mercoledì 2 gennaio 2013
Susanne Sundfor: "The Silicone Veil" (EMI, 2012)
Reduce da un 2011 di discreta notorietà, frutto di un vasto tour seguente allo splendido “Brothel”, Susanne Sundfor torna a un solo anno di distanza con “The Silicone Veil”. Forte di una straordinaria vocalità angelica, la norvegese propone qualcosa di leggermente differente rispetto all’esordio, mischiando le carte e mettendo a nudo le viscere di un talento infinito.
Se “Brothel” mostrava un’anima flebile con canzoni sussurrate in un mare di silenzio, “The Silicone Veil” rappresenta un urlo liberatore, un volo iniziatico, un’opera che svela appieno tutte le potenzialità del cammino precoce di Susanne. Quello che non è cambiato è l’elemento principale della musica proposta: la voce. Fra le ugole più cristalline e policromatiche del panorama indipendente, la ragazza mette a frutto ciò che la natura le ha donato cucendosi addosso canzoni che valorizzano le sue corde vocali, emozionando fin dai primi vocalizzi di “Diamonds”. Non si ha a che fare con un’esposizione fine a sé stessa da parte dell’artista, né tantomeno con mielosi soliloqui vocali, bensì una dimostrazione di maturazione compositiva, la quale ha aiutato a progredire verso una compiutezza perfettamente calibrata con le capacità maturate fin dall’esordio.
Ispirata alle opere soliste di muse dark d’altri tempi (basti ricordare Diamanda Galas), la norvegese attinge da varie fonti di ispirazione per un risultato di difficile decifrazione. Nonostante la sua voce non sia esattamente di una dark-lady, le atmosfere sono tutt’altro che salvifiche o solari, anzi, sentendo canzoni come “Rome” , “White Foxes” o “When” il contrasto fra l’apparente malinconia delle melodie e l’esplosività colorata del cantato crea un forte disagio. L’ efficacia di tale scelta – miscelare due registri emotivi all’interno delle canzoni – permette all’artista di interscambiare le partiture classiche a lei care (la splendida “Stop (Don’t Push The Bottom), lo strumentale “Meditation In An Emergency”) e l’uso dell’elettronica (le quasi pop-song “Among Us” e “Rome”) in un connubio che in sole dieci tracce seduce senza vie di mezzo. Avendo così tante cartucce nel suo arsenale, la ragazza può permettersi il melodrammatico con un piano-voce flebile e tagliente (“Can You Feel The Thunder”), o il tono angelico con l’accompagnamento di sola arpa e poco più (le vette celestiali della title-track), per finire con il synth-pop disturbato di “Your Prelude”. Ascoltando le canzoni di questo disco pare di toccare le fiamme dell’inferno e contemporaneamente volare verso le sconfinate lande del paradiso; tale discrasia genera una potenza espressiva capace di sconvolgere gli equilibri emotivi di chiunque.
Dimostratasi artista di levatura superiore oltre ad essere stata baciata dal tocco beato di madre natura, la norvegese pare all’inizio di un cammino di cui “The Silicone Veil” è solo un breve passo. Capace di solcare e superare paragoni ingombranti e steccati predisposti dal luogo comune della “bella che canta bene”, Susanne Sundfor saprà spazzare via tali pregiudizi con la forza dei risultati e dalla bellezza della sua musica.
(7,5)
recensione di Alessandro Biancalana
martedì 1 gennaio 2013
B. Fleischmann: "I'm Not Ready For The Grave Yet" (Morr Music, 2012)
Fra i pochi reduci dell'era indietronica ancora discretamente attivo, Bernard Fleischmann è riuscito negli anni a mutuare quell'esplosione di ispirazione compositiva in una musica personale e perfino originale. Grazie ai precedenti "The Humbucking Coil" e "Angst Is Not A Weltanschauung!", splendidamente eseguiti dal vivo anche in Italia nel 2009, il tedesco è riuscito a mantenere un'inviadibile qualità media nelle sue produzioni. Dopo un periodo di pausa ripropone le sue intuizioni con il nuovo “I'm Not Ready For The Grave Yet”. Sarà difficile per ogni lettore – anche il più disattento – non leggere una nota di acre sarcasmo nel titolo. Il nostro beniamo sta urlando al mondo che c'è ancora, ed è pronto per farci sognare.
Dimostratosi musicista dalle grandi capacità compositive e un discreto cantante, ciò che rimane da fare al veterano della Morr Music per farsi notare è tirar fuori dal cilindro belle melodie e impacchettarle con l'acume ritmico con cui si è sempre distinto. Siamo di fronte a pezzi deliziosamente gentili, precisi, piacevoli, frizzanti e vari, semplicemente carini. Nonostante l'aggettivo sia solitamente affibbiato a un prodotto poco più che mediocre, la sensazione che si prova ascoltando le dieci tracce è vera e propria carineria. C'è tutto quello di cui potrebbe innamorarsi un medio appassionato di musica indipendente: elettronica di scuola teutonica (ancora Boards Of Canada e To Rococo Rot), chitarrismo indie-rock, ritmi IDM scodellati con il misurino, cantato sommesso, strumentali ispirati e movimentati. Certo, chi cerca avanguardia o soluzioni innovative qua troverà ben poco. Nonostante gli sforzi per rinfrescare una formula risaputa siano notevoli, chi ha un minimo di esperienza riguardo questi suoni saprà esattamente cosa aspettarsi, né più né meno. Essere fedeli a sé stessi può essere considerato un difetto di staticità o un pregio di onestà verso il proprio pubblico, dopotutto non è per niente facile reinventarsi da capo quando un trend musicale esaurisce. Tuttavia, va riconosciuto al teutonico che la canzoni ci sono, e quasi tutte di ottima fattura.
Che dire del fluviale andirivieni di elettronica pastorale di "Lemminge"? Era dai tempi dei primissimi Mum che non si sentiva un tale incanto dal sapore quasi amatoriale, delicato fino alla fragilità, un vero sogno ad occhi aperti. Ed anche il pregevole lavoro di cucitura dei suoni elettronici si eleva al di sopra di molte produzioni odierne ("Don't Follow" e "Tomorrow" per esempio), mentre l'uso degli strumenti acustici risulta sempre ben amalgamato sul corpo digitale con un utilizzo efficace di chitarre e percussioni. Splendida in tal senso "Who Emptied The River", come del resto la title-track. E come ignorare il nostalgico richiamo all'IDM di "Some/Others/My Husband" in cui il ritmo sale di tono, tanto che pare di tornare indietro di quasi quindici anni? Il tutto condito da una produzione talmente precisa che i suoni sembrano esplodere fuori dalle casse tanto sono vivi e tangibili. Per non farsi mancare niente Bernard piazza in coda due ballate electro-pop dal tono quasi natalizio e melanconico - mai edulcorato - come il blues elettronico di "At The Night The Fox Comes" e l'ironica "Your Bible Is Printed On Dollars".
Se “Welcome Tourist” fu un tormentone nel 2003 – anno d'oro dei vari Lali Puna, Styrofoam e soci –, citato da tanti eminenti critici dell'epoca, questo "I'm Not Ready For The Grave Yet" sarà per il 2012 appena concluso un disco appena menzionato in qualche lista nostalgica. Questo non gli impedisce di esplodere in tutta la sua bellezza, cogliendo di sorpresa anche chi, dopo quasi dieci anni, proprio non se lo aspettava.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana
domenica 16 dicembre 2012
Playlist 2012
1. Poliça – Give You The Ghost
2. LHF – Keepers Of The Light
3. Belbury Poly – The Belbury Tales
4. Crossover – Gloom
5. The Big Pink – Future This
6. Leila – U&I
7. Den Mother - Insides Out
8. Barbara Morgenstern – Sweet Silence
9. Chairlift – Something
10. Elsiane – Mechanics Of Emotion
11. Stumbleine - Spiderwebbed
12. Mushy - Breathless
13. Nina Kraviz - Nina Kraviz
14. Raime - Quarter Turns Over a Living Line
15. Saint Etienne - Words And Music By Saint Etienne
16. Silent Servant - Negative Fascination
17. Trust – Trst
18. Memoryhouse – The Slideshow Effect
19. Alt J – An Awesome Wave
20. Fenster – Bones
21. Amanda Mair - Amanda Mair
22. Dva - Pretty Ugly
23. Shed - The Killer
24. First Aid Kit - The Lion's Roar
25. Kreidler – Den
26. Tristesse Contemporaine - Tristesse Contemporaine
27. Chromatics - Kill For Love
28. Audrey Ryan – Thick Skin
29. Neil Young & Crazy Horse - Psychedelic Pill
30. Andy Stott - Luxury Problems
31. Archive - With Us Until You'Re Dead
32. Beach House – Bloom
33. BEAK> - >>
34. Bersarin Quartett - I I
35. Bill Fay - Life Is People
36. Claro Intelecto - Reform Club
37. Deepchord Presents Echospace – Silent World (OST)
38. Jessie Ware – Devotion
39. Jherek Bischoff – Composed
40. Flying Lotus - Until The Quiet Comes
2. LHF – Keepers Of The Light
3. Belbury Poly – The Belbury Tales
4. Crossover – Gloom
5. The Big Pink – Future This
6. Leila – U&I
7. Den Mother - Insides Out
8. Barbara Morgenstern – Sweet Silence
9. Chairlift – Something
10. Elsiane – Mechanics Of Emotion
11. Stumbleine - Spiderwebbed
12. Mushy - Breathless
13. Nina Kraviz - Nina Kraviz
14. Raime - Quarter Turns Over a Living Line
15. Saint Etienne - Words And Music By Saint Etienne
16. Silent Servant - Negative Fascination
17. Trust – Trst
18. Memoryhouse – The Slideshow Effect
19. Alt J – An Awesome Wave
20. Fenster – Bones
21. Amanda Mair - Amanda Mair
22. Dva - Pretty Ugly
23. Shed - The Killer
24. First Aid Kit - The Lion's Roar
25. Kreidler – Den
26. Tristesse Contemporaine - Tristesse Contemporaine
27. Chromatics - Kill For Love
28. Audrey Ryan – Thick Skin
29. Neil Young & Crazy Horse - Psychedelic Pill
30. Andy Stott - Luxury Problems
31. Archive - With Us Until You'Re Dead
32. Beach House – Bloom
33. BEAK> - >>
34. Bersarin Quartett - I I
35. Bill Fay - Life Is People
36. Claro Intelecto - Reform Club
37. Deepchord Presents Echospace – Silent World (OST)
38. Jessie Ware – Devotion
39. Jherek Bischoff – Composed
40. Flying Lotus - Until The Quiet Comes
mercoledì 5 dicembre 2012
Deniz Kurtel: "The Way We Live" (2012, Wolf + Lamb Records)
Eroina della musica dance, legata sempre di più all’immaginario che gira intorno al collettivo Wolf+Lamb, Deniz Kurtel esce fuori dal suo nascondiglio dopo le magie di “Music Waching Over Me”. Dj e produttrice di finezza spropositata, la Kurtel decide di mollare temporaneamente il ritmo per approfondire la sua personale versione dell'house.
