lunedì 14 marzo 2016

Barbara Morgenstern. Diario di una techno-cantautrice.



Sull'onda lunga dell'entusiasmo post-unitario, i Novanta tedeschi furono un'irripetibile congiuntura di esperienze distinte ma comunicanti. Se da una parte è innegabile l'influsso di venti d'Occidente, sotto forma dello standard "acido" d'Oltremanica - un fascino che attecchirà a un punto tale da elevare Berlino nel giro di un lustro da colonia a metropoli del 4/4 - dall'altra se il suono di nomi pur differenti come Mouse On Mars, Basic Channel e i fratelli Lippok ha una peculiarità inconfondibile e riconosciuta è un fatto che si ricollega a sua volta innegabilmente alla geografia, questa volta quella immediata dei fa(u)sti elettronici di marca seventies, traghettati fino al ricongiungimento delle due Germanie da brani quali "Computer Liebe " e "Techno-pop" dei Roboter di Düsseldorf.
Nel fiorire di scene elettroniche, a Est come a Ovest, tra le storie ancora tutte da rivalutare ci sono quelle di etichette formato-famiglia come Kitty-yo e Monika, due label che presero in considerazione per prime discorsi di genere e homo digitalis e promosse da madrine quali Gudrun Gut e Agf. Lo spirito spiccatamente indipendente di ambienti di questo tipo genera anche esperienze come la Wohnzimmer, fondamentalmente un collettivo di musicisti che sceglie di sbarazzarsi delle macchinazioni dell'industria discografica e di organizzare serate, nomen omen, nel proprio soggiorno di casa.
È in questi scenari che Barbara Morgenstern comincia a farsi notare.

Giunta nella capitale, fresca di conservatorio dalla provincia vestfaliana, Morgenstern finisce ben presto nel circolo giusto, con compari quali Maximilian Hecker, Pole e Ronald Lippok e la comunità Wohnzimmer in cui affina la sua sensibilità "sintetica".
Nel 1997 consegna i due primi Ep, Plastikreport e Enter The Partyzone, quest'ultimo per la "ladies only" Monika Enterprise. Si tratta di due brevi raccolte di canzoni - in tedesco - che ben testimoniano lo sviluppo della penna della Morgenstern, in particolare il suo prendere le mosse da certo synth-pop minimalista e con un gusto per le dissonanze, ma anche da una vena quasi-punk ("Im Wiederhall").
Nello stesso mood viene inciso il primo album vero e proprio, Vermona ET 6-1, ancora per la Monika, con cui da inizio un'affettuosa collaborazione che durerà quasi un ventennio, nel cui catalogo compare nel 1998. L'album raccoglie alcune tracce già edite nei due Ep e le amalgama in un insieme più coerente in cui vengono intercalate produzioni originali. Questi ultimi sono però pezzi che fanno la differenza, in un album che altrimenti sarebbe rimasto una compilation di tentativi apprezzabili ma nulla più. Brani come "Das Wort" e "Ein Versuch", oltre a brillare come tenere ballate minimal-electroniche, mettono bene in chiaro come la Morgenstern non sia interessata - non esclusivamente - agli aspetti legati alla costruzione e de-costruzione del suono (come lo sarà Agf e altri nomi legati alle punte d'avanguardia del glitch), quanto, invece, la sua missione sia più una ricerca di armonia tra le nuove frontiere minimal, un'estetica tardo synth-pop e un'inclinazione più tradizionalmente cantautorale.

Tutto questo giunge però a completa fioritura con il successivo Fjorden (2000), registrato con Thomas Fehlmann e i fratelli Robert e Ronald Lippok, già Tarwater e To Rococo Rot.
L'album riesce a riassettare i precedenti, acerbi, esperimenti in direzione di un glitch-synth-pop più trasparente, a fuoco e, più frequentemente, "canzonettaro".
Se infatti la notturna apertura di "Tag Und Nacht", la serenata sintetica della titletrack e il melanconico strumentale di "Dr. Mr" sono piacevolissimi bozzoli glitch che strizzano l'occhio a certo downtempo e ad alcune reminiscenze "björkiane" e Boards Of Canada, il singolo "Augenblick" è uno splendido e rarissimo esempio di idm magistralmente sposata a un passo (trip-)pop e canticchiabile melodia multi-strato, "Der Hintergedanke" ha quasi la sensibilità di una Nico o una Joni Mitchell nelle sue corde confessionali e "Mjisnjedschaz" è esattamente come immaginereste un blues trasognato intonato su uno scheletro techno-ambient.
In questo equilibrio su spinte apparentemente contraddittorie si forgia così l'idea di "elektronisches Pop" della Morgenstern, una forma ambiziosa ma umile a un tempo, caldamente riflessiva ma anche positiva e con un senso della dinamica nella agro-dolcezza estrema delle atmosfere che ne nascono e nelle storie di meditazioni quotidiane timidamente scoperchiate nella metà abbondante "cantata" dei brani.
In punta di piedi, Fjorden imposta lo standard di (alta) qualità su cui la compositrice tedesca svilupperà il suo personale percorso nelle produzioni a venire.

