivamente in fase di produzione, per creare piccole ambientazioni sonore dai contorni al tempo stesso sognanti e venati di oscura malinconia.

Scatole sonore tenere e dilatate, adagiate su un registro compositivo estremamente minimale. Perle disciolte in un liquido che scroscia, fluisce liberamente, lascia andare ogni colore, sprizzando nell’aria. Inizia “Waking Expectations” centellinando note al ritmo della morte, solcate da piccoli toni elettronici di rara grazia melodica. Si prosegue con la calma, con la pace intrisa nell’animo. La rarefazione è ancor più accentuata nella successiva “A Thousand-Yard Stare”, brillante e gentile, capace di cesellare, con sapienza, atmosfere appena abbozzate, eppure così definite nella loro impalpabilità. Piccoli sibili, quasi sotto forma di anelito. danno un tocco che lascia impronte indelebili nell’ascoltatore.

Un approccio leggermente più scontroso e disordinato in “Wither” dove il piano, casualmente, posiziona note e pungenti, forti, decise. Piccole meteore, o stelle, se ne vanno per lo spazio, nelle vesti  dei timbri regalati dal synth, coadiuvando lo spazio a rendersi più oscuro e luminoso al tempo stesso. Appare vagamente svogliata una chitarra, sempre giacente distesa nei suoi interventi sporadici, attorniata da limpidi fiori, alle volte nascosti, in altre occasioni capace di rivelarsi in tutta la loro bellezza con prorompente bellezza.

Un episodio completamente ambientale (“Voigt-Kampf”), peraltro molto riuscito, si affaccia con attenzione ai particolari, raggiungendo frangenti di pura emozione estatica, il proseguimento, “Fractal” si attesta su una linea similare, leggermente screziata da sporcizie elettroniche più disgregate, vicine a certe sperimentazioni ambient-glitch già sentite in passato in artisti quali Oval, Loess e Pimmon. La conclusione è affidata a una briciola di beat amatoriale, spezzata, irraggiungibile e impercettibile, impalpabile per natura. Scorre, la finale “A Glimpse”, si lascia andare in rarefazioni di tatto comune a chi ha sensibilità artistica di qualità raffinata.

Questi quadretti impressionistici dimostrano come, con l’aiuto di una discreta capacità riassuntiva, si possa dar sfogo alle proprie emozioni senza annoiare o disturbare ma anzi, incantare, sperando che i propri sogni siano condivisi.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana e Raffaello Russo

venerdì 16 marzo 2007

Tujiko Noriko: "Solo" (Mego, 2007)

















Ascoltando la fresca ristampa di “Shojo Toshi” (per l’occasione intitolato “Shojo Toshi+”), la tentazione di sentire qualcosa di nuovo proveniente dalla formula magica di Tujiko, era irrefrenabile.

Anni molto prolifici per la nostra folletta, soprattutto per quanto riguarda il biennio 2005/2006, in cui è stata capace di rilasciare un lavoro più bello dell’altro. Dalle soffici perline glitch-pop di 28, gli astrattismi del suo precedente disco solista (“Blurred In My Mirror”), le preziose collaborazioni con Riow Arai in RATN, con l’album “J”, e l’ancor più valido ammasso di suoni dal nome “Stéréotypie”, con alle spalle il lavoro di Peter Rehberg (aka Pita), nella sigla DACM.

“Solo” è un album molto particolare, forse il più complesso dell’artista. Le canzoni si fanno ancor più strascicate, lente, spossate, rispetto al passato. Il ritmo è (quasi) sempre calmo, nonostante l’onnipresenza della drum-machine. La struttura si complica ulteriormente, visto che non c’è mai un melodia o un pattern ricorrente, vari rumori o suoni si alternano senza un’apparente logica. Il tutto, apparentemente disordinato, si riconcilia e si amalgama all’arrivo della sua voce. Oh, sì, quella è sempre la stessa. Il suo canto rimane fra il disincantato e il fatato, sempre in bilico fra una distrazione digitale e lampi di melodia. Le canzoni, sì, arriviamo anche alle canzoni. Sono nove, una più bella delle altre, tutte per un motivo diverso.