Schiva, vagamente disorientata da fumi oppiacei, l’americana compone un album molo rilassato, ambientale, la sua musica diventa quasi meditata, psichedelica e fuori dai canoni. Piccoli battiti sporadici, giri di synth cosmici, voce in combutta con l’oscurità, mistici soffi e schiocchi; questi e tanti altri suoni compongono un disco che seduce e tormenta senza affondare mai il colpo decisivo. “The Way We Live” è così delicato e mai sopra le righe per cui è necessario scomodare la definizione di soft-house. Con il sapiente uso di collaborazioni esterne in sede vocale (soprattutto il rapper Gadi Mizrahi), l’americana disegna un album variegato da ogni punto di vista, incarnando in modo magistrale la figura della produttrice matura e minuziosa. Mai colori sfavillanti o un tratteggio solare, il fumo alberga costantemente in un’ora scarsa di sessualità scabrosa, mali noir e tanta, profonda e piovosa notte.
Ed è proprio la notte il richiamo perpetuo di questa timida ragazza dalle origini turche. La notte intesa nella sua essenza più seducente, nei cui meandri regna il fascino immutabile dei club, l’atmosfera elegante e cupa dell'avvenente underground della Grande Mela. Stanze adornate con classe. Luci basse. Fiumi di vodka e Chanel. La vecchia house chicagoiana in penombra e quella voglia matta di stupire senza mai alzare il velo, come accade nell’introduttiva” I Knew This Would Happen”.
Deniz vola basso. Cassa dritta, synth dolcissimo, mai invasivo, qualche pausa appena abbozzata, tenue ripartenza, voce-vocoder posta sullo sfondo che balza qua e là e un motivetto leggerissimo a cullare tacchi e culi. La successiva “ You Know It's True” con il fido Mizrahi segnala d'un tratto lievissime smanie eighties, mentre il groove roteante e catalizzatore di “Hypocrite” sollecita praticamente tutti ad alzarsi dalle poltrone e ad invadere immediatamente la pista. L’ipnosi continua con “There's Enough for All Of Us”, si assesta nelle tracce successive, in cui la Kurtel continua a compiacersi in questa sua incantevole divagazione ritmica, raggiungendo una quiete apparente nella carica sensualissima di “Safe Word”.
C’è classe in questo secondo disco di Deniz Kurtel. Tanta classe. Ma c’è soprattutto una maggiore profondità nel delineare il ritmo, assecondarlo gradualmente al proprio corpo e sospingerlo dritto al cuore, mentre la mente si svuota del quotidiano e lo sguardo punta altrove, laddove l’estetica sposa il suono e il divertimento una morbida illusione.
(7,5)
recensione di Alessandro Biancalana e Giuliano Delli Paoli
domenica 28 ottobre 2012
Seefeel
«Durante tutta la notte io sono un corpo
immobile, e dall’altra parte della città un rotolo di carta si sta
trasformando nel giornale del mattino, e alle otto e quaranta io uscirò e
alle otto e venti il giornale sarà arrivato all’edicola all’angolo, e
alle otto e quarantacinque la mia mano e il giornale si uniranno e
cominceranno a muoversi insieme nell’aria, a un metro dal suolo, avviati
alla fermata del tram…»
Horacio Oliveira e la metafisica.
Seefeel: polifusioni psichedeliche.
Nella Londra bene dei primi anni Novanta si muoveva un giovane un po’ introverso e stralunato, di quelli che raramente si vedono in centro a far caciara coi propri coetanei e che alle partite del Chelsea preferiscono la solitudine della cameretta, i libri e lo strumento musicale come confidenti. Potrebbe sembrare l’introduzione al profilo dell’ennesimo menestrello, non fosse che questa storia va fortunatamente in un’altra direzione: quello di Mark Clifford è infatti un percorso di ricerca, di studio ossessivo delle potenzialità dello strumento e delle possibilità espressive connesse.
Mai appagato e mai auto-indulgente, Clifford ha esplorato a lungo le soluzioni che l’elettronica applicata alla sei corde era capace di offrire, indagando da vero cultore i sistemi di loop, sequencer e manipolazioni sul suono dello strumento.
Allo stesso tempo teneva ben salda in mente una propria idea di prodotto musicale che esulava la forma-canzone pur conservandone l’approccio caldo e istintivo, uno spazio personalissimo e a sé stante, per la cui concretizzazione si rendeva tuttavia necessario allargare i confini tutto sommato stretti dello studio privato al progetto di gruppo.
I primi vagiti di una band tutt'altro che banale come i Seefeel, seguono in verità una trafila piuttosto ordinaria: Clifford passa diversi mesi tra il 1991 e il 1992 ad affiggere annunci e vedere musicisti, alcuni dei quali particolarmente dotati e virtuosi. A condividere queste prime avventure, lo strambo amico e bassista Mark van Hoen, che nelle fila del gruppo transiterà in realtà solo pochi mesi, a mo’ di collaudo per i suoi futuri programmi solisti, ma che resterà in ogni modo nel dietro le quinte della band, costituendone un punto di riferimento irrinunciabile.
Il destino, l’ispirazione del momento, vuole infine che la scelta sui musicisti da arruolare cada sulla giovane cantante e chitarrista Sarah Peacock, Spacemen 3 e My Bloody Valentine nel walkman, il percussionista Justin Fletcher e il bassista Daren Seymour, profondo conoscitore di kraut-rock e psichedelia, che subentrerà a van Hoen.
Prima ancora che musicisti affidabili e dotati, si tratta di persone con cui Clifford avverte una sorta di affinità personale ed intellettuale, fattore di enorme importanza per approdare ai risultati prefissati che necessitavano soprattutto comunione di intenti e di “visione”.
Da qui ai primi demo e ai primi live (quasi sempre dei flop di critica e pubblico) e alla firma di un contratto il passo è insolitamente breve e sul finire del 1992 è già tempo di pensare al primo EP.
Nel manifesto ideale di Clifford e soci vige la regola essenziale di disintegrare la forma-canzone tradizionale e lavorare solo con i cocci raccolti, abbattere tutte quelle che possono essere avvertite come limitazioni estetiche al loro concetto di psichedelia, all’intuito e all’istinto che costituiscono il perno di ogni loro incisione. Filtri, delay e sampling, da orpelli decorativi quali erano tradizionalmente trattati nel pop-rock, diventano fiamma vitale della materia.
Il primo extended-play More Like Space, esce quindi nel 1993 per la Too Pure e manda subito in crisi la critica di settore, incapace di cucirgli un’etichetta appropriata: dub? post-rock? noise? ambient? In pochi afferrano la brillante novità della formula dei Seefeel, sostanza ibrida che raccoglie una buona quantità di generi codificati (gli ampi spazi fisici e mentali del dub, le reiterazioni della psichedelia e della techno, le “esperienze” trasognate del post-rock e finanche dell’eterea 4AD), rimestati di continuo in una poltiglia fluttuante e cangiante, dove tutti gli elementi sono ancora ben distinguibili, ma che in qualche modo hanno senso solo in un rapporto di compresenza e fusione continua.
Tra i quattro pezzi dell’ep, spicca la splendida title-track, primo dei tanti capolavori della band, densa di delay e pochi limpidissimi vocals della Peacock, il ritmo più sostenuto di “Time To Find Me”, riconducibile a un certo trip-hop ambientale, e la strumentale “Blue Easy Sleep”, scritta a quattro mani da Clifford e l’amico van Hoen.
Tutto è pronto insomma per il capolavoro, che, mai come in questo caso, è letteralmente dietro l’angolo.
Passano pochissimi mesi quindi e i Seefeel consegnano il loro primo album, Quique, disco che per profondità e chiarezza d’intenti porta già tutti i requisiti dell’opera matura e completa oltre che di stampo fortemente innovativo.
I nove pezzi di Quique si inseriscono nel solco di una techno-ambient intrappolata a mezz’aria che se da una parte volge lo sguardo verso il sole artico di Aphex Twin e u-Ziq, dall’altra è attratta magneticamente verso i bisogni della terra da quelle movenze dub sinuose e irrimediabilmente fisiche.
I brani procedono così in equilibrio tra questi due poli, enfatizzando talvolta la componente incorporea e “aeriforme” (si sentano “Imperial” e “Through You”), altrove il genuino groove, per quanto trasognato e intorpidito (l’incedere robusto di “Polyfusione” e il dream-dub di “Filter Dub”, antipasto di quella formula esplorata qualche anno dopo dai Massive Attack).
Pur trovando nell’elettronica un rifugio felice e fortunato, l’esperienza dei Seefeel nasce pur sempre negli ambienti “rock”, nella corrente shoegaze e soprattutto nella psichedelia, tanto quella delle radici quanto quella aggiornata degli Spaceman 3: i brani di Quique si sviluppano così quasi sempre attorno ad un riff di chitarra in loop su cui tutti gli altri elementi entrano progressivamente, mutando in continuazione colore e velocità, spesso sfuggendo all’attenzione dell’ascoltatore.
I vocalizzi di Sarah Peacock sono infine il valore aggiunto, eterei e privi di senso compiuto, che omaggiano in più di un’occasione i Cocteau Twins di Liz Fraser, come negli splendidi gorgheggi impalpabili di “Charlotte’s Mouth”.
Quique è materia complessa e stratificata, che vive di confluenze e fusioni continue, costante nel suo essere colta perennemente in farsi. Anche per questo si colloca di diritto tra le opere più originali e significative della sua generazione.
Come previsto, Quique non è propriamente un successo commerciale (vende appena quindicimila copie), ma dà inizio ad un culto sotterraneo di portata crescente che darà i suoi frutti solo molti anni dopo, grazie soprattutto alle enormi risorse e agli archivi sconfinati dell’era del file-sharing.
