lunedì 20 luglio 2015

The Dø: "Shake Shook Shaken" (Cinq 7, 2015)














Il duo franco finnico formato da Dan Levy e Olivia Merilahti giunge al terzo album dopo il discreto riscontro ricavato da “Both Ways Open Jaws”, opera pop di pregio che nel 2011 bissò l'altrettanta lucentezza dell'esordio “A Mouthful”. L'incredibile facilità con cui i due musicisti sono riusciti in soli due album a concentrare tanto potenziale ha creato una giustificata curiosità nei confronti della nuova uscita discografica.

“Shake Shook Shaken” apporta profonde modifiche al suono del gruppo fin dall'iniziale “Keep Your Lips Sealed”. Via chitarre o qualsiasi altro strumento acustico, dentro synth, drum-machine e tastieroni profondi e carnosi. Siamo dunque passati dall'art-pop-prima-St. Vincent ad un synth-pop di forte ispirazione eighties, in cui linee robotiche prevalgono sull'impianto classico pop. Siamo dunque di fronte all'ennesima riesumazione di sonorità sentite mille volte? I Dø riescono a scansare l'ovvietà grazie a una grandissima fantasia compositiva, in cui l'uso più deciso di strumenti elettronici è solo un modo come un altro per esprimere la propria musica. Autori di ritornelli assassini mai banali, la band ha il dono di saper fondere accessibilità con ricerca sonora, dando sfaccettature inaspettate ai brani. Parte consistente dell'attrattiva del progetto è indubbiamente la figura di Olivia, la cui voce sorprende per versatilità, capace di passare senza intoppi fra brani  ombrosi o movimentati, mentre il suo aspetto introverso e sensuale al tempo stesso aggiunge un appeal innegabile. La resa live di questo album, dato quanto testimoniato dalle esibizioni in giro per il mondo, pare essere esaltante.

Ricordi dell'indie-pop innegabilmente cool (il bel intreccio vocale di “Trustful Hands”) a cui ci avevano abituato rimangono, tuttavia la nuova tendenza esplode sotto forma di deflagrazioni techno degne di nota (la fantastica “Miracles (Back In Time)”, lo strumentale “Omen”), singoli electro-pop solari (le radiofoniche “Despair, Hangover & Ecstasy”, “Anita No!”, “Going Through Walls”), inni da scolaresca alternative (il bel tiro delle tastiere di “Lick My Wounds”). Un mood malinconico attanaglia altri episodi, dando all'insieme una vaga patina tutt'altro che pop (“Sparks”, “A Mess Like This”, “Opposite Ways”). Questo mix di suoni, sensazioni e temperature rende l'album un bel concentrato di alchimie pop, in cui la fantasia compositiva è soltanto un coadiuvante verso la forma apparentemente perfetta di guazzabuglio canzonettaro.

Nonostante la mancanza di qualche accordo di chitarra si faccia sentire, oltre ad alcune lungaggini di troppo (“Nature Will Remain”), “Shake Shook Shaken” è veramente un bel sentire. Se avete gradito i precedenti due album del sodalizio o anche solo se apprezzate il pop a tutto tondo, non potrete rimanere delusi da un disco il cui maggiore merito rimane quello di non banalizzare riferimenti ormai consunti. Le strada intrapresa per fare grandi cose è quella giusta, dalla prossima prova ci attendiamo davvero grandi cose da Dan & Olivia.

(7,5)
recensione di Alessandro Biancalana 

 

domenica 5 luglio 2015

Drew Lustman: "The Crystal Cowboy" (Planet Mu, 2015)















Reduce da un album tutt'altro che soddisfacente, Drew Lustman mette momentaneamente da parte il suo moniker più famoso pubblicando un disco con il nome di battesimo. “In The Wild” aveva interrotto l'ascesa del compositore americano, il quale, con due album più che ottimi come “You Stand Uncertain” e “Hardcourage”, si era imposto fra gli autori di musica elettronica di punta della scena mondiale. Quell'incidente di percorso – prova confusionaria e fuori fuoco – ha forse imposto all'artista un rimescolamento delle carte, in parte attuato nel qui presente “The Crystal Cowboy”.