Appena prende il via “Magic”, sembra proprio di ascoltare “Niagara Hospital” (la prima traccia di “Blurred In My Mirror”), stessa atmosfera claustrofobica, stessi suoni. C’è però l’inserzione di scomposizioni ritmiche (il rimbalzo in sottofondo), beat gommosi, timbri ciclici che si rincorrono senza mai raggiungersi a vicenda. Questa è bella, perché ci ricorda il suo passato, e non è certo spiacevole farcelo tornare alla mente.

“Sun!” si compone di una geniale miriade di campionamenti “faunistici”, rumori, clangori, guizzi di una onnipresente macchina digitale, che detta un ritmo spolpato e distrutto. Pare un’ipotetica sonorizzazione per “la” foresta presente nella sua (di Tujiko, ovviamente) testolina, con alberi colorati, erba rigogliosa e un cielo azzurrissimo. In ordine, questa seconda, ci piace perché fa sognare senza riserve.

“Ending Kiss” scappa dal nostro controllo per due motivi. Pochi accordi di chitarra (peraltro molto poveri), qualche rimasuglio digitale, nient’altro ci rimane per afferrare un qualcosa di ricorrente. Il secondo motivo, si sofferma sulla bellezza della voce. Il ritornello, carico di emozioni, è sospeso, danzano le parole fra le nuvole, e perciò, chi ascolta, non riesce proprio ad acchiappare nemmeno una frase. Questa, perciò, fa impazzire perché il cuore piange sopraffatto dal turbamento.

“Let Me See Your Face” è essenzialmente una canzone d’amore, o una canzone sul desiderio. Tujiko ripete con insistenza la frase :”Let Me See Your Face Again, again, again..”, mentre, inconsapevoli di tutto, spiccioli di suono brillano e si oscurano nel secondo più lungo, vocalizzi in secondo piano sognano e parlano della loro storia notturna, il giapponese prende il posto dell’inglese, ed è un finale in cui tutto scompare e riappare. La quarta, ammalia semplicemente perché parla di un rimpianto, di una “fantasia” che ormai non c’è più, o forse tornerà quando tutto è cambiato.

“Saigo No Chikyu” è una fiaba che parte sommessa, scivola su linee rette e decise, inciampa in un ritmo che pare un flusso infinito, si scuote quando dei battiti rimbombano, si riprende nell’attimo in cui la calma torna silenziosa. Un’alternarsi incredibile di tonalità cromatiche, dai colori oscuri e sfregianti, fino ad arrivare ad un azzurro pallido. Se i conti tornano, il quinto passo, incanta per il saliscendi timbrico, capace di distogliere l’attenzione, circuire i sensi e lasciar segni indelebili.

“Gift” è forse l’unico episodio in cui gli animi lasciano da parte la malinconia e si riprendono dall’oblio con un piglio pur sempre incessante. Il progressivo scrosciare della tempesta di beats, arriva al suo culmine al termine, quando la voce viene quasi completamente immersa, per poi lasciarla sfogare in un finale di rara dolcezza. La presente, si fa apprezzare per la grazia con cui sedimenta nei nostri sensi.

“No Error In My Memory” non è una canzone, al massimo la si può definire una sorta di poesia con il contorno della musica. Tujiko racconta la sua storia in giapponese, esponendo con grande velocità progressiva, mentre gli strappi sonori si fanno notare per estrosità e cupidigia. Il grande merito di questo pezzo (e perciò, il motivo per cui è apprezzabile), risiede nella capacità di tirar fuori le nostre paure e sbatterle davanti all’ascoltatore, davanti a noi. “Spot” è il culmine dell’essenza intangibile di questo mucchietto di canzoni, il ritmo si fa sbriciolato e inesistente, mentre il cantato, come in tutto il disco, è sempre più personale e, soprattutto, adattato e adatto ad ogni frangente. Piccole sembianze di canzone si vedono sporadicamente, ma è un senso di disorientamento quello che ci avvolge. D’altronde, è anche il motivo per cui questo penultimo episodio è per l’ennesima volta promosso.