Mark Clifford riceve però apprezzamenti “importanti”, uno su tutti quello di Robin Guthrie, che lo convocherà nel 1995 per la raccolta di remix “Otherness”. Fra loro inizierà una sorta di collaborazione, marchiata nuovamente con l'esperienza Sneakster.
Sempre nel 1995 arriva il secondo lavoro di studio, dopo una lunga attività live. Se Quique era un’opera ariosa e solare, con Succour la formula del gruppo resta come intrappolata in qualche grigia nebulosa che sospende ogni cosa tra fitti strati di caligine.
Succour esibisce da subito un suono più scheletrico e asciutto, a partire dallo scuro drone di “Meol”. Le chitarre, pur curate in maniera più “live” e meno effettata rispetto a Quique, retrocedono sullo sfondo, lasciando al centro della scena sezioni ritmiche scarne e imprevedibili e un ambient che arriva a lambire territori isolazionisti.
È un’esperienza tutta astratta e cerebrale, quella di Succour, schizofrenie che pulsano alla maniera degli Autechre (“Fracture”), beat ipnotici che conservano irriconoscibili brandelli dub (“Gatha”, “Rupt”) claustrofobie simil-techno (“Vex”) e soprattutto un lavoro certosino sugli armonici che consente le poche aperture melodiche del disco. Anche i vocals della Peacock sono scomparsi quasi del tutto, riemergendo compressi solo in sparuti rigurgiti su “Ruby-Ha” e “Rupt”.
Succour insomma allontana i Seefeel da quegli ambienti tradizionalmente rock a cui erano ancora sommariamente associabili con le loro prime incisioni, inserendoli in una sorta di limbo tra le produzioni tipiche della Warp (che sarà non a caso l’etichetta che pubblicherà il disco) e gli umori del trip-hop bristoliano.
La gestazione di Succour evidenzia però in maniera ancora più lampante le tensioni intestine alla band, sempre più Clifford-centrica, mentre Fletcher e Peacock maturano le proprie idee artistiche, non sempre conformi alle direttive di Clifford e che rendono difficile proseguire con l’attitudine istintiva e visionaria del progetto.
Alla consegna di (Ch-Vox) dunque, sul finire del 1996, la band è praticamente già sciolta.
Si tratta di una raccolta di sei tracce, per poco più di mezzora in totale, che procede sul tracciato atmosferico di Succour, abbandonando però le pulsioni ritmiche in favore dei flussi ambient costruiti spesso attorno ad un singolo loop (“Ashdecon”) o a battiti digitali (“Hive”), quasi sempre ricoperti da un alone profondamente “dark”, che culmina nella fosco finale di “Net”.
All’uscita di (Ch-Vox) i membri della band si sono già sparpagliati in una quantità di progetti ed esperimenti paralleli, cristallizzando per diverso anni i Seefeel tra i nomi leggendari dell’underground dei Novanta. Di anni ne passeranno ben quindici, fino al tanto chiacchierato ritorno in pista.
I Seefeel che si riaffacciano in un 2011 cybernetico sono ormai un nome underground di culto e l’omonimo album di ritorno viene accolto con grande trepidazione da più parti, creando attorno alla band persino un più che discreto livello di hype.
Accanto a Clifford è tornata Sarah Peacock, mentre novità assoluta sono Shigeru Ishihara e E-Da, al basso e alla batteria, che contribuiscono al sensibile cambiamento di rotta della band, sfoderando un suono più ruvido e vigoroso.
Seefeel sorprende per trovate e impatto. E' una elettronica cruda e primordiale, che recupera dub e glitch, li eleva a colonne portanti, intrecciandoli con gelidi bollori metropolitani, trip-hop a tratti e una sensazione di freschezza che accerchia e colpisce. Tra reminescenze dreamy incastonate a diamanti grezzi ("Faults") e Autechre che riappaiono nella loro forma più basica ("Gzaug"), si giocano le carte di una partita che si indirizza sui binari dell’inaspettato. Crudezze elettroniche cui fanno da contraltare ora soffici rivoli ambientali in un sottofondo molto lontano, ora tiepidi canti di sirena in evanescenza. Oltre che fini musicisti i Seefeel si dimostrano anche aggiornati sulle mode e ne danno una lettura particolarissima: "Making" recupera i primitivismi chillwave, ricalcandone i tratti salienti, ma immergendo le dolci nenie targate Washed Out nell'acido. Il beat di Bristol in chiusura fa il resto. Non c'è spazio per sentimentalismi di sorta, Seefeel è un raga metallico che dipinge un quadro di crudezze e ambienti gelidi, mai però dimenticando di sottolinearne l'esistenza dell'opposto, di un calore forse nascosto ma pur sempre presente.
Raramente un coming-back può dirsi più riuscito e fortunato di così.
Sneakster: ebbrezza melodica.
Sophie Hinkley e Mark Clifford si conoscono in un locale di Londra chiamato Milk Bar e da lì iniziano a scrivere del materiale assieme. Uscito su Bella Union il loro primo EP ("Fifty Fifty"), nello stesso anno (1999) viene alla luce anche l'esordio "Pseudo-Nouveau". Se in futuro verrà l'ora di riesumare capolavori nascosti del trip-hop, questo album avrà di diritto un posto d'eccezione in quella lista. Cesellato da mani sapienti, l'album, perfettamente in sintonia fra melodie e ritmi, oscurità e candore vocale, è un perfetto compendio di tutto ciò che è stato e sarà il genere dei più quotati Portishead. L'esperienza elettronica di Clifford è palese e i ritmi sono costruiti con una perizia tecnica mostruosa, ogni suono è collocato al posto giusto ed ogni canzone, che sia strumentale o cantata, sprigiona sensualità e forza. La Hinkley, perfetta nel districarsi fra lo sciabordare elettronico, mostra una voce sinuosa sfruttando doti di duttilità, alternando diversi registri di interpretazione all'interno di un album di certo non facile. Grazie alla collaborazione in sede di scrittura a fianco di Clifford, si completa una simbiosi artistica come solo una coppia maschio-femmina sa fare.
Si parte subito alla grande con "Whileaway". Il beat metallico che introduce il pezzo è tagliente, lascia spiazzati; solo dopo l'inizio del ritmo martellante di stampo industriale ci si rende conto che il disco è iniziato. La voce di lei è un canto candido, pieno di calore, mai sopra le righe, un misto di capacità interpretative e passione emozionante. Ricerca sonora di grande qualità mette a nudo un potenziale sconfinato, dove inserti percussionistici concentrano l'attenzione su un impatto sordido e misterioso, confezionando un'ossessionante cantilena notturna che si potrae per quasi sei minuti.
Sulla stessa falsariga proseguono la non meno rarefatta "Firehearts" (ammaliante l'incrocio di drone e synth analogici) e "Splinters" (ambient-pop imbastardito da un ritmo portante putrido e distrutto), facendo da apripista per le velleità ambientali di Clifford, vero marchio di fabbrica del musicista anglosassone. "Full Echoes", con un organo sintetico poi accompagnato da angeliche note di chitarra e uno scricchiolante beat di puro stampo minimal-techno, è una nenia dal grande impatto, i ritmi di estrapolazione industrial in "Stolen Letter", e il piccolo inframezzo ambientale "Trust & Blush", sono ulteriori esempi di uno stato di forma irripetibile.
L'organo torna a far male in "Static", con progressioni melodiche da manuale, lasciando ad "Heavy Heat, Heavy Time" il compito di calcare le mani sul lato più ritmico della formula stilistica, mentre la conclusiva "Sweet Melody" mette in riga tutti i tratti salienti di "Pseudo-Nouveau" con il solito incedere lento e asfissiante.
Nel 2000 viene rilasciata una versione dell'album con l'aggiunta dei pezzi presenti in "Fifty-Fifty" fra cui due remix di sua maestà Robin Guthrie. La mente pensante dei Cocteau Twins rilegge alla sua maniera "Fireheart" e "Stolen Letter", accentuando la grazia della voce femminile con vibranti accordi di chitarra. L'inedito "Kinda Blue" coniuga singulti classici (cello) con incastri martellanti, non discostandosi in termini di qualità dai migliori episodi dell'album.
L'esperienza della coppia termina prematuramente dopo solo un album e la Hinkley sparisce dal panorama musicale con un'immediatezza fulminea. Clifford continuerà negli anni a farsi vedere con qualche opera sparuta, tornando a sorpresa con i Seefeel dopo quindici anni. Il totale oblio con cui questo disco è stato accolto alla sua uscita, continuando a rimanere ai margini della discografia trip-hop, è segno di come spesso la fortuna sia una componente fondamentale per fare quel passo in più verso il riconoscimento del pubblico. Forse parlarne non sarà sufficiente per riabilitarlo, tuttavia l'assoluta validità di queste canzoni è un fatto con cui ogni appassionato di musica dovrebbe avere a che fare.
Scala: acredine trip-hop.
Fra i side-projects più interessanti fra quelli citati, gli Scala sono composti esclusivamente da ex-componenti dei Seefeel. Estrapolando dal gruppo madre la caratura tecnica in termini di melodie e ritmi, il gruppo riesce a pubblicare fra i più fulgidi esempi di trip-hop sia in termini di originalità che di efficacia. Mai completamente fedeli alla battuta bassa, la loro interpretazione dei suoni bristoliani è acida, sulfurea, mistica. Se si vuole dare un'etichetta si può parlare di acid-trip-hop. Con alla voce la meravigliosa ugola di Sarah Peahcock, la musica degli Scala affonda le radici in un'atmosfera plumbea, dove i ritmi serrati e la durezza delle melodie sono il perfetto corollario per canzoni che sfiorano l'esplosione senza mai deflagare.