Barbara MorgensternIl discorso prosegue tre anni dopo con Nichts Muss, pubblicato in piena esplosione electro-pop e indietronica. Il disco si fa apprezzare per un gradevole piglio electro veramente ispirato, dove la fantasia nell'uso di synth e drum-machine si incastona in maniera pregevole in un contesto pop. Avvicinabile a certe cose di casa Morr Music o Plug Research, il materiale qui presente traghetta la tradizione teutonica del pop robotico verso una forma canzone elettronica dalle vena cantautoriale, arricchendo singulti tech-pop con partiture di piano, chitarra e altri strumenti acustici. In Nichts Muss, si consolida un altro elemento di tutta la musica di Barbara. Infatti, la fluidità con cui i suoni accompagnano il cantato rende per effetto la lingua tedesca insolitamente musicale, scorrevole, facile da ascoltare, fatto inusuale per la fonetica e l'immaginario cui solitamente viene associata.
Fin dal fantastico loop di “Nichts Und Niemand”, passando dai morbidi gorgheggi di “Gute Natch”, ciò che viene alla mente in modo affettuoso sono i successi contemporanei dei conterranei Lali Puna. Melodie educate, non banali o sdolcinate, ma delicate, ritmicamente pungenti, piene di scosse, architettate con perizia e creatività. Gemme come il glitch-techno-pop di “Merci” o lo splendida cavalcata con profumi kraut della title-track, sono solo alcuni degli esempi che fanno di questo terzo disco uno dei migliori di tutta la carriera della nativa di Hagen. Il principale merito di Nichts Muss non è solo quello di concretizzare, dopo gli ottimi segnali di Fjorden, la peculiare poetica morgensterniana, ma anche quello di saper sapientemente convogliare l'ispirazione in qualcosa che va al di là delle semplici pop-song, come viene testimoniato dagli strumentali presenti in scaletta, in bilico fra kraut, electro e ambient (“Is”, “We're All Gonna Fucking Die”).

Dopo un'intenso periodo di composizione prevalentemente solitaria, Barbara da sfogo alla propria vocazione collaborativa in musica e pubblica Pick Up Sticks insieme a Bill Wells (stimato polistrumentista nel giro avant), Stefan Schneider (dei To Rococo Rot) e Annie Whitehead. Il disco, preziosamente in bilico fra bruscoli glitch e jazz in punta di piedi, incanta senza disturbare nonostante la vena fortemente sperimentale. Chitarre pizzicate, timidi fiati in sottofondo, pulviscoli elettronici e qualche strato di tastiere fanno di pezzi come “Waft” o “A Soldier's Shoulder” un fulgido esempio di quel digital-jazz tanto in voga nei giri avanguardistici di inizio millennio. Mai troppo sconnesso o “casuale”, la prova di questo quartetto si distingue per l'efficace mistura fra avanguardia e accessibilità. La titletrack – come del resto un po' tutto l'album - sorprende per la capacità di intrattenre e mantenere un certo equilibrio nonostante la struttura scheletrica, raggiungendo vette in un brano pressochè perfetto come “The Dust Of Months”.

Sempre in vena "collaborativa", nel 2005, nasce invece Tesri, album composto di 12 brani in featuring con il fidato Robert Lippok. Album che, con poca sorpresa visti i nomi in ballo, si costruisce su una concezione minimalista dell'elettronica, ma in funzione tuttavia di un pop futurista e apolide. I brani non sono strutturalmente molto complessi e l'ascolto è sempre guidato da melodie semplici, da sovrapposizioni di suoni, ricavati da synth, chitarre e piano, delicati e ben definiti, accompagnati da percussioni e scelte ritmiche mai esasperate anche quando queste aumentano in vivacità e intensità. In due occasioni - "Kaitusburi" e il grazioso intermezzo di "Otuskimi" - i due si avvalgono anche della collaborazione di Mieko Shimizo alla voce, che contribuisce con un tocco vagamente "cosmopolita" sugli scenari digital-acustici minuziosamente disegnati dal duo.
Spesso è però il piano a fare da portante melodico, come in uno dei brani più memorabili della raccolta, "Sommer", che riporta a mente certe partiture pop di Sakamoto. L'altra collaborazione alla voce è di Damon Aaron dei Telefon Tel Aviv, che dona calore e sofferenza al fluire di break e suoni sinusoidali di "If The Day Remains Unspoken For". Come al solito i brani procedono per addizioni, stratificazioni, e sottrazioni di elementi semplici, di campionamenti e suoni cristallini e puliti, procedimento che è palese nella conclusiva "Winter", dove i rintocchi essenziali del pianoforte e della chitarra giocano a riempire gli spazi creati da loop ed effetti di tastiera dolci e minimali.
Tassello nella discografia della Morgenstern forse di importanza non capitale, Tesri è comunque un capitolo prezioso nella comprensione dell'idea globale di musica da parte della nostra.