Tutto ci si aspetterebbe da Tujiko, qualsiasi trovata, ma un finale movimentato, quasi dance, proprio no. “In A Chinese Restaurant” è un geniale groviglio di scampoli elettronici che perdura per quasi 9 minuti, fra alti e bassi, impennate intrecciate, stimoli inarrestabili. Forse tutta la sua fantasia si riversa qua, magari eventuali sviluppi futuri risiedono in questa indicazione misteriosa. Fatto sta che niente è fuori posto, perciò, la stellina positiva è assegnata anche alla canzone numero 9, per una semplice motivazione, la “sorpresa” è impagabile.

Distratti da quest’ultima perla, veniamo condotti al termine, senza certezze, smarriti e lasciati alla deriva. L’unico punto fermo si può ritrovare in un’opera complessivamente coesa, diversa rispetto al passato, innovativa per quanto riguarda la carriera di Tujiko. Il lato più devoto alle emozioni è pienamente soddisfatto, come dimostra ogni singolo frangente, risiede nel più piccolo particolare apprezzabile.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

domenica 4 marzo 2007

Takako Minekawa



















 lei è stata uno dei primi amori jappo visto che la seguo fin dalle performance con la storica band j-pop L↔R. gli album, in ordine, sono Lack Of Reason (1994), Singles & More (1994), Knockin' On Your Door (1995).

poi l'abbandono e l'uscita del primo singolo da soslita. l'adorabile Fantastic Cat, datata 1997. una canzoncina proprio perfetta..

di seguito è arrivato il suo primo album solista, Roomic Cube, che si distingue per un piglio pop fantastico, sempre in bilico fra melodie infantili e motivetti delicatissimi. la sopracitata Fantastic Cat è il manifesto del disco, ma episodi come la delicata Never / More, e, sopratutto, la dissonante Destron (un capolavoro pop), rendono questo disco una bella perla solitaria.

il successivo Cloudy Cloud Calculator è leggermente più "azzardato" e tenta vie più estrose, riusciendoci con grande validità, sopratutto nella seconda parte del disco.

poi due uscite di remix, sfiziosissime e piene di chicche, a nome, rispettivamente, Reecubed EP e Ximer …C.C.C. Remix.

e qui è davvero c'è l'imbarazzo della scelta, fra il remix di Pulsars di Fantastic Cat, Klaxon! rimestata da Buffalo Daughter e una versione fantastica di Phonoballoon Song, remixata dal sultano dell'elettronica giapponese, Nobukazu Takemura.

Nel frattempo (fra il 1999 e il 2000) Takako conosce Tujiko Noriko e si sente.

Fun 9 è più astratto, a partire da Gently Waves, fino ad arrivare a Shh Song. L'unico pezzo a pronta presa è Splash!. a questo disco collaborano Cornelius e Aki Onda (quest'ultimo ha già lavorato con Tujiko Noriko in From Tokyo To Niagara).

Ancora remix in Ximer, fra cui il più positivo (oltre al già citato Phonoballoon Song di Takemura) è International Velvet di Oval.

Nel 2000 la sua ultima prova, un mini cd fatto di 7 canzoni. e si chiama Maxi On.

Già la copertina e la confezione in cartone me lo fanno wubbare, non parliamo delle canzoni. Belle, belle, belle. Brioche, Sleeping Bag, la stessa title-track, sono semplicemente perfette.

poi il niente, apparte un dubbio remix per i Moreno + 2 nel 2005..

non so che cosa sia successo, a me manca tanto..

sabato 17 febbraio 2007

Valerie Leulliot: "Caldeira" (Le Village Vert, 2007)



















la cantante degli autour de lucie il 19 febbraio esce con un suo album.

da quest'estate, quando scoprii quasi per caso la band di appartenenza di valerie, il mio amore per gli autour de lucie è aumentato progressivamente. sopratutto per "Faux Movements", esattamente ciò che mi serve quando mi sento triste.

ora c'è Caldeira. c'è pure Sébastien Lafargue, il batteristia tuttofare degli autour de lucie.

come per quanto già ascoltato in passato, ciò che balza subito all'attenzione è la voce di Valerie. se in passato certe trovate melodiche e strumentali offuscavano leggermente (ma poco, eh) la vera espressività delle sue parole, in queste canzoni il potenziale esplode in tutta la sua bellezza.

Mon Homme Blessé è una ballata simil-country solcata da percussioni inusuali, suoni piccoli per una canzone piccola e adorabile.

