giovedì 7 agosto 2008

Tearwave: "Different Shade Of Beauty" (Projekt, 2008)



Le sensazioni provenienti dal passato spesso sono quelle che colpiscono più nel profondo. In particolare, infatuazioni di quel suono definito dream-pop sono ricercabili un po' ovunque e numerosi fan di vecchio stampo, e anche nuovi discepoli dell'era oro della 4AD, sono ancora pronti ad accogliere con grande entusiasmo nuovi saggi di quel suono ancestrale.

Il perché di un tale successo ininterrotto dopo quasi 20 anni è un dato interessante, che comprova anche la validità di certe operazioni di "recupero". Molto si deve a quella scuola americana che ha continuato a coltivare il genere nella sua accezione originaria, quella coniata nei primi anni Ottanta dai Cocteau Twins: una scuola a sua volta maturata sotto l'ala protettiva di Sam Rosenthal e della sua Projekt Records, in una linea che negli anni si è mossa attraverso le gesta di gruppi straordinari come Lycia, Mira, Love Spirals Downwards.

I Tearwave sono una band relativamente di primo pelo. Superato il traguardo della prima fatidica prova, giungono oggi al secondo esame, a poco più di un anno dal debutto, che aveva sorpreso e spaccato in due la platea. Le loro melodie, costruite su un procedere flemmatico, colmo di pathos etereo, non erano certo facili da digerire per quanti non sono mai stati avvezzi a certe sonorità. Per questi ultimi non andrà certo meglio con il qui presente "Different Shade Of Beauty". Un'ossessiva verve creativa ha spinto la band a una mastodontica prova di forza: 17 tracce, 77 minuti di ballate languide e eteree, specialità nella quale i Tearwave si dimostrano maestri, riuscendo nell'arduo compito di far tornare vivo e pulsante il sound degli albori del dream-pop, senza contaminarlo con null'altro. Non con l'elettronica di qualsiasi tipo, né con strutture più pop-rock come appena prima di loro hanno fatto i compagni di etichetta Autumn's Grey Solace.

Il sound del quartetto di Buffalo, New York, è denso, oscuro e di non facile accesso, malgrado la delicatezza della scrittura. Gran parte del merito è dell'illuminato chitarrista Doug Smith, capace di accendere fiamme di geniale creatività all'interno di canzoni che si susseguono all'apparenza senza grandi variazioni.

Troppo lungo e ripetitivo, si dirà: eppure sono proprio la durata kolossal e l'omogeneità di fondo che permettono a questo album di espandersi oltre i suoi stessi limiti, raggiungendo un effetto ipnotico d'insieme difficilmente riscontrabile in altre produzioni dello stesso genere, più o meno recenti.

Le invenzioni di Doug Smith consentono poi a ogni singolo traccia di imprimersi nella memoria: basti ascoltare ciò che il chitarrista riesce a creare nel crescendo finale di un brano straordinario come "Holding On", qualcosa per cui lo stesso Robin Guthrie dovrebbe rendere onore al suo giovane discepolo, o ancora gli imprevedibili ruggiti che disturbano la magnifica "Question". E leggiadri e fragili, i suoi compagni ne assecondano ogni idea, pur restando avvinghiati a un costante mood rilassato, arcano e psichedelico.

Sezione ritmica modesta e mai invadente, mentre la vocalist Jennifer sussurra incantata testi tutt'altro che rassicuranti. "The Message" e "Claiming Life" sono contese tra bellezza e disperazione, campi di battaglia dove l'unico punto fermo resta la straziante intensità di musica e parole. E urlano di angoscia le chitarre di "Reflection" e "First Time".

A suo agio nei panni gotici, specie nel perduto addio di "Read Me", Doug Smith è però anche capace di tramutarsi in un novello The Edge nel bel mezzo della vibrante "Nothing's Wrong", portando un brano che inizia come un sogno irrealizzato degli Slowdive di "Souvlaki" verso una epicità commovente, e assai più terrena e energica rispetto al tono generale di un album che sempre più si abbandona estatico alle sue inquiete visioni e invocazioni, con picco di astrazione nei suoni in cascata di "Forgettable Name".