Barbara MorgensternAppena un anno dopo quindi la Morgenstern si rimette in solo e arriva The Grass Is Always Greener, quarto album solista e opera che amplia le tonalità del talento della musicista tedesca. Con questa prova inizia una sorta di mini parentesi pseudo-cantautoriale, in cui la compositrice decide di concentrarsi su molti strumenti acustici diminuendo drasticamente l'uso dell'elettronica e dei pur sempre cari ritmi sintetici. In questo leggero cambio di rotta c'è dentro tutto il talento di una vera artista, capace di rinnovarsi ed esplorare nuovi orizzonti senza fossilizzarsi sul proprio campo di azione abitudinario. Il risultato è tutt'altro che fuori fuoco, infatti la modifica della rotta è graduale e perfettamente architettata. Nonostante il synth-pop plasticoso e dai toni distesi rimanga (soffici loop in “Quality Time”, la tesa “The Operator”), a farla da padrone sono flessuose ballate pop (la title-track, la malia di “Polar” e “Das Schöne Einheitsbild”) e indefinibili strumentali a metà fra modern-classical ed elettronica (il bel giro di piano in “Juist” e “Initials B.M.”, la splendida “Die Japanische Schranke”). Continuando nell'ascolto si percepisce chiaramente la voglia di fare qualcosa di diverso, di realizzarlo senza approssimazione o in maniera affettata, tale processo di rinnovamento è rintracciabile nelle scudisciate di synth in “Ein Paar Sekunden” o nel quasi spoken-word pop robotico di “Alles Was Lebt Bewegt Sich”, per altro ottimo esempio della capacità narrativa della Morgenstern, che attinge come al solito da quadretti di vita quotidiana cosiccome da una vena poetica quasi "zen".
Nonostante la sensazione di trovarsi di fronte a un album di transizione ci sia, nell'insieme l'album risulta decisamente positivo e con molti motivi di interesse.

Con il quinto album in studio la Morgenstern decide di proseguire la leggera mutazione intrapresa dalla sua musica, continuando a puntare al lato più cantautoriale della sua arte. Infatti – come già fatto in parte con The Grass Is Always Greener -, BM riassume e concentra tutti gli elementi della musica della Morgenstern compiendo un ulteriore passo verso la definitiva consacrazione. L'uso dell'elettronica viene dosato con perizia rispetto al passato, privilegiando strumenti acustici, nell'intento di dare una sferzata di novità ad un songwriting già di per sè variegato. Da premiare le splendide partiture di piano, mai troppo magniloquenti né invasive, raffinate e perfettamente calate nella fine atmosfera delle tracce (esemplare lo strumentale "Für Luise", come del resto il piano-pop "Camouflage"). Tutti questi componenti vanno a formare un puzzle difficilmente ripetibile, un vero mosaico realizzato a regola d'arte. Policromie d'alta scuola si intersecano con risultati a tratti superbi (l'intreccio fra tastiere e piano di "Driving My Car", duetto fra chitarra e vibrafono in "Come To Berlin"), il ritmo spesso nasce dal niente per poi tramutarsi in un'esplosione timbrica quasi orchestrale (da manuale "Reich & Berühmt" e "Deine Geschichte"). Il perfetto connubio fra classicità e moderno approccio al songwriting splende in tutto il suo fervore, giungendo a una quadratura del cerchio senza sbavature. Gocce di melodia oppressa si distendono con risvolti ombrosi (la rarefatta "Jakarta", le gracili strutture di "Hochhau"), l'acidità electro funge da diversivo per la parte centrale dell'opera (il techno-pop indomabile di "Morbus Basedow", la corta "My Velocity"). Da incorniciare le tenere scuciture minimaliste della composizione senza voce che chiude il disco, un vago miscuglio di improvvisazione cameristica e sinistre influenze dark-ambient.