La spinta al rinnovo porta Lustman all'inserimento di una componente drum'n'bass facilmente riconoscibile nei pezzi di entrata “Watch A Man Die” e “Time Machine”. Il rullante jungle fa da elemento portante e pennella strutture ritmiche solide in quasi tutto l'album, coadiuvato da rivoli ambient e sberleffi IDM. Una vena da narratore dei sobborghi (la fumosità urban-sci-fi di “Angel Flash” e della title-track) ed un'ispirazione finalmente ritrovata (davvero notevole “Green Technique”) regala all'album una briosità compositiva solo teorizzata nel già citato “In The Wild”. Il marchio FaltyDL ritorna occasionalmente in vari episodi (la techno gentile di “Wolves” e “The Hatchet”), mentre strambi giochetti esotici (la cantata “Onyx”) e due bombe come “Sykle” e “Bluberry Fields” assestano il colpo finale. In questi due ultimi episodi il giocoliere elettronico americano adotta un approccio totalizzante alla sua arte, rimestando electro, tastiere ambient, umori horror e un gusto per il ritmo davvero notevoli.

Aiutato dall'intensa attività di Djing, il Nostro ritorna in carreggiata e piazza un album dai grandi numeri, colorato ed ispirato. Nell'ascoltare queste tracce è facile constatare le sconfinate potenzialità di questo produttore, il suo unico compito sarà quello di arginare l'estrosità senza sfociare nella normalizzazione, trovando un equilibrio che potrebbe portarlo davvero in alto nelle graduatorie dei più grandi.

lunedì 2 marzo 2015

Susanne Sundfør: "Ten Love Songs" (Warner Music Norway, 2015)















Fra gli album più attesi di questo inizio 2015, la nuova prova di Susanne Sundfør getta altri indizi sugli sviluppi della carriera di una delle più talentuose cantanti internazionali. Reduce da due album letteralmente perfetti come “The Brothel” e “The Silicone Veil”, la norvegese cerca delle conferme con “Ten Love Songs”. Andando a vedere le emozionanti esibizioni live eseguite in nord Europa, unitamente alla qualità della musica, risulta quasi inspiegabile dare una movitivazione alla scarsa popolarità acquisita fuori dal terra natia. Nel frangente che l'ha divisa dal precedente cd ad oggi, Susanne ha collaborato in diversi progetti di breve durata, partecipando alla bellissima colonna sonora di Oblivion con gli M83 cantando una canzone, prestando la voce per i Röyksopp nella pregevole “Running To The Sea”, scrivendo insieme a Kleerup il singolare funky-synth-pop “Let Me In”. Questo nuovo capitolo del suo percorso artistico – dato anche il forte appeal pop – pare possa essere il definitivo sbarco sul mercato discografico mondiale.

Se si ascoltano in ordine cronologico gli album della cantante nordica, sarà ovvio notare il progressivo allontamento dallo stilema della cantautrice folk. Se i primi due album (“Take One” e “Susanne Sundfør”) proponevano un cantaurato femminile piuttosto canonico, da “The Brothel” la musica ha svoltato dalle parti di una forma canzone trasfigurata, sopratutto grazie all'uso dell'elettronica. Ed è proprio grazie all'uso di strumenti come sintetizzatori e drum-machine che pezzi come “Lilith” o “White Foxes” esplodono in tutto il loro splendore, adornando strutture cristalline. Senza dimenticare le radici di scrittrice pop, è proprio su questo solco che Susanne ha voluto puntare, proponendo in “Ten Love Songs” una cascata di synth, sfiorando in certi frangenti perfino l'euro-pop di Lady Gaga (la sgraziata pomposità di “Kamizake”). L'obiettivo è dunque quello di ricavare forza e impatto dall'uso massiccio di strumenti non acustici, cercando di non snaturare la natura celestiale e leggiadra della sua musica, ricalcando in parte spunti già battuti da artisti come The Knife o Annie. Ovviamente in tutto ciò si stagliano le straordinarie capacità vocali di Susanne, la quale riesce a mescolare registri interprepativi come solo le grandissime sanno fare, adattandosi in modo perfetto alle vesti di chanteuse electro-pop solenne.