L'eau du Gange si barcamena intorno a una serie di accordi di chitarra impietosi e strascicati, a cui si aggiungono piccoli arpeggi sognanti presi a braccetto da un'armonica, di fatto mettendo insieme una perfetta canzone pop. sì, semplicemente pop, semplicemente splendida.

l'intromissione di un piano malinconico nella title-track inietta sensualità alla voce di valerie, dove le chitarre quasi post-rock in sottofondo danno un senso di "sogno", le parole recitate quasi come una poesia, fan fermare il cuore.

La successivva Au Virage vede l'arrivo di una batteria elettronica, senza contare un batttito di mano concitato. I cori femminili con un :"uhhhh-uhhhhh" danno una marcia in più, intrecci percussionistici completano un'altra perla. e siamo soltanto alla numero 4.

L'atmosfera si fa plumbea e flemmatica in Falaises, senza rinunciare a un pizzico di tensione emotiva, la struturra si riduce a poco più che niente nell'essenziale, tutt'altro che scontata, Un Point De Chute.

Un Endroit è forse il pezzo più bello della raccolta.

il piano, già in precedenza menzionato per il tatto con cui viene suonato, si avvale dell'aiuto ritmico di una drum-machine soffice, lo xilofono, mai così bello, splende con i suoi rintocchi puntuali. Poi, sibili elettronici, squarci melodici, cesellano qualcosa che, unito al cantato fracense, sembra volerci comunicare qualcosa di puro e rassicurante.

Dopo questo colpo diretto al centro delle nostre paure, ci vuole un po' di spensieratezza. Sembra proprio messa al posto giusto, la canzoncina successiva. L'amour Désormais splende fra un'armonica classicheggiante, sembianze country, pregevoli arrangiamenti strumentali.

Se la solenne lentezza di Un Coeur Gelé può lasciar intorpiditi da un freddo pungente, Rien De Grave risolleva leggermente il tono sommesso del disco.

Il finale, affidato a Pyromane, si staglia su un suono che dondola, non ha consistenza, smette di palpitare per poi tornare con un sussulto elettronico, ma pur sempre tenue.

se emilie simon, giusto l'anno scorso, aveva affermato la validità del cantautorato francese con tendenze pop, valerie conferma, ammalia, incanta.

sabato 10 febbraio 2007

Last Days: "Sea" (n5MD, 2006)


















Alle volte capita, quando si è veramente innamorati della musica, di imbattersi in storie strane, affascinanti, ammalianti. L’orecchio (e la mente) vengono attratti inesorabilmente e, talvolta, liberarsi, è terribilmente difficile. Un mucchio di canzoni che stanno esattamente sul palmo di una mano, una mano in cui la luce riflette, magari proprio davanti a una spiaggia, quella in cui inizia (o si conclude) il mare a cui si riferisce il titolo di quest’opera.

Graham Richardson è pressoché uno sconosciuto, questa sembra la sua prima incisione. Parla del suo album come di un viaggio. La fascinazione per gli orizzonti remoti e isolati, l’idea di un itinerario incantato, la brillantezza di un sole che distrugge ogni dubbio. La voglia di intraprendere un percorso senza meta, senza partenza, senza scopo. Il bisogno di fuggire dagli aspetti terribili (e terrificanti) della propria vita per raggiungere un’esistenza all’apparenza migliore, fuori da ogni dolore e sofferenza. La disillusione finale, il ritorno alla realtà, la consapevolezza che ogni inizio ha sempre una fine. I temi che caratterizzano ‘Sea’, intrisi in ogni nota, sono la solitudine, il disagio, il disincanto, la necessità di fuggire. La speranza, una manciata di speranze accartocciate negli scompartimenti più desolati dell’anima, riesumati per l’occasione giusta.

L’album è un tenero sciogliersi di trame pianistiche contorniate da trattamenti elettronici soffici e flebili, appena solcati da un ritmo minimale, piccolo, a tratti inesistente. Se da lontano, come se fosse tutto difficile da capire, pare di sentire qualcosa di noto, un piccolo suono distoglie l’attenzione, quasi a volersi prender gioco dei nostri sensi. Partendo da un immaginario mondo digitale, l’aspetto (e la controparte) umana viene rappresentata da un incetta di strumenti classici, dalla suadente chitarra, al solenne glockenspiel, fino a giungere alle scorbutiche percussioni.