A cinque anni di distanza dall'ultima volta, torna la premiata ditta presente in Pick Up Sticks con un altro album di jazz deumanizzato e destrutturato intitolato Paper Of Pins. Questa seconda prova riprende il discorso del precedente mutando la forma verso un ambient-pop in cui la componente jazz viene appena accennata dai fiati, mentre la struttura ritmica si scarnifica fino all'osso per diventare un timido anelito. Ciò che ne viene fuori è un'interessante forma di ambient music policromatica, difforme e frizzante, punteggiata dai fiati e sempre entro un generale senso di buon gusto e misura. Fra le otto tracce si fa preferire “Produce Of More Than One Country”, composta da tutti e quattro i membri del quartetto, in cui tutti i componenti si impastano in maniera perfetta, senza dimenticare incanti dal sapore crepuscolare come la quieta “Tributaries” o la romantica “The Hermitage Of Braid”. A differenza di tante produzioni di questo settore, il sodalizio artistico fra questi quattro artisti produce una musica sofisticata ma al contempo “facile”, senza strozzature riconducibili all'improvvisazione, elegante e fluida. Impastando zampilli di synth con risacche di fiati, il disco veleggia versa l'eccellenza fra ritmi sghembi (la bellissima “Rowing Without Roars”) e un misto di tecnologia e romanticismo (mix di sensazioni in “Brown Recluse”), conducendo alla conclusione con un'ultima gemma (la leggiadra “Loitering With Intent”).

Barbara MorgensternDopo un momentaneo allontanamento dall'electro-pop tipicamente tedesco che l'ha contraddistinta, quindi, la Nostra chiude il cerchio e con l'arrivo di Sweet Silence sembra invece tornare indietro di una decina d'anni. Infatti la struttura dell'album si riscopre quasi completamente sintetica, tanto che nei pezzi cantati pare di sentire un synth-pop primordiale, robotico, in cui l'evocazione dei Kraftwerk è quasi scontata (si ascolti l'intro di "Highway", in cui lo spettro dei maestri di Düsseldorf si aggira già nel titolo).
In Sweet Silence la prima cosa che risalta in maniera lampante è la bellezza dei suoni, organizzati in superbe melodie inusuali, frizzanti e mai statiche. In Sweet Silence troveremo un campionario sterminato di composizioni impossibili da dimenticare - infatti, fin dall'iniziale titletrack, passando per la magnifica e gelida "Spring Time", saremo assaliti dall'inappuntabile grazia di ogni singolo pertugio. Il nuovo lavoro si muove però anche su un ulteriore livello, sperimentato con i due dischi precedenti e che potremmo definire a pieno titolo "cantautorale". Forte delle recenti esperienze di reading poetry (il progetto "Only My Pen Tolerates My Choices"), senza dimenticare il cameo nel canzoniere della concittadina Antye Greie-Fuchs, la Morgenstern sembra voler allargare il proprio raggio d'azione, abbandonando per una volta la lingua tedesca e abbracciando un campo lirico alquanto esteso, che spazia da frammenti di routine quotidiana a quiete riflessioni esistenziali, con la solita penna sottilmente canzonatoria, ma con una marcia in più in termini di poetica e comunicatività.

È grazie a questa combinazione, quindi, che Sweet Silence funziona alla perfezione come disco pop brillante e maturo, composto da tredici tasselli che si reggono peraltro benissimo anche singolarmente: il leggiadro synth-pop di "Need To Hang Around", il gioco a incastri di sampling vocali di "Kookoo", il gentile upbeat di "Jump Into The Life-Pool" (che riproduce sinteticamente quell'eterno movimento a spirale qual è il cerchio della vita) fino alla sinuosa deviazione electro di "Auditorium", in cui è più percepibile la mano di T. Raumschmiere in regia, e il bel crescendo glitch-techno di "Status Symbol", unico pezzo ad osare oltre i quattro minuti.
Diretto e incalzante, Sweet Silence è un esempio magistrale di leggerezza e lavoro certosino, di essenzialità e freschezza primaverile. Per un disco che si rifà a modelli creduti morti e stantii non è davvero niente male.

Tre anni dopo, ecco quindi che Doppelstern rinnova l'incantesimo con undici brani-duetto (la "stella doppia" del titolo) con i quali la Morgenstern sembra voler tirare le fila di quasi ventanni di peculiarissimo songwriting che l'ha vista flirtare con il glitch, l'avanguardia, la techno e gran parte dei teutonismi venuti a galla agli albori del millennio. Stilare un "greatest hits" sarebbe stata senza dubbio un'impresa pigra e artisticamente mortificante, per la sempre ispirata e curiosa Morgenstern. La cantautrice di Hagen ha scelto invece di rivedere il suo operato attraverso la lente delle tante collaborazioni messe assieme sin dai suoi esordi nell'eccitante scena berlinese di metà-Novanta. Ecco quindi che la nostra chiama a raduno gente dal calibro di Robert Lippok, Gudrun Gut, Julia Kent, Hauschka e T.Raumschmiere.