Prendendo i singoli episodi pare che la formula funzioni alla grande (“Fade Away” e “Delirious sono seriamente magnifiche), tuttavia a mancare è un quadro complessivo che leghi tutte le canzoni. Si passa dalle scheletriche “Darlings” e “Silencer” - sorrette da un piano o poco altro - alle aggressioni pop delle già citate “Kamizake” e “Fade Away”, giungendo ai dieci minuti orchestrali di “Memorial”. Questi saliscendi emotivi danno sì brio all'album ma non regalano la sensazione di compattezza che i due predecessori avevano, conducendo l'ascoltatore verso un ottovolante di suoni piacevole ma un po' disomogeneo. Proseguendo si trovano i pregevoli incastri electro-pop di “Insects” - una marcetta robotica trascinante -, passando per la dolcezza dell'organo di “Trust Me” e la solennità di “Slowly”. Non c'è niente di propriamente brutto o fuori posto in “Ten Love Songs”, anzi, l'album risplende di una lucentezza di un certo calibro, tuttavia l'impressione generale pecca di un certo sfilacciamento in alcuni passaggi, rendendo il tutto “solamente” molto bello e non un capolavoro.

Nonostante questi piccoli difetti, stiamo comunque parlando di una prova sopra alla media, in cui troverete grandissimi spunti di interesse sia che siate appassionati di musica elettronica sia che amiate il pop mainstream. In conclusione siamo in presenza di dieci canzoni universali, mai banali o dal cattivo gusto, dove sarà facile scorgere le potenzialità sconfinate del talento di Susanne Sundfør anche se la state ascoltando per la prima volta.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

domenica 8 febbraio 2015

Hundreds: "Aftermath" (Sinnbus, 2014)















In un mercato discografico bulimico e sempre più colmo di proposte fra le più disparate, capita sempre più spesso che artisti di un certo rilievo non abbiano il risalto che meriterebbero. Nel caso dei fratelli Milner in arte Hundreds questa teoria è vera fin dal magnifico esordio. “Hundreds” - pubblicato nel 2010 – racchiude tutta la sensibilità tedesca verso il pop elettronico, commutata in parte dalle vecchie esperienze indietroniche, unita ad un songwriting dal sapore classico e ombroso. La voce di Eva, magistralmente incastrata nei pattern electro, risalta per limpidità e rende magica ogni singola composizione. Fra le migliori canzoni vale la pena recuperare “Solace” e “Machine”.

Ora, a distanza di cinque anni, con diversi tour molto estesi alle spalle e un disco di remix (“Variations”, datato 2011), i teutonici tornano con “Aftermath”. Se la qualità media delle canzoni rimane pressoché invariata, la forma è leggermente mutata. Il minimal-electro-pop dell'esordio vira verso un electro-pop sopra le righe, con synth più taglienti e ritmi decisi, dove l'apporto dell'elettronica è diminuito e in generale cambiato in termini di spessore sonoro. Tuttavia, anche alla luce di questo cambiamento, è impossibile rimanere indifferenti davanti alle costruzioni pop sopra la media, le linee vocali pulite e cristalline, il lavoro di post-produzione sugli strumenti acustici, il gusto nell'assemblare i vari elementi. Se si vuole lavorare per sinonimia, gli Hundreds sono un incrocio fra i Notwist più seriosi – per i frangenti più propriamente elettronici – e il pop raffinato di band come Autour De Lucie.

Per ricercare il picco dell'album saltare direttamente a “Rabbits On The Roof”, un fantastico tripudio di ritmi e suoni condotti senza nessuna sbavatura verso una forma intoccabile di electro-pop. La progressione con cui il sampling delle percussioni e la voce si fondono in un'unica cosa, trasportando l'ascoltatore fino in fondo, sono un vero e proprio esempio di perfezione formale. Nel resto dell'album troviamo soffici sbuffi pop (la title-track, le umbratili “Foam Born” e “Stones”), singoli perfino aggressivi (la vivace “Our Past”, le emozioni di “Beehive” e “Please Rewind”) e canzoni leggermente più canoniche (“Circus”, “Interplanetary”). L'impressione che si ha ascoltando tutto l'album è che le canzoni più compassate diano il loro meglio con l'iniezione di suoni elettronici, mentre le piano-song con poc'altro attorno - “Ten Headed Beast” rimane un bel pezzo - manchino leggermente di spessore. Di contro, gli episodi più corposi sono una naturale evoluzione della forma canzone dei fratelli Milner (sopratutto “Our Past”).