L’introduzione, come da programma, riguarda ciò che abbiamo da dire all’inizio di un viaggio. Le spiegazioni che nessuno mai capirà, le lacrime che mai nessuno riuscirà a ricordare. Le parole, si sperdono inesorabilmente fra un tripudio di sibili glaciali, quando pensano di ritornare, verso la fine, gesticolando disperse. Il titolo, giusto per ribadire, è “Leaving Home”.

Prosegue, con la calma di un mare sul termine del tramonto, la splendida “The Safest Place”. Note di piano centellinate, la cui cassa di risonanza si spande con profondità, una chitarra già alza il tono emozionale, estenuando gli occhi, il cuore, ogni sentimento malinconico possa esser concepito viene a galla. Prosegue placida, lo sgretolarsi dell’armonia è progressivo, i timbri via via si fanno più rarefatti, disgregati, sfaldati. Le fine, è il trionfo di un silenzio dalle sembianze fuori dal tempo.

Uno stralcio di melodia scarabocchiata nella notte, le tensioni di un gelo sferzante, movimenti turbolenti e distrutti, quasi dei suoni accennati ma mai portati a termine. “Two Steps Back” si struttura con gentilezza, gira intorno a qualche accenno morbido, sprofondato nell’aria, si schianta fra rumori disturbanti, aventi l’aria di qualcosa d’estraneo. Sbatte, infine, nel solito punto d’arrivo, una quiete sorniona, una ninna-nanna per bambini troppo cresciuti.

Il percorso prosegue, si fanno largo le intemperie, ed arriva la neve. Infatti, “Snowing”, narra una musica artica, distaccata, spezzettata in fiocchi. Sì, fiocchi di consistenza immateriale, minuscoli granuli piovono dall’alto con frequente cadenza. Piccoli beat, minimamente delineati, fanno spazio ad alcuni attimi di pura desolazione.

Il cammino continua fra sembianze orrorifiche e spettri sonori (“Arriving At Jan Maymen”), gentili tappeti ambient camuffati da una patina lo-fi e xilofoni tintinnanti (“Mountains”), un ritmo che si affaccia sottoforma di canzone, completa di percussioni e andamento tuttosommato stabile, nella toccante “Your Birds”.

Ancora la notte, però questa volta è serena, c’è una luce, la si vede chiarissima in cielo. Si spande, affascina, i suoni raggi sono così lucenti che emettono un piccolo suono apparentemente udibile. “Nightlight” ha un tocco quasi commovente, soprattutto nel modo in cui si srotola, puro, vivido, impreziosita per l’ennesima volta da xilofoni mai grossolani ma sempre misurati e brillanti.

Un piccolo sapore per i sensi gustativi, nella cortissima “Saltwater”, gemme d’esecuzione pianistica, nell’essenziale intreccio dai contorni sensuali di ”I Remember When You Were Good”.

Se il mare norvegese, a quanto sembra, ispira attimi di pienezza mai riscontrati fino ad ora, con un azzeccato colloquio fra una chitarra sparuta e  una polverina elettronica, i suoni perforanti e a loro modo funerei di “Dying Minutes”, cesellano frangenti ripetitivi e sfiancanti, la cui terminazione naufraga, con un rumore concluso pochi secondi prima dell’effettiva fine.

Pare conclusa la carrellata di emozioni, almeno ci s’aspetta che le ultime due tracce siano dei compendi di valore, sì, ma non come “Fear”. E invece c’è anche lei. Forse l’unica traccia in cui la struttura compositiva è riconoscibile, con dei tratti fermi e decisi. Perciò, quando la chitarra inizia a snocciolare il proprio ritornello, tutto si tramuta in felicità, perché successivamente arrivano, solcando la paura come sfrontatezza, note di piano, timbri colorati, una percussione che ripete, senza il bisogno di essere interpretata, :”Corri, non avere paura, continua con questa cadenza”. Durante, e dopo, si aggiungono xilofoni, reticoli elettronici, deviazioni ambientali, per un risultato finale di una bellezza così autentica da non lasciar altro dentro di noi se non lo stupore e una vaga rassicurazione.