Nonostante la compositrice tedesca non abbia mai ottenuto grandi consensi al di fuori del circolo degli appassionati del settore, il merito della sua musica è incalcolabile. Capace di traghettare l'indietronica verso una forma mutata di synth-pop ammaliante e dal forte sapore canzonettaro, la Morgenstern conferma anche in questa ultima fatica le sue straordinarie capacità. Le prime due tracce sono un esempio lampante del suo potere riassuntivo, infatti se “Was Du Nicht Siehst” è un brillante esempio di godibilissimo tech-pop, “Meins Sollte Meins Sein” rispecchia certe tendenze classical molto di tendenza negli ultimi anni. Le innumerevoli collaborazioni all'interno della scaletta impreziosiscono e donano varietà al disco, evitando di rendere troppo frammentario l'andamento ma bensì frizzante.
Singoli pop di spessore (i singulti alla berlinese di “Übermorgen” e ”No One Nowhere Cares”) si incastonano fra sofisticati esempi di ambient-pop (“Too Much” con Gudrun Gut e “Gleich Ist Gleicher Als Gleich”), strumentali dal fascino morboso (la tesa “Facades”) e un pezzo dall'andamento mid-tempo dai sapori jappo (“Aglow”). La coda dell'album, con il picco nel pezzo pianistico “Schie”, ricorda le tentazioni cameristiche di BM, convogliando l'opera verso una sorta di compendio di portata consistente. L'arte di Barbara giunge dunque a un punto fermo, da cui dovrà ripartire convogliando le sue forze su qualcosa di nuovo e magari più elettronico.
A scapito della sua vena pop più posata, la chiave per poter esplodere seriamente sarà quella di puntare su quella verve electro di cui parlavamo ad inizio recensione. È in quel caso che Barbara raggiunge il massimo del suo appeal, permettendole di coniugare la sua grazia compositiva con un'innata capacità di comporre melodie indimenticabili.

di Alessandro Biancalana  e Roberto Rizzo. Contributi di Paolo Sforza ("Tesri").


Barbara Morgenstern: "Doppelstern" (Monika, 2015)















Ascoltare un nuovo album di Barbara Morgenstern è un po' come darsi appuntamento con una vecchia amica, una di quelle che si vedono ogni cinque anni, ma con cui è sufficiente incrociare uno sguardo per ritrovare l'intesa di sempre e scambiarsi le confidenze e le impressioni più intime accumulate dall'ultimo incontro.
A tre anni dall'ottimo "Sweet Silence", interamente in lingua inglese e guidato da una ritrovata verve electro, ecco che "Doppelstern" rinnova l'incantesimo con undici brani-duetto (la "stella doppia" del titolo) con i quali la Morgenstern sembra voler tirare le fila di quasi ventanni di peculiarissimo songwriting che l'ha vista flirtare con il glitch, l'avanguardia, la techno e gran parte dei teutonismi venuti a galla agli albori del millennio.
Stilare un "greatest hits" sarebbe stata senza dubbio un'impresa pigra e artisticamente mortificante, per la sempre ispirata e curiosa Morgenstern. La cantautrice di Hagen ha scelto invece di rivedere il suo operato attraverso la lente delle tante collaborazioni messe assieme sin dai suoi esordi nell'eccitante scena berlinese di metà-Novanta. Ecco quindi che la nostra chiama a raduno gente del calibro di Robert Lippok, Gudrun Gut, Julia Kent, Hauschka e T. Raumschmiere.

Nonostante la compositrice tedesca non abbia mai ottenuto grandi consensi al di fuori del circolo degli appassionati del settore, il merito della sua musica è incalcolabile. Capace di traghettare l'indietronica verso una forma mutata di synth-pop ammaliante e dal forte sapore canzonettaro, la Morgenstern conferma anche in questa ultima fatica le sue straordinarie capacità. Le prime due tracce sono un esempio lampante del suo potere riassuntivo, infatti se “Was Du Nicht Siehst” è un brillante esempio di godibilissimo tech-pop, “Meins Sollte Meins Sein” rispecchia certe tendenze classical molto in voga negli ultimi anni. Le innumerevoli collaborazioni all'interno della scaletta impreziosiscono e donano varietà al disco, evitando di rendere troppo frammentario l'andamento.

Singoli pop di spessore (i singulti alla berlinese di “Übermorgen” e ”No One Nowhere Cares”) si incastonano fra sofisticati esempi di ambient-pop (“Too Much” con Gudrun Gut e “Gleich Ist Gleicher Als Gleich”), strumentali dal fascino morboso (la tesa “Facades”) e un pezzo dall'andamento midtempo dai sapori jappo (“Aglow”). La coda dell'album, con il picco nel pezzo pianistico “Schie”, ricorda le tentazioni cameristiche di “BM”, convogliando l'opera verso una sorta di compendio di portata consistente. L'arte di Barbara giunge dunque a un punto fermo, da cui dovrà ripartire convogliando le sue forze su qualcosa di nuovo e magari più elettronico.
A scapito della sua vena pop più posata, la chiave per poter esplodere seriamente sarà quella di puntare su quella verve electro di cui parlavamo ad inizio recensione. È in quel caso che Barbara raggiunge il massimo del suo appeal, coniugando la sua grazia compositiva con un'innata capacità di comporre melodie indimenticabili.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana e Roberto Rizzo

mercoledì 30 dicembre 2015

Playlist 2015

1. Susanne Sundfør – Ten Love Songs
2. Jamie XX - In Colour
3. Sleaford Mods - Key Markets
4. Ibeyi – Ibeyi
5. LHF - For The Thrown
6. Herbert – The Shakes
7. Kelela – Hallucinogen
8. Black Dog – Neither/Neither
9. Blur - The Magic Whip
10. Braids - Deep In The Iris