Fluviale e appassionato compendio di un genere di musica trasversale di cui la giovane band sa esaltare le più affascinanti e visionarie potenzialità. Soprattutto questo è il merito di questo album ambizioso, e proprio per questo i Tearwave non hanno il benché minimo bisogno di cercare strade nuove e originali. Nel suo lungo cammino "Different Shade Of Beauty" si fa strada senza fretta, ma con forza straripante, imponendosi come un autentico monumento alla storia del dream-pop. E della storia del dream-pop.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana e Mauro Roma

giovedì 5 giugno 2008

Andrea Parker: "Kiss My Arp" (Mo Wax, 1999)



non ho mai ben capito se andrea parker, e sopratutto il disco oggetto del topic, sia mai stata famosa o un minimo riconosciuta.

kiss my arp è capolavoro di sintesi, influenze e tensioni, catalizzatore di ritmi e voci provenienti da ambienti fra i più disparati.

dj di grande tocco e finezza (lo dimostra lo splendido dj kicks da lei compilato nel 1998) andrea è un'artista molto taciturna, poco prolifica, capace di lavorare nelle quinte e pur sempre sorprendente.

suo unica vera unica prova sulla lunga distanza (ad eccezione di 'Here's One I Made Earlier' uscito l'anno scorso, raccolta di vecchie registrazioni) le 12 canzoni che compongono questo album si influenzano a vicenda e compongono un flusso melodico di rara compattezza e concisione, capace di instaurare un rapporto empatico con l'ascoltatore dai rari tratti simbiotici.

trip-hop che non è lui e si trasforma in musica colma di sofferenza, nata da inquietitudini urbane, in odor di sensazioni danzerine mai sopite o nascoste.

la gestione delle varie correnti è magistrale: se i pezzi cantati sembrano geniali deviazioni disturbate provenienti da Bristol, gli strumentali, che prevalgono numericamente, si snodano su binari a dir poco inusuali. electro kraftwerkiana che cambia sembianze per diventare ambient luciferina ricoperta da un ritmo che viene fuori a spintoni, devastando la porta principale e per di più senza chiedere il permesso.

l'iniziale Breaking The Code è già un colpo al cuore con la sua enfasi sopra le righe, fra archi celestiali che incespicano davanti ai beats che pullulano i quasi 6 minuti fatti di romanticismo lirico, dolcezze digitali ed emozioni dismesse.

la più pessimista (sia nei suoni che nel testo) In Two Minds possiede capacità d'intrattenimento incredibili; se l'intro splendidamente cinematografico fa da corollario alle parole che verranno, il fiume di lettere che ne consegue balzella indeciso fra i suoni perfettamente calibrati: frammenti di classicità operistica (violino, cello), campionamenti strambi (chissà cosa c'è sotto), splendidi patterns analogici. un duo iniziale che sa di capolavoro.





la potenza di questa manciata di canzoni però è la varietà di sensazioni che non sono disomogeneità scontata, nè confusione amatoriale, ma splendide capacità riassuntive, forte personalità e controllo dei mezzi a disposizione smisurato. il down-tempo scosso e inestriscabile di Clutching At Straws si discosta da stilemi risaputi (non essendo di per sè un difetto avvicinarsi) perchè non è semplice emulazione ma sviluppo e continuazione; l'ossessione per i tagli operistici ritorna con più tatto, in sottofondo. gli squarci digitali provenienti da drum-machine e synth splendono di luce oscura e nebbiosa, sovrastata da rumori e sibili sinistri.

Melodius Thunk percorre tensioni sotterranee pericolose che sanno di colonna sonora per un club a 3000m sotto il livello del terreno, fra frammenti di recitazione gotica (pare di sentire muse misteriose durante lo svolgimento) e certosine concatenazioni ritmiche e strutturali.