Giunti, ora sì, davvero alla destinazione, “tutti i fari” sono puntati su di noi, e il vento, si staglia flemmatico e pungente, la freddezza di un saluto ritorna in mente, il terrore dell’abbandono si ripresenta puntuale. La malinconia era il termine più adatto a un tragitto così lungo e tortuoso, pieno di difficoltà ed anche sorrisi, per un disco che, sì, si distingue, perché, come tutti sanno, non ogni storia, come lo è questa, finisce a lieto fine, visto che, in questo caso, pare non dare appigli, sicurezze, ma solo illusioni, speranze, fantasie. Ma d’altronde, la tensione è ciò che più (ci) piace.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 22 gennaio 2007

Sierpinski: "Evening Water Project" (Jonathon Whiskey, 2006)


















 Post-rock (più o meno emotivo), anno 2006.

Potrebbe sembrare un inutile esercizio retorico domandarsi oggi la valenza espressiva di un genere dal profondo impatto riflessivo e passionale ma ormai ampiamente sviscerato, almeno in quella che ne rappresenta la forma canonica, immancabilmente incentrata su costruzioni in crescendo di prevalenti chitarra, basso e batteria. Eppure, la questione non risulta per nulla oziosa se si è in presenza non dell’ennesima pallida riproposizione del suono di Mogwai o Explosions In The Sky, ma di un lavoro fresco ed efficace come il secondo album degli inglesi Sierpinski, band originaria di Leeds che con i più noti concittadini Hood condivide un approccio obliquo, estremamente aperto, che attraversa generi e definizioni, dando luogo a una forma musicale mutante, sospesa tra opache ambientazioni atmosferiche, frammentazioni post-rock e accenni di sperimentali innesti elettronici.

Sono questi i principali ingredienti di “Evening Water Project”, che nei suoi poco più di quaranta minuti di durata, ripartiti in nove brani, enuclea diverse possibilità evolutive di un suono dai costanti tratti notturni, che descrive malinconie metropolitane dai contorni sinistramente accoglienti, con l’espressiva interazione di pianoforte, chitarre acustiche ed elettriche, nonché campionamenti di fiati sparsi qua e là nel corso dell’album. Fin dall’iniziale “This Geography Of Ours” (brano curiosamente recante il medesimo titolo del precedente album della band), ad imporsi all’attenzione sono soprattutto i caldi battiti elettronici, che qui si avviluppano intorno a nervose oscillazioni chitarristiche e ovattate note di pianoforte, mentre altrove giungono a squarciare l’apparente immobilità del contesto sonoro o, più spesso, creano loop essenziali e sinuosi, di un fascino accattivante ma emotivamente impietoso.

L’utilizzo dell’elettronica, confinato a un ruolo marginale nell’impianto relativamente “classico” del brano iniziale riveste invece centralità assoluta nelle successive “Save Us” e “Midday Flowers”. La prima è caratterizzata dal felicissimo accostamento tra un’essenziale melodia pianistica e l’incedere ritmico sintetico che, a velocità alterne, disegna intricati arabeschi sonori prossimi all’IDM, dissolti soltanto da un finale limpidamente ambientale; l’incedere della seconda è invece compassato e avvolgente, con le sue iterazioni pianistiche, gentilmente sporcate da piccole dissonanze elettroniche che creano atmosfere paragonabili in parte a quelle delle recenti produzioni di Piano Magic.

“Abyss” prosegue poi nell'ibridazione di elementi tra loro estranei: contrabbasso dai sapori jazz, note pianistiche che ben figurerebbero in un affresco classico, intrecci chitarristici scintillanti. L’effetto complessivo è a dir poco spiazzante, vista la carne messa al fuoco. Però, c’è un però. Il pezzo si svolge con naturalità, purezza, le note scorrono, si incrociano e tornano al loro punto di partenza, aiutate dalle loro compagne dell’altro strumento. La pausa che riesce a intercalarsi verso la fine, contornata da improvvisi sprazzi di fiato, rende ancor più prezioso un collage dalle forme irriconoscibili.

Sulla falsariga della precedente si attesta “We Are A Storm”, in cui il lamento di qualche voce, in un sottofondo lontanissimo, sembra donare speranza alla musica, inevitabilmente destinata al naufragio, in un finale dissonante per la ricchezza del suono.