11. John Lemke - Nomad Frequencies
12. Mercury Rev - The Light In You
13. Low - Ones And Sixes
14. Darkstar – Foam Island
15. Benjamin Clementine - At Least For Now
16. The Analog Roland Orchestra – Dinsync
17. Romare – Projections
18. New Order - Music Complete
19. Lifted – 1
20. Logos & Mumdance – Proto
21. Emika – Drei
22. Gacha - Send Two Sunsets
23. Rone – Creatures
24. Portico – Living Fields
25. Shiohmo - Dark Red
26. Silicon – Personal Computer
27. Killawatt - Émigré
28. Lakker – Tundra
29. Leftfield – Alternative Light Source
30. Barbara Morgenstern – Doppelstern
31. Foals - What Went Down
32. Autour De Lucie – Ta Lumière Particulière
33. Beach House – Depression Cherry
34. Drew Lustman - The Crystal Cowboy
35. East India Youth - Culture Of Volume
36. Gwenno – Y Dydd Olaf
37. Handful of Snowdrops – III
38. Holly Herndon – Platform
39. Sizarr – Nurture
40. Wire – Wire
41. Eska – Eska
42. Soko - My Dreams Dictate My Reality
43. Concubine – Concubine
44. Sufjan Stevens - Carrie & Lowell
45. Synkro – changes
46. Vessels – Dilate
47. The Dining Rooms - Do Hipsters Love Sun (Ra)?
48. Chemical Brothers - Born In The Echoes
49. Blue Daisy – Darker Than Blue
50. Lilies On Mars – Ago

venerdì 4 dicembre 2015

Darkstar: "Foam Island" (Warp, 2015)
















A due anni di distanza dal magico e alieno “News From Nowhere”, i Darkstar rientrano in pista con un’assenza clamorosa: James Buttery è improvvisamente uscito dal gruppo. Il trio è diventato duo. Un’uscita di scena a suo modo pesante, visto che Buttery, oltre ad essere il vero frontman, incarnava l’anima artistica della band sotto diversi aspetti, stesura dei testi compresa. I due rimasti tengono a precisare come il progetto torni alle origini, infatti, a ben vedere i Darkstar sono sempre stati un duo, l'inserimento di Buttery è stato solo un aggiustamento di percorso.

Dunque, i nuovi Darkstar ripartono semplicemente da James Young e Aiden Whalley, entrambi rimasti a guardia di un progetto nato con l’intento di ricreare una formula elettro-pop tanto travolgente, quanto a suo modo polverosa, aspra, intrecciata fino al midollo tra bassi e drum machine alienanti, di gran fascino. “Foam Island”, terzo disco in cinque anni, nasce dunque zoppo, o perlomeno segnato da un rimpiazzo che sulla carta non c’è, e che trova le sue risorse nei dialoghi sparsi qua e là tra un pezzo e l’altro: conversazioni, brevi estratti di vita sociale dal gelido e malinconico North Yorkshire. Parole spesso intrise di quel moderno disagio economico proprio della classe operaia inglese e di una sempre più ferita media borghesia, afflitta da diversi anni da un incessante malessere post globale. Un senso di smarrimento comune che cede all’impotenza generale verso un modello di sviluppo intransigente e a tratti disumano.

Trapela in questi termini l’allarme sociale lanciato da Young e Whalley, a fungere da contraltare politico al resto della faccenda. La musica che ne consegue è, al contempo, un coagulo di morbidissime articolazioni elettriche, ritmiche misurate, mentre una tenue linfa melodica ne amplia lemme lemme la resa emotiva, come accade nella delicatissima e melanconica "Inherent In The Fibre".

Nonostante la mancanza di un'ugola pregiata come quella di Buttery, Whalley, in veste di cantante unico del duo, si comporta in maniera più che discreta fin dalle sincopi electro-pop della pregiata “Stoke The Fire”. A ben vedere “Foam Island”, se fosse giudicato solo per le canzoni vere e proprie, si dimostra un album di pop elettronico molto ispirato, partendo dai brani già citati, fin ad arrivare alle stramberie d'archi fuse a strutture pop (la bellissima “Go Natural”, i singulti storti di “Pin Secure”). La magia non si placa nemmeno quando il tenore ripiega su strutture più convenzionali (la pur positiva “Through The Motions”) o si accascia in rivoli rilassati e minimali (i glitch alla Telefon Tel Aviv delle title-track), dimostrando una versatilità non da poco.