Storia breve quella degli Scala, infatti la loro produzione si limita al biennio '96-'98, tuttavia in questo periodo le pubblicazioni furono molteplici. Si parte con “Beauty Nowhere”, album composto da nove tracce e magnifico residuato dall'epopea trip-hop in chiave noir. Il disco, perfettamente calibrato su un registro di basso profilo, giganteggia manipolando materie come l'ambient, il trip-hop, l'elettronica in generale. Si percepisce che dietro ci sono personaggi pionieristici, superbi artigiani del suono e sensibilità fuori dal comune. I toni desolanti ed emaciati sono un perfetto biglietto da visita per gli amanti del non ordinario (l'iniziale “Naked”, la progressione forsennata in “Torn”), mentre la distensione dei momenti pacati ricordano soluzioni ambient-pop di pregio assoluto (le magie di “Hold Me Down”, le particelle noise in “Ride Me”). Gli strumentali ovviamente ricordano i miracoli di “Quique”, fra cui piace ricordare le sconnessioni ritmiche di “Something about Brigitte Nielsen” e gli sprazzi angelici dei vocalizzi dream-pop in “Think In Japanese”. Nel complesso è un esordio estremamente positivo, capace di forgiare una formula originale e decisamente interessante. La capacità di uscire dall'ovvio dopo le precedenti esperienze di artisti più blasonati è lodevole, addizionando un'appeal pop con “Heart Of Glass”. Lo stesso anno esce l'EP “Lips & Heaven” che sviluppa ulteriormente lo spettro di soluzioni, mettendo la voce in primo piano in contesti fra i più disparati: “VDT”, con la sua resa del suono terrosa e povera, imbastardisce la dolcezza della voce femminea, mentre “Pain & Pleasure” unisce il solito beat con effluvi di arpa ottenendo un risultato quantomeno seducente se non bizzarro. Con “Tears”, e sopratutto in “Tryptic”, la band addolcisce parzialmente il suono con qualche concessione melodica.
Due anni dopo è tempo dell'accoppiata “To You In Alpha” e “Compass Heart”, canto del cigno e pure la conclusione di un'esperienza infruttuosa in termini di vendite ma mai così meritevole di attenzione postuma. Questi due album contengono canzoni semplicemente belle ed efficaci, con un'insospettabile appeal pop ed originali, miracolose perché capaci di coniugare le esperienze dei componenti nei Seefeel con la corrente trip-hop, riuscendo a realizzare qualcosa di peculiare. E' difficile scegliere le parole per descrivere la magia di “Honeylike” - pop bastardo e malinconico -, dare un senso alla cattiveria del beat industrial di “Remember How To Breathe” o “Slide”, mettere in fila le emozioni davanti a strumentali come “Spread Your Wings And Fly” o “Broken Dawn Beauty”. Con “To You In Alpha” che in alcuni casi inietta elementi rock (“Colt”, “Wires”), o decide di scherzare con il lounge-pop (la divertente “Black Narrow Shut”), “Compass Heart” si fa più rarefatto, impalpabile, polveroso. Infatti le varie “Ride On” - noise-pop stellare -, “Fearsome” e “Fuser” poggiano le proprie basi su flebili ritmi sintetici o su un giro di chitarra appena riconoscibile, giocando con il minimalismo pop degli Stereolab inconsapevolmente. Solo “Words And Thoughts” fa risplendere la voce di Sarah Peacock sotto il martellante incedere di una drum-machine monolitica.
Il consiglio per godere appieno di questi due album è quello di ascoltarli uno dopo l'altro, senza soluzione di continuità, preferibilmente in modalità casuale. La mescolanza continua aiuterà a infittire il senso di immersione in un mondo speciale e catatonico, capace di fagocitarci quanto di farci innamorare. Si perderà traccia della musica degli Scala da lì a poco con il temporaneo scioglimento dei Seefeel, lasciandoci in eredità qualcosa di prezioso, con il rammarico di non poter mai vedere il prosieguo di un suono unico quanto sperduto.
January: effusioni pop.
Sarah Peacock, artista poliedrica e dal grande piglio melodico, oltre ad aver militato nei già citati Scala, ha fondato e pubblicato due album con la band January. Insieme a Jonny Mathers, Jonny Wood e Simon McLean (produttore di “To You In Alpha” degli Scala), il gruppo si dedica con risultati proficui in un pop-rock psichedelico dall'appeal atmosferico e avvolgente. Senza raggiungere le vette delle band che gravitano fra ex-Seefeel, “I Heard Myself In You” e “Motion Sickness” propongono una musica delicata, profondamente segnata da una malinconia di fondo figlia degli anni in cui è stata pubblicata (quasi immediatamente dopo attentato dell'11 settembre) e da una scrittura non miracolosa ma nemmeno ordinaria, sovente toccata da alcune impennate di sicuro rilievo.
Il primo disco, pubblicato nel 2001, contiene alcune gemme dal sapore agrodolce, intrise da una psichedelia soffusa, mai invadente, sonnolenta ma mai statica. Le chitarre al vetriolo sono il sale di questa opera, a cominciare dell'iniziale “All Time”, proseguendo con altri episodi discreti come “Contact Light”, la title-track e la delicata “Invisible Lines”. Lo shoegaze acustico di “Sequence Start” è ulteriore segnale di quanto ci sia fermento in una band che tuttavia non riesce sino in fondo ad esprimere una musica convincente. Qualche bella canzone circondata da alcune incertezze: la scelta di un cantante non all'altezza, il poco coraggio per puntare sul lato ritmico-rumoroso, l'indecisione su quale aspetto (noise-rock o dream-rock?) far risaltare nel risultato finale.
In “Motion Sickness” le cose vanno molto meglio grazie ad alcuni particolari e una produzione più centrata, efficace e funzionale. Infatti l'iniziale “Paul O Reilly” ha un magnifico dialogo batteria-chitarra, “Someone” riprende alcuni tratti a metà fra post-rock cantato e psichedelia ma con un deciso risalto agli squilli scintillanti della chitarra, risultando liquida e ispirata. Questo andamento viene confermato un po' da tutto l'album, calibrato in maniera egregia fra accordi liquidi e un'interpretazione vocale più convincente, come dimostrato nella toccante “Caught” o nelle corpose progressioni della title-track. In questo disco anche gli intermezzi sanno incantare, infatti lo sciabordare del mare attorniato da xilofono e chitarra appena sfiorata di “The Square Is Closing”, mettono insieme un quadretto zen impossibile da ignorare. Con l'aggiunta della lunga e finalmente acidula “Sandwood” e del finale in punta di accordo-voce con la cover di Yoko Ono “Have You Seen A Horizon Lately”, l'album esplode in tutta la sua lucentezza con un trittico finale veramente emozionante.
La sensazione che si ha è che la band non abbia avuto il tempo necessario per sviluppare le proprie idee in maniera veramente incisiva. Infatti poco dopo la pubblicazione di “Motion Sickness” i quattro scioglieranno la band lasciando per strada due album solo discreti, smarrendo per strada potenzialità e talento per lasciare tracce più resistenti al tempo.
Cliffordandcalix: frattaglie immacolate.
Poco prima il ritorno de Seefeel Mark Clifford si concede una collaborazione con la celebre artista elettronica Mira Calix. La curiosità per il risultato di un’unione artistica così insolita è davvero molto alta.
“Lost Foundling” raccoglie varie session, eseguite dalla coppia dopo vari incontri susseguitisi nel tempo, la cui collocazione diacronica è indicata dall’anno di produzione, posposto al titolo di ciascuna delle tracce. Il contenuto, nonostante l’ampio arco temporale, risulta compatto e senza uscite di pista poco coerenti. Le potenzialità di entrambi i musicisti sono ben amalgamate in un album che propone una perfetta mediazione fra ricerca in ambito melodico/ritmico e momenti di candore sonoro estatico, nei quali la voce della Calix è il contrappunto ideale per gli scenari più disparati. L’onnipresenza del cantato contribuisce a mitigare scenari spesso ostici, mentre l’alternanza fra stasi e caos aiuta a diluire il contenuto fino alla conclusione. In termini squisitamente tecnici, siamo dalle parti di un pop ambientale che mischia in un gran calderone disfunzioni glitch, chitarrismo sognante, tappeti ambient e noise.
La già accennata varietà di toni permette di alternare interpretazioni vocali irriconoscibili (il magma sonoro attorcigliato di “Someone Like Me” e “Dream Of You” ammanta la voce della Calix donandole incisività) con deliziosi acquerelli serafici (la splendida “You And I”, l’intreccio inestricabile di synth per “One 2 Far”). Mentre il tocco magico di Clifford alla chitarra si rivela in tutto il suo splendore (la psichedelica sospesa nel vuoto di “Beethaven”, il dream-pop mistico in “He Promised It All”, la corrosione metallica di “In Her Room”), si susseguono qua e là ossessioni ritmiche (i tribalismi oscuri di “Myrie”, la drum-machine sostenuta di “Pull It A Part 1”), brevi scampoli di ambient malsana (“Cket”, “Mintle”, “Alkaline”) e strutture pop più riconoscibili (“To Stay Changed Forever” possiede un fascino tormentato rarissimo).
In questa sede, siamo dunque obbligati a plaudire il sodalizio di “Lost Foundling”, poiché riassume con lodevole sagacia compositiva le varie influenze dei due musicisti. Considerando che siamo di fronte soltanto a degli assaggi sparsi nell’arco di dieci anni, la curiosità di ascoltare una sessione di composizione intensiva è molto alta.
Nello stesso anno viene pubblicato un EP di remix di brani tratti dall'originale “Lost Foundling”. Gli artisti messi in gioco mescolano le carte trasfigurando deliziosamente: Andrea Parker e Daz Quayle iniettano un cancro nebbioso in “Beethaven”, mentre Majestic 12 gioca la carta del minimalismo giocoso con la stessa traccia. Luke Vibert gioca a fare il mago dell'electro con la bella colata cibernetica di “One 2 Far”, con Simon Pyke che pennella nebbie grigissime sempre con “Beethaven”.
Woodenspoon – Disjecta: sbronza IDM.
In piena esplosione del movimento IDM targato Warp, Mark Clifford si concede un'uscita solitaria con due progetti solisti strettamente legati con l'etichetta britannica, lasciando solo un piccolo EP sulla sua etichetta Polyfusia Records.
Con Woodespoon Clifford esplora il lato più estremo dell'IDM, sviscerando un'anima hardcore della sua personale interpretazione della musica elettronica. Sia le title-track che “Friendly Aside” sono una stilettata di bassi ottundenti, con “Dig Deep Bin” e “Jujasm” che rincarano la dose in modo più sordido ma egualmente potente. Niente di cui non avevamo già sentito parlare, ma passo decisivo nella maturazione artistica di un Mark Clifford in forte ascesa. Per gli amanti dell'era warpiana sarà comunque un bel sentire.