Some Other Level ondeggia in senso fisico con i synth che oscillano pericolosamente smossi da ritmi post-techno o post-qualcosa, ciò che volete va benissimo. la fluidità dei suoni è talmente lampante che sembra di sentire la sonorizzazione di una vasca acquatica..

l'epopea elettronica di The Unknown mette in risalto ulteriori capacità in sede di assemblamento timbrico, fra singulti IDM, echi industrial e campionamenti urban. nonostante la composizione superi il limite dei 7 minuti, i secondi scorrono veloci e non c'è il pericolo della prolissità, nè dispersione di idee. il cambio di toni nel finale è testimone di ciò: dalla calma serafica dei primi 6 minuti si passa ad una mitragliatrice digitale da pura crisi epilettica.

estensioni chiarificatrici di questo calderone colorato si posso rintracciare nella successiva Elements Of Style, più accessibile ma enigmatica fino al midollo, o nei tribalismi fumosi di Going Nowhere, splendidamente cantata e recitata ancora da Lei. in quest'ultimo episodio c'è anche un uso sapiente e perfetto delle percussioni acustiche; se in precedenza le macchine prendevano il sopravvento, qua un battito preciso scandisce le frasi che scorrono fra clangori metallici e un groove irresistibile e ipnotizzante.

le strambe fantasie psicotiche di Sneeze (2 minuti di glacialità perfezionistica), sono l'anticamera per Lost Luggage compendio e saggio dell'arte musicale di Andrea Parker. il solito violino contorto fa da apripista ad una serie di percussioni tribali (provenienti direttamente dal dub) che accompagnano la voce, elemento chiave di questo pezzo. non contorno, non mero sostituto di un vuoto ma punto focale. le distorsioni che si dipanano con il passare dei secondi, le stilettate al limite del noise e la ciclicità degli archi sono alcuni degli elementi che vengono a maturare all'interno di 7 minuti, lucenti e ombrosi al tempo stesso.

gemella di sangue è la successiva Return Of The Rocking Chair, opulenta e inesorabilmente dilatata, capace di contenere tutto e niente nello stesso istante. la dolcezza della voce si scontra con beat pachidermici, frammenti di stabilità classici si corrodono al cospetto di una bass-line possente. il pathos graduale e calcolato dell'interpretazione canora è da appluasi, si arriva in fondo con il groppone in gola tanta è la tensione incamerata nei minuti precedenti; lo sfogo in corrispondenza dell'urlo finale è d'obbligo.

la conclusione spetta alla turbolenta Exclamation Mark!, marcio pattume elettronico inebriato da tentazioni concrete, chiusura adatta e progressivamente sbriciolata.

masterpiece.

giovedì 22 maggio 2008

Toob

Band formata 5 anni or sono, i toob si compongono di due figure chiave dell'elettronica degli ultimi 10 anni. Jakeone aka Jake Williams e Richard Thair hanno avuto dalla loro una carriera di grande rilievo, mai sopra le righe ma a tratti decisiva. se il primo lo si può rintracciare in svariati dj mix di pregevole fattura, il secondo ha militato in alcune band fra le più significative delle ultime due decadi. The Aloof e Red Snapper hanno tracciato percorsi a dir poco sorprendenti, commistionando ombrose influenze trance e grandi intuizioni che vanno dall'acid-house ambientale dei primi fino all'industrial trip-hop dei secondi.

il percorso artistico dei due si unisce nella ragione sociale Toob che prende il via nel 2003 con un paio di EP molto corposi ed opulenti, improntati su un ritmo sostenuto ma mai ossessionante, una strana miscela di breaks, house e acide spore psichedeliche, a tratti capace di riesumare i fasti del maestro Andrew Weatherall.

il 2005 è l'anno dell'esordio targato Lo Recordings ed è una grande sorpresa ascoltare il risultato.



Toob: "How To Spell Toob" (2005, Lo Recordings)

10 tracce perlopiù strumentali, in cui le varie indicazioni sopra riportate vengono ulteriormente amalgamate con grande perizia e senso della melodia, introducendo la voce di Shingai Shoniwa, africana già presente nello splendido Bodily Functions di Matthew Herbert.