Il problema di questo album sono purtroppo i vuoti. Senza escludere un sottotesto di impegno sociale, le ripetute pause costituite da estratti di interviste di strada, rendono l'album un qualcosa di incompleto e controverso. Nonostante le canzoni ci siano tutte (unico neo la fumosa “Days Burn Blue”) per riempire una tracklist di tutto rispetto, dal successore del mezzo capolavoro “News From Nowhere” ci si aspettava di più. Non ci resta altro che attendere i nuove percorsi, “Foam Island” è infatti una tappa di passaggio non del tutto compiuta.

(6,5)

recensione di Alessandro Biancalana e Giuliano Delli Paoli

domenica 15 novembre 2015

LHF: "For The Thrown" (Keysound Recordings)















 Tornato a distanza di tre anni dal mastondontico esordio ”Keepers Of The Light”, il collettivo LHF prosegue il suo percorso nella sperimentazione elettronica a tutto tondo. In formato decisamente più contenuto – questa volta le tracce sono dieci – la formula del misterioso gruppo londinese continua in maniera perfettamente coerente. Coadiuvato dalla collaborazione con i Ragga Twins nell'EP ”From The Edge”, il mix di jungle, 2 step britannico e spruzzate dubstep, si colora di sfumature e sentori mitteleuropei, alimentando certe tentazioni esotiche già presenti nel primo disco.

”For The Thrown” veleggia in un stato di perfetta estasi oppiacea, trasportando l'ascoltatore in un limbo dove generi, etichette e definizioni non vengono più in aiuto. La musica di LHF ha a che fare con la metafisica e lo spirituale, così avviluppata in uno stato di perenne incanto, quasi fosse una versione 2.0 dei viaggi psichedelici del flower power anni 70. Ed è in tracce come ”Mud And Robot” che tutto ciò è facilmente riscontrabile. Infatti, oltre all'essere una traccia difficilmente catalogabile, è trascinante, ansiosa, elettrica e pensosa al tempo stesso. La straordinaria capacità di questi musicisti è proprio quella di creare flussi musicali atemporali senza eccedere in manierismi o ermeticità.

Cercando nei meandri del disco possiamo trovare synth luccicanti alla Tangerine Dream (”Gateway”), ammalianti sinfonie arabe (”Surrender”,”Horizon”), incanti a metà fra downtempo e dubstep (la pace serafica di ”Yielding”), spinte più decise verso la jungle (”Entrapment”), il 2 step (”Wet Harmonic”) e la techno (”Triumph”). Il tutto è però svincolato – come già detto in precedenza – da una mera valutazione legata al genere, l'album è efficace e scorrevole grazie a una magica amalgama che rende sensazioni e tendenze diverse divinamente coerenti.

Non un compendio trascurabile bensì capitolo importante dell'idea di musica di LHF, ”For The Thrown” assesta un nuovo tassello di un progetto dagli sviluppi possibilmente senza confini.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

domenica 4 ottobre 2015

Emika: "Drei" (Emika Records, 2015)















Rimasti al palo dopo la parziale delusione di ”DVA”, i fan di Emika hanno dovuto aspettare due anni e qualche trepidazione di troppo per rivederla all'opera. Lasciata l'ala potrettrice del colosso Ninja Tune, la tedesca d'adozione fonda la propria etichetta Emika Records e spiazza tutti prima con il progetto “Klavírní“, poi con il nuovo album “Drei”.

Ad inizio dell'anno in corso Emma Jolly pubblica un album di solo piano con dodici tracce provenienti da partiture suonate, composte e registrate dalla stessa artista ceca all'interno dei suoi album. La forte introspezione del disco, messo nero su bianco nella casa dei suoi genitori e con un registratore in presa diretta, dimostra quanto viscerale, potente ed essenziale sia la sua passione per la musica. Tracce di musica pianistica eteree, fatte di note impalpabili e perfettamente legate al tono brumoso della sua musica, gocciolanti lacrime, sudore e intensità. Non un compendio per completisti, né una divagazione fine a sé stessa, “Klavírní” è un tassello di importanza fondamentale per capire l'arte di Emika.