Disjecta, oltre ad essere un'esperienza decisamente più sviluppata della precedente, richiama toni più posati e distesi vagamente associabili ai Seefeel. “Looking For Snags” è un disco brumoso, vagamente dark, pessimista e molto notturno. Non c'è melodia nei ritmi di “Here”, mentre in “Dorming” i battiti sono così stracciati da risultare un'unica folata di vento tagliente. “K-Bop” gioca con toni concreti con un risultato bizzarro, mentre “Gyric” e la title-track alzano il tono con una frequenza più alta, al limite dell'hardcore di Woodenspoon. Le restanti tracce veleggiano con sapienza fra delicate nenie robotiche (magico il fino xilofono di “Alum Chime”) e frenetici schizzi di follia (la velocità supersonica di “Skeenie”). Un ottimo esempio di come l'era warpiana sia stata qualcosa di più dei nomi più blasonati.
Clifford continua il suo percorso con “Clean Pit & Lid.” in modo più che egregio, svincolandosi dagli stilemi del genere con l'iniezione di più elementi: si passa dalle tentazioni techno (l'andamento pachidermico di “Kracht”) fino agli accenni ambient (i miasmi di “Gammi” e “Conviction Hic”). L'album cede il passo a qualche episodio meno positivo (tuttosommato banali “Cheekchops”, l'irrisolta “Are You An Echo?”), risollevandosi in alcuni frangenti (l'acquarello ambient-pop di “Pit”) con un fare però indeciso o quantomeno zoppicante. Oberato dagli impegni del gruppo madre Clifford mette da parte il progetto per diversi anni (quasi dieci) riesumandolo nel 2003 con un EP omonimo.
“Disjecta EP” è totalmente differente dai suoi predecessori, infatti a partire da “True_Love By Normal” si sentono influenze glitch e una grande voglia di sperimentare toni decisamente meno strutturati rispetto all'IDM dei primi tempi. Droni di chitarra fanno da collante in quattro tracce atmosferiche e molto contorte, mai completamente risolte in una direzione melodica precisa. “Flos” rivela influenze minimaliste accentuate, infatti la traccia é composta da sole note di chitarra processata e qualche flebile delay, il tutto impastoiato con una sapienza da grande pioniere dell'assemblaggio qual è Clifford. Definitivamente immerso in una ricerca sonora assimilabile a certe produzione della Mille Plateaux, il nostro completa l'EP con altre due tracce (“Lumina_Lamina” e “Feeding Buzz”) che fanno della sottrazione il loro punto di forza, disegnando strutture avant di pregio finissmo.
Simon Kealoha & Zavoloka: deviazioni ambientali.
Negli anni Clifford stringe alcune collaborazioni sporadiche con artisti di spicco della scena elettronica sperimentale. Nel 2005 pubblca "Running Taper" assieme a Simon Kealoha aka Calika, mentre nel 2007 dà alle stampe uno split con l'artista ucraina Zavoloka. Il disco con Calika è un prezioso album di ambient-glitch con picchi di pregio finissimo, mai rumoroso e tendente al delicato. Ossequiosi alla tradizione della sperimentazione tonale glitch dell'ultimo decennio, Clifford e Kealoha splendono con tracce come "Forming Take" - puntellata con briciole sonore splendenti -, "Extract:Taper______" e "February 02_02_1" in cui si sente una cura del suono da ingegneri della sperimentazione musicale.
Sulla stessa falsariga del progetto condiviso con Mira Calix, le quattro tracce ricalcano un approccio frontale con la chitarra come strumento centrale delle composizioni. Attorniata da toni elettronici manipolati sapientemente, le corde vengono dilatate e smembrate in due deliziosi tappeti policromatici ("Blue-Fi 1", "Blue-Fi 2"). Zavoloka, rispettando il suo marchio di fabbrica, innesta temi world-music (un flauto) in grovigli di reticoli techno-glitch con la solita naturalezza, concludendo lo split con grande stile.
Nonostante siano casi isolati, dato che queste esperienze non hanno avuto seguito, questi due piccoli dischi hanno il merito sia di mostare prospettive inedite del Mark Clifford musicista e artista, sia di rafforzare la statura squisitamente musicale del personaggio.
Scritto da Alessandro Biancalana e Roberto Rizzo.
Contributi di Alberto Asquini ("Seefeel").
Horacio Oliveira e la metafisica.
Seefeel: polifusioni psichedeliche.
Nella Londra bene dei primi anni Novanta si muoveva un giovane un po’ introverso e stralunato, di quelli che raramente si vedono in centro a far caciara coi propri coetanei e che alle partite del Chelsea preferiscono la solitudine della cameretta, i libri e lo strumento musicale come confidenti. Potrebbe sembrare l’introduzione al profilo dell’ennesimo menestrello, non fosse che questa storia va fortunatamente in un’altra direzione: quello di Mark Clifford è infatti un percorso di ricerca, di studio ossessivo delle potenzialità dello strumento e delle possibilità espressive connesse.
Mai appagato e mai auto-indulgente, Clifford ha esplorato a lungo le soluzioni che l’elettronica applicata alla sei corde era capace di offrire, indagando da vero cultore i sistemi di loop, sequencer e manipolazioni sul suono dello strumento.
Allo stesso tempo teneva ben salda in mente una propria idea di prodotto musicale che esulava la forma-canzone pur conservandone l’approccio caldo e istintivo, uno spazio personalissimo e a sé stante, per la cui concretizzazione si rendeva tuttavia necessario allargare i confini tutto sommato stretti dello studio privato al progetto di gruppo.
I primi vagiti di una band tutt'altro che banale come i Seefeel, seguono in verità una trafila piuttosto ordinaria: Clifford passa diversi mesi tra il 1991 e il 1992 ad affiggere annunci e vedere musicisti, alcuni dei quali particolarmente dotati e virtuosi. A condividere queste prime avventure, lo strambo amico e bassista Mark van Hoen, che nelle fila del gruppo transiterà in realtà solo pochi mesi, a mo’ di collaudo per i suoi futuri programmi solisti, ma che resterà in ogni modo nel dietro le quinte della band, costituendone un punto di riferimento irrinunciabile.
Il destino, l’ispirazione del momento, vuole infine che la scelta sui musicisti da arruolare cada sulla giovane cantante e chitarrista Sarah Peacock, Spacemen 3 e My Bloody Valentine nel walkman, il percussionista Justin Fletcher e il bassista Daren Seymour, profondo conoscitore di kraut-rock e psichedelia, che subentrerà a van Hoen.
Prima ancora che musicisti affidabili e dotati, si tratta di persone con cui Clifford avverte una sorta di affinità personale ed intellettuale, fattore di enorme importanza per approdare ai risultati prefissati che necessitavano soprattutto comunione di intenti e di “visione”.
Da qui ai primi demo e ai primi live (quasi sempre dei flop di critica e pubblico) e alla firma di un contratto il passo è insolitamente breve e sul finire del 1992 è già tempo di pensare al primo EP.
Nel manifesto ideale di Clifford e soci vige la regola essenziale di disintegrare la forma-canzone tradizionale e lavorare solo con i cocci raccolti, abbattere tutte quelle che possono essere avvertite come limitazioni estetiche al loro concetto di psichedelia, all’intuito e all’istinto che costituiscono il perno di ogni loro incisione. Filtri, delay e sampling, da orpelli decorativi quali erano tradizionalmente trattati nel pop-rock, diventano fiamma vitale della materia.
Il primo extended-play More Like Space, esce quindi nel 1993 per la Too Pure e manda subito in crisi la critica di settore, incapace di cucirgli un’etichetta appropriata: dub? post-rock? noise? ambient? In pochi afferrano la brillante novità della formula dei Seefeel, sostanza ibrida che raccoglie una buona quantità di generi codificati (gli ampi spazi fisici e mentali del dub, le reiterazioni della psichedelia e della techno, le “esperienze” trasognate del post-rock e finanche dell’eterea 4AD), rimestati di continuo in una poltiglia fluttuante e cangiante, dove tutti gli elementi sono ancora ben distinguibili, ma che in qualche modo hanno senso solo in un rapporto di compresenza e fusione continua.
Tra i quattro pezzi dell’ep, spicca la splendida title-track, primo dei tanti capolavori della band, densa di delay e pochi limpidissimi vocals della Peacock, il ritmo più sostenuto di “Time To Find Me”, riconducibile a un certo trip-hop ambientale, e la strumentale “Blue Easy Sleep”, scritta a quattro mani da Clifford e l’amico van Hoen.
Tutto è pronto insomma per il capolavoro, che, mai come in questo caso, è letteralmente dietro l’angolo.
Passano pochissimi mesi quindi e i Seefeel consegnano il loro primo album, Quique, disco che per profondità e chiarezza d’intenti porta già tutti i requisiti dell’opera matura e completa oltre che di stampo fortemente innovativo.
I nove pezzi di Quique si inseriscono nel solco di una techno-ambient intrappolata a mezz’aria che se da una parte volge lo sguardo verso il sole artico di Aphex Twin e u-Ziq, dall’altra è attratta magneticamente verso i bisogni della terra da quelle movenze dub sinuose e irrimediabilmente fisiche.
I brani procedono così in equilibrio tra questi due poli, enfatizzando talvolta la componente incorporea e “aeriforme” (si sentano “Imperial” e “Through You”), altrove il genuino groove, per quanto trasognato e intorpidito (l’incedere robusto di “Polyfusione” e il dream-dub di “Filter Dub”, antipasto di quella formula esplorata qualche anno dopo dai Massive Attack).
Pur trovando nell’elettronica un rifugio felice e fortunato, l’esperienza dei Seefeel nasce pur sempre negli ambienti “rock”, nella corrente shoegaze e soprattutto nella psichedelia, tanto quella delle radici quanto quella aggiornata degli Spaceman 3: i brani di Quique si sviluppano così quasi sempre attorno ad un riff di chitarra in loop su cui tutti gli altri elementi entrano progressivamente, mutando in continuazione colore e velocità, spesso sfuggendo all’attenzione dell’ascoltatore.
I vocalizzi di Sarah Peacock sono infine il valore aggiunto, eterei e privi di senso compiuto, che omaggiano in più di un’occasione i Cocteau Twins di Liz Fraser, come negli splendidi gorgheggi impalpabili di “Charlotte’s Mouth”.
Quique è materia complessa e stratificata, che vive di confluenze e fusioni continue, costante nel suo essere colta perennemente in farsi. Anche per questo si colloca di diritto tra le opere più originali e significative della sua generazione.