“Pebbles Across The Sea” è forse la punta dell’iceberg per quanto riguarda l’estrosità della proposta presente fra le trame di quest’opera. Ai fiati viene aggiunto un raggelante scoppiettio elettronico, frastornato e disincantato, a cui si sommano xilofoni vari ed eventuali, pause digitali, gentili accenni di capacità riassuntive. Se vi sembra che ci sia troppa confusione, provate ad ascoltare, il tutto fluirà dentro le vostre membra, senza lasciar traccia, se non quella simile all’incanto.

La formula viene ulteriormente sviluppata, puntando sempre sullo scontro fra atmosfere falsamente eteree, e un ritmo scomposto e disordinato. Perciò, le convulsioni al limite della minimal-techno di “All That Alters”, inserite in un contesto tutt’altro che usuale, trasformano l’ovvio in sorpresa. Prendere da una parte le chitarre e il piano, con l’aggiunta dell’immancabile contrabbasso, dall’altro gli effetti digitali. Pensare se separatamente potrebbero stare insieme. La risposta più ovvia è sì, ma senza un risultato proficuo o perlomeno stimolante. Così, invece, sembra di sentire qualcosa di veramente fuori dal comune.

Dopo il colorato e immediato affresco strumentale di “Don’t Say”, giunge il commiato, con “Lines To Load”, il cui preludio pare introdurre ad una composizione stazionaria, mentre il volgersi del minuto due instrada il pezzo in un flusso di ritmi e suoni posizionati ognuno al proprio posto, in modo da cesellare l’ennesima perla, il susseguirsi catartico, che spezza in due ogni dubbio e centra la pura certezza d’essere al cospetto di uno dei dischi più innovativi del 2006 appena passato. Sì, perché dire innovativo, al giorno d’oggi, in musica, è sempre lecito e permesso.

(7,5)
 
recensione di Alessandro Biancalana e Raffaello Russo

mercoledì 10 gennaio 2007

Arab Strap, 24/11/2006 @ Estragon, Bologna

 















Il duo scozzese che ha forgiato a fuoco il panorama musicale odierno, dice addio, ci saluta. Aidan e Malcom, però, hanno deciso di farlo a modo loro, con un tour d’addio speciale, emozionante, inestimabile. Una serie di concerti per ringraziare il loro pubblico, le persone che li hanno supportati in questi anni di “lacrime”. Sì, come accenna il titolo della loro ultima uscita: “Ten Years Of Tears”. Dieci anni di malinconia sommessa, dieci anni di emozioni velate, dieci anni di canzoni che hanno segnato i nostri cuori.

L’atmosfera, all’interno del locale bolognese, è tiepida. Una nota malsana per una serata fantastica: ci si aspettava davvero un’accoglienza più nutrita, soprattutto in una città come Bologna, dove l’ambito cosiddetto “indie” è molto attivo e presente. Ed invece, il numero di persone presenti non è minimamente sufficiente ad onorare un evento così importante.

L’attesa è snervante, i minuti passano come ore, il arrivo sul palco tarda ad arrivare, il pubblico accalcato davanti al palco inizia a rumoreggiare nervoso.

Poi, improvvisamente, inizia a riempire il vuoto, che si era pericolosamente creato nell’aria, la splendida melodia di cornamusa, presente nella traccia “(Loch Loven Intro)” proveniente da “Monday At The Hug And Pint”.

La loro performance si svolge con grande disinvoltura, senza nessun tipo di intoppo, dimostrando una grande capacità di “tenere” il palco. L’unica impressione che stona, rimanendo comunque un’impressione, è la freddezza che aleggia fra Aidan e Malcomm. I due non si guardano mai l’uno negli occhi dell’altro, eseguendo, seppur perfettamente, il loro compito davanti agli spettatori. Forse c’era davvero qualche contrasto fra loro due? Il dubbio rimane.