Venendo al vero suo terzo album, va detto a scanso di equivoci che la Jolly riacquista la potenza espressiva dell'esordio omonimo, rimanendo essenzialmente algida ma non ingessata come in “DVA”, album sostanzialmente sufficiente ma troppo studiato e superficiale. La spinta verso l'electroclash, la cupezza e l'innata tendenza al dramma, fanno delle nove tracce di “Drei” un efficacissimo album di canzoni techno-pop come ai tempi d'oro di artisti come Peaches e Chicks On Speed. Nonostante gli alti e bassi dell'ancora giovane carriera della Nostra, il tratto distintivo che le  ha sempre permesso di smarcarsi dall'etichetta di epigone dell'era electro-clash, è una fortissima personalità in termini di suoni e melodie, oltre alla capacità di cesellare ritmi fuori dal comune. Ascoltare un pezzo come “What's The Cure” vi farà capire come quello che state ascoltando non è qualcosa di assolutamente nuovo ma estremamente “forte” e palpitante.

Scossoni di bassi tellurici impreziosiscono pezzi ai margini del dubstep (la malsana “Without Expression”, i dolorosi synth di “Battles”), mentre il singolo “My Heart Bleeds Melody”, accompagnato da un video molto fisico, instilla angoscia fin dalle prime note con il suo incedere ossessivo. I fumi di un'atmosfera sul filo dell'erotismo sporco e proibito sfiorano pezzi come “Rache” e “Miracles”, lasciando per strada episodi leggermente più posati come “Serious Trouble” e "Destiny Killer", due pezzi catatonici, scossi e tormentati da con fantasmi di piano e qualche inedita nota di chitarra. L'amarognolo che si sente frullare in testa alla fine di questo disco non sono postumi di una sbornia passata, bensì il risultato del perfetto equilibrio raggiunto dell'arte un po' maledetta di Emma Jolly.

Nuovo tassello di un percorso ancora lungi dall'essere arrivato ai suoi picchi, “Drei” è qualcosa di speciale a cui dare la dovuta attenzione. Tutti gli amanti dell'elettronica cupa ameranno questo album, gli stessi a cui consigliamo di recuperare l'esordio del 2011 e attendere sviluppi nel prossimo futuro.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana 

Autour De Lucie: "Ta Lumière Particulière" (P Box, 2015)















Quando sul finire del 2007 Valérie Leulliot rilasciò “Caldeira”, il primo e fin a qui unico disco solista, una sorta di malinconia afflisse i fan degli Autour De Lucie. Quell'uscita condensava in una realtà tutta personale le peculiarità che la band francese aveva dispensato per dieci anni di carriera e cinque album. Per chi non li conoscesse, i cinque galletti sono riusciti fin da subito a fondere in modo magistrale le tradizioni della chanson francese con il folk, l'indie-pop e certe influenze elettroniche (soprattutto nel bellissimo “Faux Movement”), ponendosi come leader del pop indipendente prevalentemente in Francia, senza disdegnare incursioni in tutta Europa.

Il passare del tempo ha portato grandi cambiamenti, infatti da cinque elementi la band diventa un duo, con l'arrivo di Sébastien Lafargue, già collaboratore di vecchia data della band e di Valerie stessa. Le coordinate del suono e l'ispirazione invece non cambiano di una virgola, dimostrando come gli anni non hanno scalfito la capacità della Leulliot di scrivere canzoni.
Quel pop sornione, atmosferico, carezzevole ma efficace, incanta adesso come vent'anni fa ai tempi di “L'Échappée Belle”, la voce femminile sussurrata e leggermente ruvida, unita al tono mid-tempo, riporta a un modo di fare musica pop praticamente scomparso. Pezzi come “Détache” o “Où Ça Va” avrebbero fatto faville nelle rubriche alternative della MTV degli anni 90, con il loro tono fortemente melodico ma mai fuori dalla righe, perfettamente catchy con chitarre precise e taglienti e il drumming secco e preciso.

Traiettorie melodiche plananti e leggiadre, a sovvertire caos e inquietudine (“Ok Chaos”), e vibranti nenie (l’estatica “Brighton Beach”, i morbidi tappeti di “Îlienne”), si alternano in una gradevolissima spirale sonora. Nell’album prendono vita anche momenti vagamente più sbarazzini (“Le Goût des Chardons”,” Cheval étincelle”), a rimarcare, pur senza brillare del tutto, la composta disinvoltura elettronica che delineava intensamente i tratti del primo passato. “C'est Là Que Je Descends” chiude il sipario con il suo piano appena sfiorato e la compostezza vocale della Leulliot, la quale tesse trame puntualmente concilianti e mai invadenti.

La band transalpina non nasconde la propria età, specchiandosi nel raggiungimento completo di una maturità contemplata con inconfondibile charme. “Ta Lumière Particulière” mantiene, in definitiva, ben intatta la serafica maestria degli Autour De Lucie nel modellare con eleganza e parsimonia le proprie strutture armoniche. Una dolcezza che riempie e aggrada, sempre e comunque.

(6,5)

recensione di Alessandro Biancalana e Giuliano Delli Paoli