Coinvolti in questi giorni in un tour – Germania e Svizzera i paesi toccati - in cui rileggono in chiave acustica tutte le canzoni di “Aftermath”, gli Hundreds devono al loro prossimo passo ricamare il loro perfetto disco pop non dimenticando le loro origini ed assorbendo le nuove tentazioni cantautoriali. Compito non certo semplice ma non irraggiungibile per un duo che ha già saputo dimostrare il proprio valore.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

mercoledì 10 dicembre 2014

Concerto Ladyvette @ Bravo Caffè, Bologna 05/12/2014

Nel contesto della zona universitaria di Bologna, il Bravo Caffè, storico locale di spettacoli jazz/soul/cabaret, propone il concerto del progetto Ladyvette, curioso terzetto di ragazze italiane dedito ad un progetto artistico quantomeno singolare. Dotate di una discreta autoironia e di buone capacità vocali, oltre al fondamentale contributo di tre musicisti di ottima preparazione, le tre divette – si fanno chiamare Sugar, Cherry e Pepper – propongono una frizzante riesumazione degli standard swing - genere nato in America fin da metà degli anni ’30 ma esploso in Italia solo nei ’50 - con un colorito contorno di spettacolo puramente cabaret. La parte musicale dunque si divide in reinterpretazioni di artisti italiani molto conosciuti (Laura Pausini, 883) - francamente la parte meno interessante dello show -, riproposizioni molto vivaci e calligrafiche di classici dell’era d’oro dello swing americani e pezzi originali scritti da loro.

Dato l’ottimo affiatamento e la perfetta alchimia fra parte visiva e musica, pare quasi ovvio ricercare nella realtà live la dimensione più adatta per una band di questo tipo. Tuttavia, vuoi la buona riuscita dei pezzi inediti, vuoi le buone qualità espresse dalle ragazze, non sembra impossibile puntare sul lato meramente compositivo e buttarsi in un album tutto fatto di pezzi originali. In certi ambienti questo tipo musica ha sempre un discreto interesse, soprattutto adesso che la vena del revival è sempre apprezzata e soprattutto in Italia dove questo genere musica ha rappresentato un forte elemento di costume. Ad accompagnare la serata c’è sempre stata un’indomabile vena da cabaret delle ragazze, le quali hanno inscenato simpatici e mai banali siparietti fra loro tre, il pubblico e la band stessa, diluendo il tempo sul palco ed aiutando il pubblico ad immedesimarsi e coinvolgersi allo spettacolo.

Rimane dunque nella memoria una notte fatta di sapori e sensazioni di un tempo, musiche allegre e tanta comicità ormai dimenticata. Con l’augurio di una carriera un pelino più ambiziosa, lasciamo alle Ladyvette il beneficio di aver animato una fredda nottata bolognese con la loro musica.

domenica 30 novembre 2014

To Rococo Rot: "Instrument" (City Slang, 2014)















Dopo quasi cinque anni di assenza, gli alfieri del post-rock cibernetico tornando a pubblicare un album dopo il discreto “Speculation”. In questo periodi i tre componenti non si sono per niente riposati, bensì hanno coltivato gli svariati progetti paralleli di cui sono titolari. Se Stefan Schneider ha intrapreso una proficua collaborazione con Hans-Joachim Roedelius – storico membro dei Cluster - in due discreti album (“Stunden”,”Tiden”), Ronald Lippock ha essenzialmente continuato il percorso dei suoi Tarwater (di recentissima pubblicazione “Adrift”), mentre l'altro fratello Robert ha lavorato ad un album solista del 2011 -“Redsuperstructure”-, un ottimo centrifugato di glitch, techno e ambient.