Come previsto, Quique non è propriamente un successo commerciale (vende appena quindicimila copie), ma dà inizio ad un culto sotterraneo di portata crescente che darà i suoi frutti solo molti anni dopo, grazie soprattutto alle enormi risorse e agli archivi sconfinati dell’era del file-sharing.
Mark Clifford riceve però apprezzamenti “importanti”, uno su tutti quello di Robin Guthrie, che lo convocherà nel 1995 per la raccolta di remix “Otherness”. Fra loro inizierà una sorta di collaborazione, marchiata nuovamente con l'esperienza Sneakster.
Sempre nel 1995 arriva il secondo lavoro di studio, dopo una lunga attività live. Se Quique era un’opera ariosa e solare, con Succour la formula del gruppo resta come intrappolata in qualche grigia nebulosa che sospende ogni cosa tra fitti strati di caligine.
Succour esibisce da subito un suono più scheletrico e asciutto, a partire dallo scuro drone di “Meol”. Le chitarre, pur curate in maniera più “live” e meno effettata rispetto a Quique, retrocedono sullo sfondo, lasciando al centro della scena sezioni ritmiche scarne e imprevedibili e un ambient che arriva a lambire territori isolazionisti.
È un’esperienza tutta astratta e cerebrale, quella di Succour, schizofrenie che pulsano alla maniera degli Autechre (“Fracture”), beat ipnotici che conservano irriconoscibili brandelli dub (“Gatha”, “Rupt”) claustrofobie simil-techno (“Vex”) e soprattutto un lavoro certosino sugli armonici che consente le poche aperture melodiche del disco. Anche i vocals della Peacock sono scomparsi quasi del tutto, riemergendo compressi solo in sparuti rigurgiti su “Ruby-Ha” e “Rupt”.
Succour insomma allontana i Seefeel da quegli ambienti tradizionalmente rock a cui erano ancora sommariamente associabili con le loro prime incisioni, inserendoli in una sorta di limbo tra le produzioni tipiche della Warp (che sarà non a caso l’etichetta che pubblicherà il disco) e gli umori del trip-hop bristoliano.
La gestazione di Succour evidenzia però in maniera ancora più lampante le tensioni intestine alla band, sempre più Clifford-centrica, mentre Fletcher e Peacock maturano le proprie idee artistiche, non sempre conformi alle direttive di Clifford e che rendono difficile proseguire con l’attitudine istintiva e visionaria del progetto.
Alla consegna di (Ch-Vox) dunque, sul finire del 1996, la band è praticamente già sciolta.
Si tratta di una raccolta di sei tracce, per poco più di mezzora in totale, che procede sul tracciato atmosferico di Succour, abbandonando però le pulsioni ritmiche in favore dei flussi ambient costruiti spesso attorno ad un singolo loop (“Ashdecon”) o a battiti digitali (“Hive”), quasi sempre ricoperti da un alone profondamente “dark”, che culmina nella fosco finale di “Net”.
All’uscita di (Ch-Vox) i membri della band si sono già sparpagliati in una quantità di progetti ed esperimenti paralleli, cristallizzando per diverso anni i Seefeel tra i nomi leggendari dell’underground dei Novanta. Di anni ne passeranno ben quindici, fino al tanto chiacchierato ritorno in pista.
I Seefeel che si riaffacciano in un 2011 cybernetico sono ormai un nome underground di culto e l’omonimo album di ritorno viene accolto con grande trepidazione da più parti, creando attorno alla band persino un più che discreto livello di hype.
Accanto a Clifford è tornata Sarah Peacock, mentre novità assoluta sono Shigeru Ishihara e E-Da, al basso e alla batteria, che contribuiscono al sensibile cambiamento di rotta della band, sfoderando un suono più ruvido e vigoroso.
Seefeel sorprende per trovate e impatto. E' una elettronica cruda e primordiale, che recupera dub e glitch, li eleva a colonne portanti, intrecciandoli con gelidi bollori metropolitani, trip-hop a tratti e una sensazione di freschezza che accerchia e colpisce. Tra reminescenze dreamy incastonate a diamanti grezzi ("Faults") e Autechre che riappaiono nella loro forma più basica ("Gzaug"), si giocano le carte di una partita che si indirizza sui binari dell’inaspettato. Crudezze elettroniche cui fanno da contraltare ora soffici rivoli ambientali in un sottofondo molto lontano, ora tiepidi canti di sirena in evanescenza. Oltre che fini musicisti i Seefeel si dimostrano anche aggiornati sulle mode e ne danno una lettura particolarissima: "Making" recupera i primitivismi chillwave, ricalcandone i tratti salienti, ma immergendo le dolci nenie targate Washed Out nell'acido. Il beat di Bristol in chiusura fa il resto. Non c'è spazio per sentimentalismi di sorta, Seefeel è un raga metallico che dipinge un quadro di crudezze e ambienti gelidi, mai però dimenticando di sottolinearne l'esistenza dell'opposto, di un calore forse nascosto ma pur sempre presente.
Raramente un coming-back può dirsi più riuscito e fortunato di così.
Sneakster: ebbrezza melodica.
Sophie Hinkley e Mark Clifford si conoscono in un locale di Londra chiamato Milk Bar e da lì iniziano a scrivere del materiale assieme. Uscito su Bella Union il loro primo EP ("Fifty Fifty"), nello stesso anno (1999) viene alla luce anche l'esordio "Pseudo-Nouveau". Se in futuro verrà l'ora di riesumare capolavori nascosti del trip-hop, questo album avrà di diritto un posto d'eccezione in quella lista. Cesellato da mani sapienti, l'album, perfettamente in sintonia fra melodie e ritmi, oscurità e candore vocale, è un perfetto compendio di tutto ciò che è stato e sarà il genere dei più quotati Portishead. L'esperienza elettronica di Clifford è palese e i ritmi sono costruiti con una perizia tecnica mostruosa, ogni suono è collocato al posto giusto ed ogni canzone, che sia strumentale o cantata, sprigiona sensualità e forza. La Hinkley, perfetta nel districarsi fra lo sciabordare elettronico, mostra una voce sinuosa sfruttando doti di duttilità, alternando diversi registri di interpretazione all'interno di un album di certo non facile. Grazie alla collaborazione in sede di scrittura a fianco di Clifford, si completa una simbiosi artistica come solo una coppia maschio-femmina sa fare.
Si parte subito alla grande con "Whileaway". Il beat metallico che introduce il pezzo è tagliente, lascia spiazzati; solo dopo l'inizio del ritmo martellante di stampo industriale ci si rende conto che il disco è iniziato. La voce di lei è un canto candido, pieno di calore, mai sopra le righe, un misto di capacità interpretative e passione emozionante. Ricerca sonora di grande qualità mette a nudo un potenziale sconfinato, dove inserti percussionistici concentrano l'attenzione su un impatto sordido e misterioso, confezionando un'ossessionante cantilena notturna che si potrae per quasi sei minuti.
Sulla stessa falsariga proseguono la non meno rarefatta "Firehearts" (ammaliante l'incrocio di drone e synth analogici) e "Splinters" (ambient-pop imbastardito da un ritmo portante putrido e distrutto), facendo da apripista per le velleità ambientali di Clifford, vero marchio di fabbrica del musicista anglosassone. "Full Echoes", con un organo sintetico poi accompagnato da angeliche note di chitarra e uno scricchiolante beat di puro stampo minimal-techno, è una nenia dal grande impatto, i ritmi di estrapolazione industrial in "Stolen Letter", e il piccolo inframezzo ambientale "Trust & Blush", sono ulteriori esempi di uno stato di forma irripetibile.
L'organo torna a far male in "Static", con progressioni melodiche da manuale, lasciando ad "Heavy Heat, Heavy Time" il compito di calcare le mani sul lato più ritmico della formula stilistica, mentre la conclusiva "Sweet Melody" mette in riga tutti i tratti salienti di "Pseudo-Nouveau" con il solito incedere lento e asfissiante.
Nel 2000 viene rilasciata una versione dell'album con l'aggiunta dei pezzi presenti in "Fifty-Fifty" fra cui due remix di sua maestà Robin Guthrie. La mente pensante dei Cocteau Twins rilegge alla sua maniera "Fireheart" e "Stolen Letter", accentuando la grazia della voce femminile con vibranti accordi di chitarra. L'inedito "Kinda Blue" coniuga singulti classici (cello) con incastri martellanti, non discostandosi in termini di qualità dai migliori episodi dell'album.
L'esperienza della coppia termina prematuramente dopo solo un album e la Hinkley sparisce dal panorama musicale con un'immediatezza fulminea. Clifford continuerà negli anni a farsi vedere con qualche opera sparuta, tornando a sorpresa con i Seefeel dopo quindici anni. Il totale oblio con cui questo disco è stato accolto alla sua uscita, continuando a rimanere ai margini della discografia trip-hop, è segno di come spesso la fortuna sia una componente fondamentale per fare quel passo in più verso il riconoscimento del pubblico. Forse parlarne non sarà sufficiente per riabilitarlo, tuttavia l'assoluta validità di queste canzoni è un fatto con cui ogni appassionato di musica dovrebbe avere a che fare.
Scala: acredine trip-hop.
Fra i side-projects più interessanti fra quelli citati, gli Scala sono composti esclusivamente da ex-componenti dei Seefeel. Estrapolando dal gruppo madre la caratura tecnica in termini di melodie e ritmi, il gruppo riesce a pubblicare fra i più fulgidi esempi di trip-hop sia in termini di originalità che di efficacia. Mai completamente fedeli alla battuta bassa, la loro interpretazione dei suoni bristoliani è acida, sulfurea, mistica. Se si vuole dare un'etichetta si può parlare di acid-trip-hop. Con alla voce la meravigliosa ugola di Sarah Peahcock, la musica degli Scala affonda le radici in un'atmosfera plumbea, dove i ritmi serrati e la durezza delle melodie sono il perfetto corollario per canzoni che sfiorano l'esplosione senza mai deflagare.