Sin dall'iniziale 4 Walls l'album scorre con continuità, dando risalto a ritmi monchi, contorti e pieni di vitalità. Gli intrecci pastosi fra bassi altisonanti (spesso simili a martelli pneumatici) e percussioni regolari sono un gran bel sentire per gli amanti della musica avvolgente, che non si concede mai in maniera completa. esempio di ciò è la cantanta Clawing Its Way Back, sorretta da un giro di synth dai tratti ondulatori, pungente, che spicca nei sottofondi di una composizione preziosa.

Non semplice trip-hop, nemmeno rigurgito post/electro-clash, il disco si innalza con grande forza sopra ogni pregiudizio, raggiungendo vette di grande forza e coesione.

pochi mesi fa è uscito un nuovo 12" intitolato Clipto che vanta la collaborazione anche di Wendy Stubbs, già presente nei trip-hoppers Alpha. Adagiato su ritmi colmi di fascino, i due pezzi (title-track e Mr Brown) segnano un cambio di marcia rispetto a tre anni fa, prospettando ulteriori sviluppi per un eventuale nuova prova sulla lunga distanza.

mercoledì 7 maggio 2008

The Chap: "Mega Breakfast" (Lo Recordings, 2008)





Accovacciati davanti ai nostri stereo, ci chiediamo che cosa valga ancora la pena di ascoltare. La risposta potrebbe essere tutto o niente, a seconda delle propensioni individuali. Probabilmente di cose "necessarie" nel 2008 ce ne sono poche, tuttavia può ancora capitare di rimanere folgorati. Come nel caso di questo "Mega Breakfast".

Era dai tempi del capolavoro degli El Guapo, “Fake French”, che non si lambivano certi traguardi di fantasia compositiva. D’altronde non è una grande sorpresa anche alla luce degli splendidi esempi di visionarietà che i The Chap nel passato ci avevano regalato.

Già al tempo dell’esordio “The Horse” la band si era ritagliata una discreta fetta di interesse, dato che il disco mescolava con sapienza art-disco, rock teso e timbriche digitali. Nonostante la validità della proposta, il disco passava quasi inosservato. Nel 2005, però, lo straripante “Ham” sfondava il muro dell’anonimato con la sua elettronica eccentrica e spiazzante. Su una solida base wave e punk-funk (Talking Heads in testa) venivano innestati cascate di ritmi digitali e strumentali, il tutto centrifugato con un minutaggio ridottissimo (2:30, una media al limite dell’hard-core), gran coadiuvante per la fruibilità globale e punto focale della loro musica.

La varietà e l’indisponibilità alla ripetizione permetteva alla band di comporre tanti piccoli tasselli dal ritornello killer, aventi dalla loro una melodia nel 90% dei casi irresistibile e senza scampo. Anche negli esempi che parevano più normalizzati, un pattern o un rumore posizionato al punto giusto cristallizzavano la genialità di quel frangente donando al resto della composizione un’aura d’autentica beatificazione. Il lato lirico della loro arte traspone l’ingenuità sadica che zampilla dalle parole scovate in qualche intervista, parole e sensazioni tutte personali. Dicono di voler immortalare le cose più bizzarre che in un primo momento appaiono banali o di poca rilevanza, adattarle alla canzone in questione e mettere il tutto assieme. Il risultato di questa stramba filosofia di scrittura è un approccio assolutamente istintivo e impulsivo, a tratti forsennato, ma sempre lucidamente pazzoide e calcolato.

Il nuovo “Mega Breakfast” è sublimazione e punto massimo di qualità oggettiva dell’arte dei The Chap. Colti in maniera furba e certosina i lati più positivi dei due dischi precedenti, la nuova prova si delinea come perfetta confluenza fra questi due flussi, con mescolata e ritocco finale. L’incapacità di definire precisamente ciò che andremo ad ascoltare mettendo il disco nel lettore è palesata dal continuo cambio di marcia; tuttavia estrazioni funky di grande impatto si possono pescare un po’ ovunque, come del resto l’amore per il cantato di gruppo, che guarda caso era marchio di fabbrica del già citato “Fake French”.