Giace un po' di nostalgia fra le note di “Instrument”. Pensare ai tempi in cui album come “Hotel Morgen” o “The Amateur View” ricoprivano tutte le copertine delle riviste del settore gioca a sfavore del collettivo tedesco, il quale non ha mai mutato la qualità della musica, proponendo sempre interessanti variazioni al tanto caro post-rock elettronico. Nonostante ciò le intuizioni dei berlinesi (come degli altrettanto fondamentali Kreidler) sono state la base del successo di tante altre derive più o meno riuscite dell'elettronica degli ultimi dieci anni, dettando le basi per tanti sviluppi successivi. Tuttavia, il grande merito della band è stata una grande dedizione alla loro musica, la completa estraneità ai trend e una consueta efficacia nei live. Da sottolineare il particolare sodalizio con il folle sperimentatore Arto Lindsay, il quale si occupa di produrre l'album e di cantare ben tre pezzi.

Dunque fra classici episodi electro-pop impreziositi dalla voce di Linsday (il buon incipit “Many Descriptions”, le discrete strutture pop di “Classify”) e le bordate di basso (l'imponente “Besides”, il bel tiro della jazzata “Baritone”), vengono fuori i To Rococo Rot di un tempo in vari episodi esemplari. C'è l'imbarazzo della scelta fra motorik scalcianti (la preziosa “Down In The Traffic”),  sperimentazione tonale da antologia (“Spreading The Strings Out”,”Pro Model”) e candide suite dal sapore crepuscolare (“Gitter”). Il tutto è condito costantemente da una sensazione di precisione e raffinatezza, come se tutto fosse perfettamente rifinito e calcolato fino nei minimi particolari.

Con la “solita” dimostrazione di maestria declinata con un taglio tutto personale, coadiuvata dal tocco folle di un personaggio come l'ex frontman dei DNA, i To Rococo Rot ribadiscono la loro posizione di prima importanza nel panorama europeo della musica strumentale d'avanguardia. Siamo solo in attesa di nuovi ed inaspettati sviluppi.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

sabato 15 novembre 2014

Tune-Yards @ Bologna, Locomotiv 08/11/2014

Fin dai suoi primi esordi nel 2009 (il primo disco si intitola “Bird-Brains”), Merrill Garbus si distinse fra le mille proposte del pop indipendente per un piglio estroso fuori dal comune. Nel tempo la sua musica si è evoluta mischiando art-pop, stranezze freak e sperimentazione pura, giungendo a un incrocio fra gli Animal Collective più pop e gli Architecture In Helsinki. Una proposta sicuramente originale, partorita da una mente indomita e molto vivace.

Dopo due anni di assenza da Bologna (marzo 2012 la sua ultima apparizione, sempre al Locomitiv), la ragazza del Connecticut torna in Emilia a presentare il suo nuovissimo “Nikki Nack”. Coadiuvata dal suo fidato Nate Brenner al basso più altri effetti, da una percussionista e da due coriste, lo show si rivela enormemente più energico rispetto al disco. Dal vivo la band spinge in maniera abbastanza decisa sul lato ballabile dei pezzi, rendendo più incisivo l'incedere ritmico e le linee di basso. La realtà dei fatti è che, nonostante le tre prove siano sempre state di buona qualità, per Merrill la dimensione live è il compimento massimo della sua arte. Oltre ad una spiccata capacità di trascinare il pubblico, è palese quanto pezzi come “Water Fountain” e “Sink-O” abbiano un appeal con il palco inossidabile, dunque risulta assolutamente normale che lo spettacolo dal vivo sia decisamente più efficace del disco. Senza sosta la band snocciola con velocità supersonica i vorticosi meccanismi pop di “Stop That Man”, “Left Behind” e “Gangsta”, deliziando la platea e facendola impazzire con scenografie improvvisate con gli altri componenti. L'americana, essendo un'ottima polistrumentista, suona indifferentemente percussioni, pad elettronico e una piccola chitarra, dimostrandosi oltre ad una trascinatrice anche una musicista eccellente

Dopo quasi due ore di concerto, Merrill saluta Bologna con un arrivederci, compiendo altri passi verso una maturazione che la porterà a completare la sua carriera.