Storia breve quella degli Scala, infatti la loro produzione si limita al biennio '96-'98, tuttavia in questo periodo le pubblicazioni furono molteplici. Si parte con “Beauty Nowhere”, album composto da nove tracce e magnifico residuato dall'epopea trip-hop in chiave noir. Il disco, perfettamente calibrato su un registro di basso profilo, giganteggia manipolando materie come l'ambient, il trip-hop, l'elettronica in generale. Si percepisce che dietro ci sono personaggi pionieristici, superbi artigiani del suono e sensibilità fuori dal comune. I toni desolanti ed emaciati sono un perfetto biglietto da visita per gli amanti del non ordinario (l'iniziale “Naked”, la progressione forsennata in “Torn”), mentre la distensione dei momenti pacati ricordano soluzioni ambient-pop di pregio assoluto (le magie di “Hold Me Down”, le particelle noise in “Ride Me”). Gli strumentali ovviamente ricordano i miracoli di “Quique”, fra cui piace ricordare le sconnessioni ritmiche di “Something about Brigitte Nielsen” e gli sprazzi angelici dei vocalizzi dream-pop in “Think In Japanese”. Nel complesso è un esordio estremamente positivo, capace di forgiare una formula originale e decisamente interessante. La capacità di uscire dall'ovvio dopo le precedenti esperienze di artisti più blasonati è lodevole, addizionando un'appeal pop con “Heart Of Glass”. Lo stesso anno esce l'EP “Lips & Heaven” che sviluppa ulteriormente lo spettro di soluzioni, mettendo la voce in primo piano in contesti fra i più disparati: “VDT”, con la sua resa del suono terrosa e povera, imbastardisce la dolcezza della voce femminea, mentre “Pain & Pleasure” unisce il solito beat con effluvi di arpa ottenendo un risultato quantomeno seducente se non bizzarro. Con “Tears”, e sopratutto in “Tryptic”, la band addolcisce parzialmente il suono con qualche concessione melodica.
Due anni dopo è tempo dell'accoppiata “To You In Alpha” e “Compass Heart”, canto del cigno e pure la conclusione di un'esperienza infruttuosa in termini di vendite ma mai così meritevole di attenzione postuma. Questi due album contengono canzoni semplicemente belle ed efficaci, con un'insospettabile appeal pop ed originali, miracolose perché capaci di coniugare le esperienze dei componenti nei Seefeel con la corrente trip-hop, riuscendo a realizzare qualcosa di peculiare. E' difficile scegliere le parole per descrivere la magia di “Honeylike” - pop bastardo e malinconico -, dare un senso alla cattiveria del beat industrial di “Remember How To Breathe” o “Slide”, mettere in fila le emozioni davanti a strumentali come “Spread Your Wings And Fly” o “Broken Dawn Beauty”. Con “To You In Alpha” che in alcuni casi inietta elementi rock (“Colt”, “Wires”), o decide di scherzare con il lounge-pop (la divertente “Black Narrow Shut”), “Compass Heart” si fa più rarefatto, impalpabile, polveroso. Infatti le varie “Ride On” - noise-pop stellare -, “Fearsome” e “Fuser” poggiano le proprie basi su flebili ritmi sintetici o su un giro di chitarra appena riconoscibile, giocando con il minimalismo pop degli Stereolab inconsapevolmente. Solo “Words And Thoughts” fa risplendere la voce di Sarah Peacock sotto il martellante incedere di una drum-machine monolitica.
Il consiglio per godere appieno di questi due album è quello di ascoltarli uno dopo l'altro, senza soluzione di continuità, preferibilmente in modalità casuale. La mescolanza continua aiuterà a infittire il senso di immersione in un mondo speciale e catatonico, capace di fagocitarci quanto di farci innamorare. Si perderà traccia della musica degli Scala da lì a poco con il temporaneo scioglimento dei Seefeel, lasciandoci in eredità qualcosa di prezioso, con il rammarico di non poter mai vedere il prosieguo di un suono unico quanto sperduto.
January: effusioni pop.
Sarah Peacock, artista poliedrica e dal grande piglio melodico, oltre ad aver militato nei già citati Scala, ha fondato e pubblicato due album con la band January. Insieme a Jonny Mathers, Jonny Wood e Simon McLean (produttore di “To You In Alpha” degli Scala), il gruppo si dedica con risultati proficui in un pop-rock psichedelico dall'appeal atmosferico e avvolgente. Senza raggiungere le vette delle band che gravitano fra ex-Seefeel, “I Heard Myself In You” e “Motion Sickness” propongono una musica delicata, profondamente segnata da una malinconia di fondo figlia degli anni in cui è stata pubblicata (quasi immediatamente dopo attentato dell'11 settembre) e da una scrittura non miracolosa ma nemmeno ordinaria, sovente toccata da alcune impennate di sicuro rilievo.
Il primo disco, pubblicato nel 2001, contiene alcune gemme dal sapore agrodolce, intrise da una psichedelia soffusa, mai invadente, sonnolenta ma mai statica. Le chitarre al vetriolo sono il sale di questa opera, a cominciare dell'iniziale “All Time”, proseguendo con altri episodi discreti come “Contact Light”, la title-track e la delicata “Invisible Lines”. Lo shoegaze acustico di “Sequence Start” è ulteriore segnale di quanto ci sia fermento in una band che tuttavia non riesce sino in fondo ad esprimere una musica convincente. Qualche bella canzone circondata da alcune incertezze: la scelta di un cantante non all'altezza, il poco coraggio per puntare sul lato ritmico-rumoroso, l'indecisione su quale aspetto (noise-rock o dream-rock?) far risaltare nel risultato finale.
In “Motion Sickness” le cose vanno molto meglio grazie ad alcuni particolari e una produzione più centrata, efficace e funzionale. Infatti l'iniziale “Paul O Reilly” ha un magnifico dialogo batteria-chitarra, “Someone” riprende alcuni tratti a metà fra post-rock cantato e psichedelia ma con un deciso risalto agli squilli scintillanti della chitarra, risultando liquida e ispirata. Questo andamento viene confermato un po' da tutto l'album, calibrato in maniera egregia fra accordi liquidi e un'interpretazione vocale più convincente, come dimostrato nella toccante “Caught” o nelle corpose progressioni della title-track. In questo disco anche gli intermezzi sanno incantare, infatti lo sciabordare del mare attorniato da xilofono e chitarra appena sfiorata di “The Square Is Closing”, mettono insieme un quadretto zen impossibile da ignorare. Con l'aggiunta della lunga e finalmente acidula “Sandwood” e del finale in punta di accordo-voce con la cover di Yoko Ono “Have You Seen A Horizon Lately”, l'album esplode in tutta la sua lucentezza con un trittico finale veramente emozionante.
La sensazione che si ha è che la band non abbia avuto il tempo necessario per sviluppare le proprie idee in maniera veramente incisiva. Infatti poco dopo la pubblicazione di “Motion Sickness” i quattro scioglieranno la band lasciando per strada due album solo discreti, smarrendo per strada potenzialità e talento per lasciare tracce più resistenti al tempo.
Cliffordandcalix: frattaglie immacolate.
Poco prima il ritorno de Seefeel Mark Clifford si concede una collaborazione con la celebre artista elettronica Mira Calix. La curiosità per il risultato di un’unione artistica così insolita è davvero molto alta.
“Lost Foundling” raccoglie varie session, eseguite dalla coppia dopo vari incontri susseguitisi nel tempo, la cui collocazione diacronica è indicata dall’anno di produzione, posposto al titolo di ciascuna delle tracce. Il contenuto, nonostante l’ampio arco temporale, risulta compatto e senza uscite di pista poco coerenti. Le potenzialità di entrambi i musicisti sono ben amalgamate in un album che propone una perfetta mediazione fra ricerca in ambito melodico/ritmico e momenti di candore sonoro estatico, nei quali la voce della Calix è il contrappunto ideale per gli scenari più disparati. L’onnipresenza del cantato contribuisce a mitigare scenari spesso ostici, mentre l’alternanza fra stasi e caos aiuta a diluire il contenuto fino alla conclusione. In termini squisitamente tecnici, siamo dalle parti di un pop ambientale che mischia in un gran calderone disfunzioni glitch, chitarrismo sognante, tappeti ambient e noise.
La già accennata varietà di toni permette di alternare interpretazioni vocali irriconoscibili (il magma sonoro attorcigliato di “Someone Like Me” e “Dream Of You” ammanta la voce della Calix donandole incisività) con deliziosi acquerelli serafici (la splendida “You And I”, l’intreccio inestricabile di synth per “One 2 Far”). Mentre il tocco magico di Clifford alla chitarra si rivela in tutto il suo splendore (la psichedelica sospesa nel vuoto di “Beethaven”, il dream-pop mistico in “He Promised It All”, la corrosione metallica di “In Her Room”), si susseguono qua e là ossessioni ritmiche (i tribalismi oscuri di “Myrie”, la drum-machine sostenuta di “Pull It A Part 1”), brevi scampoli di ambient malsana (“Cket”, “Mintle”, “Alkaline”) e strutture pop più riconoscibili (“To Stay Changed Forever” possiede un fascino tormentato rarissimo).
In questa sede, siamo dunque obbligati a plaudire il sodalizio di “Lost Foundling”, poiché riassume con lodevole sagacia compositiva le varie influenze dei due musicisti. Considerando che siamo di fronte soltanto a degli assaggi sparsi nell’arco di dieci anni, la curiosità di ascoltare una sessione di composizione intensiva è molto alta.
Nello stesso anno viene pubblicato un EP di remix di brani tratti dall'originale “Lost Foundling”. Gli artisti messi in gioco mescolano le carte trasfigurando deliziosamente: Andrea Parker e Daz Quayle iniettano un cancro nebbioso in “Beethaven”, mentre Majestic 12 gioca la carta del minimalismo giocoso con la stessa traccia. Luke Vibert gioca a fare il mago dell'electro con la bella colata cibernetica di “One 2 Far”, con Simon Pyke che pennella nebbie grigissime sempre con “Beethaven”.
Woodenspoon – Disjecta: sbronza IDM.
In piena esplosione del movimento IDM targato Warp, Mark Clifford si concede un'uscita solitaria con due progetti solisti strettamente legati con l'etichetta britannica, lasciando solo un piccolo EP sulla sua etichetta Polyfusia Records.
Con Woodespoon Clifford esplora il lato più estremo dell'IDM, sviscerando un'anima hardcore della sua personale interpretazione della musica elettronica. Sia le title-track che “Friendly Aside” sono una stilettata di bassi ottundenti, con “Dig Deep Bin” e “Jujasm” che rincarano la dose in modo più sordido ma egualmente potente. Niente di cui non avevamo già sentito parlare, ma passo decisivo nella maturazione artistica di un Mark Clifford in forte ascesa. Per gli amanti dell'era warpiana sarà comunque un bel sentire.