Ascoltando l’inno techno-pop “They Have A Name” sembra di essere ripiombati in piena era synth-pop anni 80, ma non c’è da meravigliarsi: tutto quadra perfettamente. Le destabilizzazioni soniche che qua e là ricorrono si ripresentano nella sorprendente “Fun And Interesting”, bomba sopra le righe e singolo del disco da piazzare nello stereo quando si è a caccia di un uragano d'emozioni. Le bordate pulsanti di “Caution Me” pugnalano come una jam fra i Pop Group e una qualsiasi synth-band; “Carlos Walter Wendy Stanley” segue il saliscendi timbrico della precedente con inserti di schitarrate al limite della decenza; la furia con cui si alternano stasi e confusione corale è a dir poco miracolosa.

Il frullato dal gusto agrodolce di “Surgery” splende di una luce tremante e disturbata, la più pacata e sommessa “Take It In The Face” è un synth-pop minimale, colonna sonora per un film noir futurista; l’indefinibile “Ethnic Instrument” è un improbabile mix fra voci trash, ritmica monca e campionamenti di chitarra brevissimi.

“Proper Rock” si barcamena con indecisione fra tensioni rock emaciate e un pop al vetriolo scosso da onde elettroniche; singulti techno dipingono l’ossessionante “The Health Of Nations” che si nutre di estratti concreti molto particolari. Le conclusive “Wuss Wuss” e “I Saw Them” aggiungono ulteriori elementi per disorientare l’ascoltatore, già sufficientemente colmo di materiale da smaltire e digerire.

Se l’originalità ha una definizione questo non è certo, fatto sta che siamo di fronte a un qualcosa di simile, un gruppo dalle potenzialità inaspettate e un estro che raramente riesce ad essere rintracciato in molta musica che ci viene propinata ogni giorno, da gennaio fino al tramonto dell’anno.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

martedì 6 maggio 2008

Christian Rainer: "Turn Love To Hate" (Komart, 2008)



Nato e cresciuto in Francia dal 1976, Christian Rainer è un personaggio fecondo come se ne vedono raramente. Artista visivo, musicista, scrittore, regista, promoter: un processo di sviluppo mentale e d’ispirazione, il suo, che fa dell’eterogeneità la sua forza. Collaboratore con importanti fondazioni, musei e gallerie, ha saputo destreggiarsi in contesti fra i più disparati.

Tra una partecipazione e l'altra (come quella con i Ronin per il loro debutto omonimo), Rainer riesce a ritagliarsi il tempo per comporre album tutti per sé. Esordiente nel 2004 con il flessuoso “Mein Braunes Blut”, prosegue la sua carriera solista con il sodalizio stretto assieme agli italiani KiddyCar, i cui frutti si possono apprezzare in “How This World Resounds”, splendido esempio di musica classica aggiornata e contaminata con grande gusto.

Il progetto di questo “Turn Love To Hate” non è solo musicale. Oltre all’album in sé, la pubblicazione viene accompagnata da un Dvd contente i video di ogni traccia. Lo stesso Rainer ha invitato undici artisti provenienti da varie nazioni europee per assegnare a ognuno la realizzazione del cortometraggio relativo a ogni canzone. Non si tratta di un'operazione narcisista, ma della ricerca della libera espressione creativa senza limiti o barriere. A ognuno dei personaggi chiamati in causa, infatti, è stata data la possibilità di scegliere il brano a loro più congeniale, per poter esprimere al meglio il loro estro. Come recitano le righe di presentazione, l’obiettivo principale è quello di donare, e non sottrarre, autonomia alle varie discipline: se la musica si può ascoltare senza osservare le immagini, lo stesso si può dire per i video, capaci di attirare l’attenzione senza l’accompagnamento sonoro. Da segnalare anche la nutrita componente italiana, con ben sei rappresentanti all’appello.

Il titolo già lascia intuire il senso dell'opera: la possibilità di trasformare l’amore in odio rappresenta l’incapacità di ogni individuo di potersi difendere davanti a un sentimento così totalizzante e inafferrabile.

La musica scorre fra riferimenti al pop d’autore di prima classe, infatuazioni classiche post-moderne, frangenti di ombrosa brillantezza. A cavallo fra il Nick Cave più posato, sprazzi di Tom Waits e anche del più maestoso Stuart Staples, “Turn Love To Hate” vive della costante e vibrante tensione che si percepisce scorrendo le sue tredici tracce, fra bordate di dolcezza strumentale e inebrianti ballate ricoperte di carta vetrata.