Il roboante martellare che introduce “Fucking Little Bastards” si spande fra le orecchie degli spettatori e carpisce ogni minimo silenzio lasciato da parte precedentemente. L’esecuzione è, se vogliamo, addirittura più elettrica e aggressiva, rispetto a ciò che si può sentire su disco. Lancinanti fraseggi al limite del noise eseguiti da Middleton con la chitarra, accompagnano il cantato caracollato e scostante di Aidan, completamente immerso in un mondo fatto di gesti e schizofrenie, il batterista pare una macina incontenibile, il pubblico si anima in un ballo spastico e sfrenato. Forse il momento più esaltante di tutto il concerto, in cui la calma repressa negli episodi precedenti esplode con forza impressionante.

In origine, il pensiero all’esecuzione dal vivo di “Who Named The Days?” faceva storgere il naso, pensando alla mancanza dei violini, elemento caratterizzante della canzone presente su disco. Invece, si viene smentiti. Nonostante la defezione degli archi, il complesso strumentale, con l’aggiunta della personalità scenica e vocale di Aidan, ricolmono la sala del concerto di suoni flebili, docili, toccanti, terribilmente “pericolosi”. Pura emozione espressa con le note, una canzone che dura all’infinito nella testa di chi l’ascolta, parole d’amore velate e silenti, schegge di dolore sibilano nella mente.

Il "momento Philophobia" è sicuramente attesissimo, e il gruppo lo propone con uno dei pezzi più belli del disco e del loro repertorio tutto: partono le prime note sommesse di "New Birds", ed il suo racconto, accompagnato dalla voce di Aidan che pare quasi non voglia farsi sentire. l'atmosfera nel locale si chiude come in sè stessa, mentre la canzone scorre lenta e triste, amara, verso un crescendo finale da togliere il fiato; il suono si fa più cupo e violento, claustrofobico, per poi ritirarsi nuovamente ai piedi del palco, lasciando un vuoto doloroso. Così si consuma un altro dei momenti di maggior picco emotivo dello show che sta per volgere ormai verso il suo capitolo finale.

Fra le note stranamente “felici” di “There’s No Ending”, la sorpresa per l’esecuzione del primo singolo “The First Big Weekend”, targato 1996, per la prima volta la band si nasconde fra le quinte.

Quando ritornano sul palco, Aidan e Malcolm sono soli, spogli della presenza degli altri musicisti che fin'ora li avevano accompagnati. Rientrano solo loro due, come a voler dire "ci siamo, questo è veramente il nostro addio, ciao". La fine di questo lungo congedo non poteva essere migliore: i due scozzesi prendono posto l'uno davanti al microfono, l'altro seduto al suo fianco poco distante, una chitarra in mano; la piccola folla si cristallizza, quasi un unico fiato sospeso nell'attesa di ricevere un ultimo regalo dal duo, la testimonianza di 10 anni di storie d'amore, di sesso, storie di parole spese in un pub, confuse in una sbornia malinconica. ed è proprio con le parole di “Packs Of Three”, la traccia d'apertura di “Philophobia”, che si apre un ultimo racconto, con la voce bassa e sicura di Aidan ad insinuarsi lenta nella testa di ogni presente, a concretizzare figure e situazioni. E un calmo incedere narrante, una piccola magia divisa tra un'intimità personale e segreta e le sfumature di una memoria remota. Il momento finale è la commozione nello scoprire quanto possa essere bella “The Shy Retirer” in versione acustica, ed è già palbabile quel senso di solitudine che i due si lasceranno alle spalle. :”But how do you know you've ever really loved?”, canta Aidan, canta delle consapevoli paure, canta di quel romanticismo un po' sghembo e mai forzato che in questo momento il gruppo ci dona in una sorta di ballata sconsolata e scarna, un  ritorno verso casa lungo la solita strada deserta dopo una serata passata a ricordare. E così, senza accorgersene nemmeno, è tutto finito, è già ora di risvegliarsi. ringraziano, salutano, che più che un addio ha il tono di un arrivederci a un poi imprecisato. si cala il sipario sul lungo viaggio degli Arab Strap, lasciandoci col rammarico, l'amarezza per quello che sarebbe potuto essere ancora, ma anche con tanta gioia, quella gioia che nessuno lo dice, ma rimane dentro in un angolino a festa finita. Quella degli Arab Strap finisce proprio ora, dopo 10 anni di lacrime: non resta che infilarci il cappellino a punta e sederci in disparte, a guardare un po' persi quello che è rimasto.

recensione di Alessandro Biancalana e Alessandra Dalla Mora