Disjecta, oltre ad essere un'esperienza decisamente più sviluppata della precedente, richiama toni più posati e distesi vagamente associabili ai Seefeel. “Looking For Snags” è un disco brumoso, vagamente dark, pessimista e molto notturno. Non c'è melodia nei ritmi di “Here”, mentre in “Dorming” i battiti sono così stracciati da risultare un'unica folata di vento tagliente. “K-Bop” gioca con toni concreti con un risultato bizzarro, mentre “Gyric” e la title-track alzano il tono con una frequenza più alta, al limite dell'hardcore di Woodenspoon. Le restanti tracce veleggiano con sapienza fra delicate nenie robotiche (magico il fino xilofono di “Alum Chime”) e frenetici schizzi di follia (la velocità supersonica di “Skeenie”). Un ottimo esempio di come l'era warpiana sia stata qualcosa di più dei nomi più blasonati.
Clifford continua il suo percorso con “Clean Pit & Lid.” in modo più che egregio, svincolandosi dagli stilemi del genere con l'iniezione di più elementi: si passa dalle tentazioni techno (l'andamento pachidermico di “Kracht”) fino agli accenni ambient (i miasmi di “Gammi” e “Conviction Hic”). L'album cede il passo a qualche episodio meno positivo (tuttosommato banali “Cheekchops”, l'irrisolta “Are You An Echo?”), risollevandosi in alcuni frangenti (l'acquarello ambient-pop di “Pit”) con un fare però indeciso o quantomeno zoppicante. Oberato dagli impegni del gruppo madre Clifford mette da parte il progetto per diversi anni (quasi dieci) riesumandolo nel 2003 con un EP omonimo.
“Disjecta EP” è totalmente differente dai suoi predecessori, infatti a partire da “True_Love By Normal” si sentono influenze glitch e una grande voglia di sperimentare toni decisamente meno strutturati rispetto all'IDM dei primi tempi. Droni di chitarra fanno da collante in quattro tracce atmosferiche e molto contorte, mai completamente risolte in una direzione melodica precisa. “Flos” rivela influenze minimaliste accentuate, infatti la traccia é composta da sole note di chitarra processata e qualche flebile delay, il tutto impastoiato con una sapienza da grande pioniere dell'assemblaggio qual è Clifford. Definitivamente immerso in una ricerca sonora assimilabile a certe produzione della Mille Plateaux, il nostro completa l'EP con altre due tracce (“Lumina_Lamina” e “Feeding Buzz”) che fanno della sottrazione il loro punto di forza, disegnando strutture avant di pregio finissmo.
Simon Kealoha & Zavoloka: deviazioni ambientali.
Negli anni Clifford stringe alcune collaborazioni sporadiche con artisti di spicco della scena elettronica sperimentale. Nel 2005 pubblca "Running Taper" assieme a Simon Kealoha aka Calika, mentre nel 2007 dà alle stampe uno split con l'artista ucraina Zavoloka. Il disco con Calika è un prezioso album di ambient-glitch con picchi di pregio finissimo, mai rumoroso e tendente al delicato. Ossequiosi alla tradizione della sperimentazione tonale glitch dell'ultimo decennio, Clifford e Kealoha splendono con tracce come "Forming Take" - puntellata con briciole sonore splendenti -, "Extract:Taper______" e "February 02_02_1" in cui si sente una cura del suono da ingegneri della sperimentazione musicale.
Sulla stessa falsariga del progetto condiviso con Mira Calix, le quattro tracce ricalcano un approccio frontale con la chitarra come strumento centrale delle composizioni. Attorniata da toni elettronici manipolati sapientemente, le corde vengono dilatate e smembrate in due deliziosi tappeti policromatici ("Blue-Fi 1", "Blue-Fi 2"). Zavoloka, rispettando il suo marchio di fabbrica, innesta temi world-music (un flauto) in grovigli di reticoli techno-glitch con la solita naturalezza, concludendo lo split con grande stile.
Nonostante siano casi isolati, dato che queste esperienze non hanno avuto seguito, questi due piccoli dischi hanno il merito sia di mostare prospettive inedite del Mark Clifford musicista e artista, sia di rafforzare la statura squisitamente musicale del personaggio.
Scritto da Alessandro Biancalana e Roberto Rizzo.
Contributi di Alberto Asquini ("Seefeel").
domenica 30 settembre 2012
LHF: "Keepers Of The Light" (Keysound Recordings, 2012)
Fin da quando il genere elettronico ha iniziato a spaccare in due il mercato discografico, le opere monolitiche si possono contare sulle dita di qualche mano. Viene in mente, uno su tutti, il capolavoro, vera e propria bibbia dell'arte del remixing, “The Tenth Anniversary Collection” dei Masters At Work, nome d'arte di due personaggi di capitale importanza come Louie Vega e Kenny “Dope” Gonzalez. Quest'esempio serve solo a rendere l'idea dell'imponenza cui siamo di fronte con “Keepers Of The Light”. Altro elemento per rendersene conto è la definizione del “genere”. Con la scorciatoia “elettronica” si è voluto evitare una lista di generi e sottogeneri infinita, fra cui si può includere dubstep, post garage, jungle, breakbeat, soul e influenze jazz. Ciò che il collettivo LHF ha voluto esprimere con i due cd, i cento quarantaminuti e le ventisei tracce è un qualcosa di forte, stentoreo, se si vuole esagerare, epocale.
LHF vuol dire Amen Ra, Double Helix, No Fixed Abode, Low Density Matter, Octaviour, Escobar Seasons, Solar Man e Lumin Project. Elementi di un super collettivo segreto che da tre anni inonda la nostra mente con ascolti alieni, mischiando sacro con profano e tradizione con innovazione. Fra i vari componenti solo alcuni appaiono nei crediti come produttori, infatti le tracce vengono spartite in maniera più o meno omogenea, con una preponderanza del lavoro di Double Helix e Amer Ra. Il materiale qui presente raduna canzoni già uscite sui tre singoli “Enter In Silence...”, “The Line Path” e “Cities Of Technology”, con l'aggiunta di altre quindici mai pubblicare ufficialmente.
Addentrarsi in “Keepers Of The Light” è un po' come sedersi e ripercorrere la propria vita passata su pagine di diario ingiallite. Per un appassionato di elettronica questo disco è una festa fatta di dolci sogni nostalgici, emozioni straripanti e incontenibile piacere. Ciò che si percepisce è la volontà di plasmare una materia viva e nuova, magari in alcuni frangenti sconnessa e verbosa, una musica nuova, magmatica e avvolgente. Plastica e macchine, fondendosi in una sinfonia lunga due ore abbondanti, mischiano bassi tellurici, synth taglienti, visceralità urban e nebbie, in un flusso sonoro che è per sua natura cinematico. LHF racconta una storia lunga decenni attraverso un'operazione di sintesi che forse rimarrà nella memoria per la sua sfrontatezza e il rumore ingiustificato. Tuttavia l'album sale ascolto dopo ascolto, richiedendo pazienza e sudore, le stesse qualità che i musicisti hanno impiegato per offrirci tale bellezza.
Fra i tanti episodi piace ricordare le sconnessioni ritmiche con i segnali di una radio indiana in “Indian Street Slang” e “Sunset (Mumbai Slum Edition)”, le fluenti delicatezze jazzy style (l'immacolata dolcezza di “Blue Steel”, il rullante infuocato in “Questions”), magiche sferzate breakbeat (“Supreme Architecture”), oltre ai tagli techy di classe innata (gli stomp di “Akashic Visions”). Ma è davvero arduo arrivare all'essenza di un'operazione dettagliando traccia per traccia, a costo di risultare poveri di definizioni la cosa migliore è lasciare la parola alla musica. Con i frangenti finali l'album scioglie le tensioni in un brodo primordiale densissimo e acido, fra cui spiccano il procedere marcio e stentato di “Inferno”, le effusioni cinematic di “Voyages” - macchiata da brandelli classici campionati -, e il bollore inesploso della conclusiva “One Toke Wonder”, un frullato midtempo segnato da sporcizie varie.
È quasi impossibile determinare la portata dello sforzo creativo degli otti inglesi, i quali non si risparmiano e danno alle stampe un qualcosa che esce fuori dai binari da ogni punto di vita. Forse distinto da urgenza espressiva efficace quanto annichilente, “Keepers Of The Light” mette un punto ben marcato sulla linea retta cronologica della storia dell'elettronica.
(8)
recensione di Alessandro Biancalana
domenica 23 settembre 2012
Giulio Aldinucci: "Tarsia" (Nomadic Kids Republic, 2012)
Messo temporaneamente in soffita il progetto Obsil, Giulio Aldinucci pone in copertina il suo nome di battesimo per una nuova uscita discografica. Sempre contraddistinta da una grazia inusitata, la musica del senese si colloca nei pressi di un'avanguardia sempre più peculiare e caratteristica. Devoto ai suoni dell'ambiente e della terra, l'artista concentra in questo album tutte le qualità dei suoi precedenti album a nome Obsil con un tocco di personalità in più. Dopo aver cambiato varie etichette, il nostro approda alla mini-label Nomadic Kids Republic, piccola realtà creata e gestita da Ian Hawgood.
Con l'uso sapiente e misurato di field-recording rurali ed essenziali, la natura primordiale della sua musica viene confermata dal titolo. Come spiegato dallo stesso autore in un'intervista radiofonica, il titolo “Tarsia” è ispirato alla tecnica dell'intarsiatura. Nello stesso modo con cui centinaia di anni fa pazienti artigiani del legno usavano tale metodo per realizzare opere stupefacenti, il musicista elettronico sovrappone, con la stessa capacità di giustapporre, fini strati di suono per comporre la sua musica. Ed è una naturale conseguenza il fatto che tale termine e ciò che evoca, sia il perfetto corollario per immergersi in un disco che trasuda autenticità e distensione. Suoni che vengono dall'aldilà donano pace interiore con metodi mai violenti, rivelando il lato gentile dell'avanguardia e dimostrando che la musica sperimentale può e deve essere godibile anche da orecchie non avvezze a tali melodie.
Tracce l'una fusa all'altra compongono un unico bozzetto naturalistico vivido, semplice, dalla forza interiore che sfiora il mistico. Con il picco di ispirazione nell'immacolato procedere di “Pianura (con gli occhi di F.”), il compositore toscano approfondisce la sua persona e mostra a noi ascoltatori un mondo tutto suo, a cui noi possiamo accedere bussando, senza far rumore.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana
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