Episodi come “Violating” sono saggi di grande fascino e suggestione, che confermano l'abilità di Rainer nell'amalgamare influenze fra le più svariate. Crooner teso, inebriato e inebriante in “What’s Fresh Today”, Christian si rivela anche arrangiatore di razza: il violino posizionato nei frangenti giusti dona un’atmosfera luciferina al brano, che scorre nei suoi sette minuti con grande fluidità.

Proseguendo, si potrà scovare l’emozionante “Stranger”, la lunga e pulsante “Fish'n Chips (in Total Eclipse)”, cantata con il cuore strappato dal petto.

Il resto dell’opera non si discosta da quanto già esposto, ma occhio a dare per scontato il contenuto e la forma con cui ogni singolo frammento viene espresso. La sconvolgente “April Woods” è proprio l'antidoto ideale a ogni assuefazione: il duetto con una voce femminile emaciata vale già il prezzo del biglietto.

L’obbligo di ogni amante delle vituperate "canzoni d’amore" è quello di correre ad ascoltare l’arte oscura e preziosa di Christian Rainer.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

martedì 29 aprile 2008

Sparkle In Grey: "A Quiet Place" (Disaster By Choice, 2008)




Dopo quasi un anno dall’ultima uscita recensita dalle parti della Disaster By Choice (Comaneci), ritorniamo a commentare la nuova proposta proveniente da Roma: gli Sparkle In Grey. Il gruppo nasce nel 2006, quando il fondatore Matteo “Hue” Uggeri raccoglie professionisti del settore quali il polistrumentista Cristiano Lupo (componente anche dei Norm), Alberto Carozzi (presente nei Yakudoshi) indaffarato con basso e chitarra, e infine Franz Krostopovic, violinista dalla sensibilità inenarrabile. Capaci di intrecciare collaborazioni con figure eminenti dell’underground industriale quali Telepherique e Maurizio Bianchi (recente una loro prova discografica), gli Sparkle In Grey, attraverso il supporto di Giuseppe Ielasi che guida la produzione, registrano questo “A Quiet Place” che segna l’esordio dell’ennesima band italiana dal futuro quantomai interessante.

Come già successe con il disco omonimo degli Echoes Of The Whales, la miscela stilistica fra sensazioni vagamente post-rock e intromissioni elettroniche colpisce per l’ennesima volta nel segno. E’ ormai noto ai più che espedienti di questo tipo possono risultare stantii e anacronistici, come ben sappiamo, però, sono sempre stati i particolari a distinguere i dischi brutti da quelli belli. Alla luce di questo, lo sforzo del collettivo è palese e ben ripagato, non c’è un minimo passaggio in cui salta alla mente un riferimento ben preciso, si rifugge da stereotipi muffosi o stilemi ormai abusati. Vaghi riferimenti alla musica industriale di cui sembrano grandi estimatori (il gemellaggio con Maurizio Bianchi non è casuale) vengono spesso contaminati con l’amore per le sensazioni ambientali da cui riescono a estrapolare gli elementi giusti per completare l’altro elemento portante della loro musica: il ritmo. Singolari singulti al limite di certa IDM vengono fuori a spintoni in “Goose Game”, perfetta ballata elettronica crepuscolare, fra schizofrenie e magici momenti di estaticità.

Anche la cupa e introspettiva “Limporta”, pur essendo vischioso magma catacombale, si contorce sotto la spinta di un bel tappeto digitale a tratti perfino miracoloso (vedere il frangente dal minuto cinque in poi).

Se la title track sfoggia una vena più portata al dilungamento strumentale da camera (vedere i Rachel’s), la successiva “Teacher Song” incanta con enfasi minimale. Sorretta a momenti alterni da un canto di un bambino a dir poco delizioso, si avvale di campionamenti urbani a far da corollario perfetto a tre minuti di pura perfezione compositiva. La più canonica ma non banale “Pim In Delay” fa da apripista alla conclusiva “Delusion Song”, soave compendio dai tratti rasseneranti.

Zittendo inguaribili pessimisti che criticano a priori la qualità della musica di marchio nostrano, celebriamo il nuovo tassello di un mosaico artistico ramificato e pieno di sorprese; solo la curiosità di chi ascolta potrà riservare piacevoli rivelazioni.


(7)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 14 aprile 2008

Bitcrush: "Epilogue In Waves" (2008, n5MD)



Fra il nugolo inestricabile delle etichette presenti oggi è arduo se non masochistico riuscire a scovare realtà valide, al cui interno si muove un’entità musicale a sé stante. Il caso della n5MD, di base Oakland in California, è molto significativo. Divisa fra pulsioni post-idm e ambientazioni provenienti dal post-rock classico, la cifra stilistica del catalogo di questa realtà discografica riesce a tramutarsi in marchio di fabbrica, al livello di Type Records e Resonant.

Fra i tanti artisti che si sono lanciati e sviluppati all’interno di questa comunità, si differenzia a sua volta Bitcrush. Mike Cadoo vanta già svariati album con questo e altri moniker, la più importante fra le sue esperienze è quella con i Gridlock, ragione sociale condivisa con Mike Wells e sviluppata su territori al limite fra sensazioni ritmiche ossessionanti e velleità distese. Capace di miscelare con sapienza incredibile ingredienti e influenze variegate, Mike innesta nella sua musica un gusto tutto personale, vivido e incondizionato, sempre coerente e centrato.

Partito da un retroterra prettamente elettronico, si è poi evoluto su una formula decisamente singolare anche se non esclusiva. Ai confini di un post-rock sopraffino e tintinnante, le intrusioni digitali si fanno spesso sentire in maniera decisa e collidono con il resto della struttura, capace di sorprendere per emotività melodica e sapienza compositiva. I precedenti “Enarc” e “In Distance” erano fulgidi esempi di questa attitudine, primi due tasselli di un mosaico a tratti sorprendente.

“Epilogues In Waves”, già dai primi secondi del suo svolgimento, si candida ad opera simbolo della carriera di Bitcrush, punto di non ritorno di un processo d’ispirazione lungo e tortuoso. Fin dalle prime note di “Prologue” si viene immersi in un’atmosfera immaginifica ed estatica, un brivido comune che attraverserà tutte e dieci le tracce. Semplici tocchi di tastiera, appena solcati da un sibilo noise, calcano la scena con sensibilità vibrante. La successiva “An Island, A Penninsula” segue la stessa falsariga, composta da un accenno di programming analogico e una simbiosi batteria/chitarra talmente ben architettata da far sembrare un unico flusso i due strumenti suonati.

“Of Days” fa della sua fortuna un rullante ovattato e trattato (splendida la cassa di risonanza), in un primo episodio calmo e posato, poi saggio di una furia chitarristica senza eguali, all’interno di un finale fatto di puro rumore delizioso. Se “Tides” palpita classicheggiante con un basso che segue a ruota il pattern della batteria, la successiva “What Would Hope Be Without Disappointment” è ancor più positiva, quando il marciume digitale si infiltra come una pestilenza nello scheletro strumentale.

Piccole magie ambient nella corta “Atreaux” sono il preludio a “A False Movement, True”, una splendida suite che concentra in quattro minuti una esplosività espressiva dai rari connotati semplici ma unici.

Solcata da alcune onde marittime campionate, “Epilogue In Tides” conduce l’ascoltatore verso la conclusione dell’opera e aggiunge utili appigli per il giudizio complessivo. Sempre fedele alle idee sviluppate in nel disco, la traccia gode di grande efficacia soprattutto quando la voce decanta il suo mesto racconto. “Pearl”, con la sua sconfinata dilatazione, dona estasi esoterica a un album che si conclude mesto e sommesso con “To Drown”, marcia e industriale.

In odore di definitiva consacrazione fra gli appassionati del settore, Bitcrush incide con grande coraggio e sincerità su un genere come il post-rock, contaminandolo con le sue esperienze passate e con la grande fantasia che l’ha sempre contraddistinto, raggiungendo un risultato finale di tutto rispetto.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana