sabato 17 febbraio 2007
Valerie Leulliot: "Caldeira" (Le Village Vert, 2007)
la cantante degli autour de lucie il 19 febbraio esce con un suo album.
da quest'estate, quando scoprii quasi per caso la band di appartenenza di valerie, il mio amore per gli autour de lucie è aumentato progressivamente. sopratutto per "Faux Movements", esattamente ciò che mi serve quando mi sento triste.
ora c'è Caldeira. c'è pure Sébastien Lafargue, il batteristia tuttofare degli autour de lucie.
come per quanto già ascoltato in passato, ciò che balza subito all'attenzione è la voce di Valerie. se in passato certe trovate melodiche e strumentali offuscavano leggermente (ma poco, eh) la vera espressività delle sue parole, in queste canzoni il potenziale esplode in tutta la sua bellezza.
Mon Homme Blessé è una ballata simil-country solcata da percussioni inusuali, suoni piccoli per una canzone piccola e adorabile.
L'eau du Gange si barcamena intorno a una serie di accordi di chitarra impietosi e strascicati, a cui si aggiungono piccoli arpeggi sognanti presi a braccetto da un'armonica, di fatto mettendo insieme una perfetta canzone pop. sì, semplicemente pop, semplicemente splendida.
l'intromissione di un piano malinconico nella title-track inietta sensualità alla voce di valerie, dove le chitarre quasi post-rock in sottofondo danno un senso di "sogno", le parole recitate quasi come una poesia, fan fermare il cuore.
La successivva Au Virage vede l'arrivo di una batteria elettronica, senza contare un batttito di mano concitato. I cori femminili con un :"uhhhh-uhhhhh" danno una marcia in più, intrecci percussionistici completano un'altra perla. e siamo soltanto alla numero 4.
L'atmosfera si fa plumbea e flemmatica in Falaises, senza rinunciare a un pizzico di tensione emotiva, la struturra si riduce a poco più che niente nell'essenziale, tutt'altro che scontata, Un Point De Chute.
Un Endroit è forse il pezzo più bello della raccolta.
il piano, già in precedenza menzionato per il tatto con cui viene suonato, si avvale dell'aiuto ritmico di una drum-machine soffice, lo xilofono, mai così bello, splende con i suoi rintocchi puntuali. Poi, sibili elettronici, squarci melodici, cesellano qualcosa che, unito al cantato fracense, sembra volerci comunicare qualcosa di puro e rassicurante.
Dopo questo colpo diretto al centro delle nostre paure, ci vuole un po' di spensieratezza. Sembra proprio messa al posto giusto, la canzoncina successiva. L'amour Désormais splende fra un'armonica classicheggiante, sembianze country, pregevoli arrangiamenti strumentali.
Se la solenne lentezza di Un Coeur Gelé può lasciar intorpiditi da un freddo pungente, Rien De Grave risolleva leggermente il tono sommesso del disco.
Il finale, affidato a Pyromane, si staglia su un suono che dondola, non ha consistenza, smette di palpitare per poi tornare con un sussulto elettronico, ma pur sempre tenue.
se emilie simon, giusto l'anno scorso, aveva affermato la validità del cantautorato francese con tendenze pop, valerie conferma, ammalia, incanta.
sabato 10 febbraio 2007
Last Days: "Sea" (n5MD, 2006)
Alle volte capita, quando si è veramente innamorati della musica, di imbattersi in storie strane, affascinanti, ammalianti. L’orecchio (e la mente) vengono attratti inesorabilmente e, talvolta, liberarsi, è terribilmente difficile. Un mucchio di canzoni che stanno esattamente sul palmo di una mano, una mano in cui la luce riflette, magari proprio davanti a una spiaggia, quella in cui inizia (o si conclude) il mare a cui si riferisce il titolo di quest’opera.
Graham Richardson è pressoché uno sconosciuto, questa sembra la sua prima incisione. Parla del suo album come di un viaggio. La fascinazione per gli orizzonti remoti e isolati, l’idea di un itinerario incantato, la brillantezza di un sole che distrugge ogni dubbio. La voglia di intraprendere un percorso senza meta, senza partenza, senza scopo. Il bisogno di fuggire dagli aspetti terribili (e terrificanti) della propria vita per raggiungere un’esistenza all’apparenza migliore, fuori da ogni dolore e sofferenza. La disillusione finale, il ritorno alla realtà, la consapevolezza che ogni inizio ha sempre una fine. I temi che caratterizzano ‘Sea’, intrisi in ogni nota, sono la solitudine, il disagio, il disincanto, la necessità di fuggire. La speranza, una manciata di speranze accartocciate negli scompartimenti più desolati dell’anima, riesumati per l’occasione giusta.
L’album è un tenero sciogliersi di trame pianistiche contorniate da trattamenti elettronici soffici e flebili, appena solcati da un ritmo minimale, piccolo, a tratti inesistente. Se da lontano, come se fosse tutto difficile da capire, pare di sentire qualcosa di noto, un piccolo suono distoglie l’attenzione, quasi a volersi prender gioco dei nostri sensi. Partendo da un immaginario mondo digitale, l’aspetto (e la controparte) umana viene rappresentata da un incetta di strumenti classici, dalla suadente chitarra, al solenne glockenspiel, fino a giungere alle scorbutiche percussioni.
L’introduzione, come da programma, riguarda ciò che abbiamo da dire all’inizio di un viaggio. Le spiegazioni che nessuno mai capirà, le lacrime che mai nessuno riuscirà a ricordare. Le parole, si sperdono inesorabilmente fra un tripudio di sibili glaciali, quando pensano di ritornare, verso la fine, gesticolando disperse. Il titolo, giusto per ribadire, è “Leaving Home”.
Prosegue, con la calma di un mare sul termine del tramonto, la splendida “The Safest Place”. Note di piano centellinate, la cui cassa di risonanza si spande con profondità, una chitarra già alza il tono emozionale, estenuando gli occhi, il cuore, ogni sentimento malinconico possa esser concepito viene a galla. Prosegue placida, lo sgretolarsi dell’armonia è progressivo, i timbri via via si fanno più rarefatti, disgregati, sfaldati. Le fine, è il trionfo di un silenzio dalle sembianze fuori dal tempo.
Uno stralcio di melodia scarabocchiata nella notte, le tensioni di un gelo sferzante, movimenti turbolenti e distrutti, quasi dei suoni accennati ma mai portati a termine. “Two Steps Back” si struttura con gentilezza, gira intorno a qualche accenno morbido, sprofondato nell’aria, si schianta fra rumori disturbanti, aventi l’aria di qualcosa d’estraneo. Sbatte, infine, nel solito punto d’arrivo, una quiete sorniona, una ninna-nanna per bambini troppo cresciuti.
Il percorso prosegue, si fanno largo le intemperie, ed arriva la neve. Infatti, “Snowing”, narra una musica artica, distaccata, spezzettata in fiocchi. Sì, fiocchi di consistenza immateriale, minuscoli granuli piovono dall’alto con frequente cadenza. Piccoli beat, minimamente delineati, fanno spazio ad alcuni attimi di pura desolazione.
Il cammino continua fra sembianze orrorifiche e spettri sonori (“Arriving At Jan Maymen”), gentili tappeti ambient camuffati da una patina lo-fi e xilofoni tintinnanti (“Mountains”), un ritmo che si affaccia sottoforma di canzone, completa di percussioni e andamento tuttosommato stabile, nella toccante “Your Birds”.
Ancora la notte, però questa volta è serena, c’è una luce, la si vede chiarissima in cielo. Si spande, affascina, i suoni raggi sono così lucenti che emettono un piccolo suono apparentemente udibile. “Nightlight” ha un tocco quasi commovente, soprattutto nel modo in cui si srotola, puro, vivido, impreziosita per l’ennesima volta da xilofoni mai grossolani ma sempre misurati e brillanti.
Un piccolo sapore per i sensi gustativi, nella cortissima “Saltwater”, gemme d’esecuzione pianistica, nell’essenziale intreccio dai contorni sensuali di ”I Remember When You Were Good”.
Se il mare norvegese, a quanto sembra, ispira attimi di pienezza mai riscontrati fino ad ora, con un azzeccato colloquio fra una chitarra sparuta e una polverina elettronica, i suoni perforanti e a loro modo funerei di “Dying Minutes”, cesellano frangenti ripetitivi e sfiancanti, la cui terminazione naufraga, con un rumore concluso pochi secondi prima dell’effettiva fine.
Pare conclusa la carrellata di emozioni, almeno ci s’aspetta che le ultime due tracce siano dei compendi di valore, sì, ma non come “Fear”. E invece c’è anche lei. Forse l’unica traccia in cui la struttura compositiva è riconoscibile, con dei tratti fermi e decisi. Perciò, quando la chitarra inizia a snocciolare il proprio ritornello, tutto si tramuta in felicità, perché successivamente arrivano, solcando la paura come sfrontatezza, note di piano, timbri colorati, una percussione che ripete, senza il bisogno di essere interpretata, :”Corri, non avere paura, continua con questa cadenza”. Durante, e dopo, si aggiungono xilofoni, reticoli elettronici, deviazioni ambientali, per un risultato finale di una bellezza così autentica da non lasciar altro dentro di noi se non lo stupore e una vaga rassicurazione.
Giunti, ora sì, davvero alla destinazione, “tutti i fari” sono puntati su di noi, e il vento, si staglia flemmatico e pungente, la freddezza di un saluto ritorna in mente, il terrore dell’abbandono si ripresenta puntuale. La malinconia era il termine più adatto a un tragitto così lungo e tortuoso, pieno di difficoltà ed anche sorrisi, per un disco che, sì, si distingue, perché, come tutti sanno, non ogni storia, come lo è questa, finisce a lieto fine, visto che, in questo caso, pare non dare appigli, sicurezze, ma solo illusioni, speranze, fantasie. Ma d’altronde, la tensione è ciò che più (ci) piace.
(7,5)
recensione di Alessandro Biancalana
recensione di Alessandro Biancalana
lunedì 22 gennaio 2007
Sierpinski: "Evening Water Project" (Jonathon Whiskey, 2006)
Post-rock (più o meno emotivo), anno 2006.
Potrebbe sembrare un inutile esercizio retorico domandarsi oggi la valenza espressiva di un genere dal profondo impatto riflessivo e passionale ma ormai ampiamente sviscerato, almeno in quella che ne rappresenta la forma canonica, immancabilmente incentrata su costruzioni in crescendo di prevalenti chitarra, basso e batteria. Eppure, la questione non risulta per nulla oziosa se si è in presenza non dell’ennesima pallida riproposizione del suono di Mogwai o Explosions In The Sky, ma di un lavoro fresco ed efficace come il secondo album degli inglesi Sierpinski, band originaria di Leeds che con i più noti concittadini Hood condivide un approccio obliquo, estremamente aperto, che attraversa generi e definizioni, dando luogo a una forma musicale mutante, sospesa tra opache ambientazioni atmosferiche, frammentazioni post-rock e accenni di sperimentali innesti elettronici.
Sono questi i principali ingredienti di “Evening Water Project”, che nei suoi poco più di quaranta minuti di durata, ripartiti in nove brani, enuclea diverse possibilità evolutive di un suono dai costanti tratti notturni, che descrive malinconie metropolitane dai contorni sinistramente accoglienti, con l’espressiva interazione di pianoforte, chitarre acustiche ed elettriche, nonché campionamenti di fiati sparsi qua e là nel corso dell’album. Fin dall’iniziale “This Geography Of Ours” (brano curiosamente recante il medesimo titolo del precedente album della band), ad imporsi all’attenzione sono soprattutto i caldi battiti elettronici, che qui si avviluppano intorno a nervose oscillazioni chitarristiche e ovattate note di pianoforte, mentre altrove giungono a squarciare l’apparente immobilità del contesto sonoro o, più spesso, creano loop essenziali e sinuosi, di un fascino accattivante ma emotivamente impietoso.
L’utilizzo dell’elettronica, confinato a un ruolo marginale nell’impianto relativamente “classico” del brano iniziale riveste invece centralità assoluta nelle successive “Save Us” e “Midday Flowers”. La prima è caratterizzata dal felicissimo accostamento tra un’essenziale melodia pianistica e l’incedere ritmico sintetico che, a velocità alterne, disegna intricati arabeschi sonori prossimi all’IDM, dissolti soltanto da un finale limpidamente ambientale; l’incedere della seconda è invece compassato e avvolgente, con le sue iterazioni pianistiche, gentilmente sporcate da piccole dissonanze elettroniche che creano atmosfere paragonabili in parte a quelle delle recenti produzioni di Piano Magic.
“Abyss” prosegue poi nell'ibridazione di elementi tra loro estranei: contrabbasso dai sapori jazz, note pianistiche che ben figurerebbero in un affresco classico, intrecci chitarristici scintillanti. L’effetto complessivo è a dir poco spiazzante, vista la carne messa al fuoco. Però, c’è un però. Il pezzo si svolge con naturalità, purezza, le note scorrono, si incrociano e tornano al loro punto di partenza, aiutate dalle loro compagne dell’altro strumento. La pausa che riesce a intercalarsi verso la fine, contornata da improvvisi sprazzi di fiato, rende ancor più prezioso un collage dalle forme irriconoscibili.
Sulla falsariga della precedente si attesta “We Are A Storm”, in cui il lamento di qualche voce, in un sottofondo lontanissimo, sembra donare speranza alla musica, inevitabilmente destinata al naufragio, in un finale dissonante per la ricchezza del suono.
“Pebbles Across The Sea” è forse la punta dell’iceberg per quanto riguarda l’estrosità della proposta presente fra le trame di quest’opera. Ai fiati viene aggiunto un raggelante scoppiettio elettronico, frastornato e disincantato, a cui si sommano xilofoni vari ed eventuali, pause digitali, gentili accenni di capacità riassuntive. Se vi sembra che ci sia troppa confusione, provate ad ascoltare, il tutto fluirà dentro le vostre membra, senza lasciar traccia, se non quella simile all’incanto.
La formula viene ulteriormente sviluppata, puntando sempre sullo scontro fra atmosfere falsamente eteree, e un ritmo scomposto e disordinato. Perciò, le convulsioni al limite della minimal-techno di “All That Alters”, inserite in un contesto tutt’altro che usuale, trasformano l’ovvio in sorpresa. Prendere da una parte le chitarre e il piano, con l’aggiunta dell’immancabile contrabbasso, dall’altro gli effetti digitali. Pensare se separatamente potrebbero stare insieme. La risposta più ovvia è sì, ma senza un risultato proficuo o perlomeno stimolante. Così, invece, sembra di sentire qualcosa di veramente fuori dal comune.
Dopo il colorato e immediato affresco strumentale di “Don’t Say”, giunge il commiato, con “Lines To Load”, il cui preludio pare introdurre ad una composizione stazionaria, mentre il volgersi del minuto due instrada il pezzo in un flusso di ritmi e suoni posizionati ognuno al proprio posto, in modo da cesellare l’ennesima perla, il susseguirsi catartico, che spezza in due ogni dubbio e centra la pura certezza d’essere al cospetto di uno dei dischi più innovativi del 2006 appena passato. Sì, perché dire innovativo, al giorno d’oggi, in musica, è sempre lecito e permesso.
(7,5)
recensione di Alessandro Biancalana e Raffaello Russo
mercoledì 10 gennaio 2007
Arab Strap, 24/11/2006 @ Estragon, Bologna
Il duo scozzese che ha forgiato a fuoco il panorama musicale odierno, dice addio, ci saluta. Aidan e Malcom, però, hanno deciso di farlo a modo loro, con un tour d’addio speciale, emozionante, inestimabile. Una serie di concerti per ringraziare il loro pubblico, le persone che li hanno supportati in questi anni di “lacrime”. Sì, come accenna il titolo della loro ultima uscita: “Ten Years Of Tears”. Dieci anni di malinconia sommessa, dieci anni di emozioni velate, dieci anni di canzoni che hanno segnato i nostri cuori.
L’atmosfera, all’interno del locale bolognese, è tiepida. Una nota malsana per una serata fantastica: ci si aspettava davvero un’accoglienza più nutrita, soprattutto in una città come Bologna, dove l’ambito cosiddetto “indie” è molto attivo e presente. Ed invece, il numero di persone presenti non è minimamente sufficiente ad onorare un evento così importante.
L’attesa è snervante, i minuti passano come ore, il arrivo sul palco tarda ad arrivare, il pubblico accalcato davanti al palco inizia a rumoreggiare nervoso.
Poi, improvvisamente, inizia a riempire il vuoto, che si era pericolosamente creato nell’aria, la splendida melodia di cornamusa, presente nella traccia “(Loch Loven Intro)” proveniente da “Monday At The Hug And Pint”.
La loro performance si svolge con grande disinvoltura, senza nessun tipo di intoppo, dimostrando una grande capacità di “tenere” il palco. L’unica impressione che stona, rimanendo comunque un’impressione, è la freddezza che aleggia fra Aidan e Malcomm. I due non si guardano mai l’uno negli occhi dell’altro, eseguendo, seppur perfettamente, il loro compito davanti agli spettatori. Forse c’era davvero qualche contrasto fra loro due? Il dubbio rimane.
Il roboante martellare che introduce “Fucking Little Bastards” si spande fra le orecchie degli spettatori e carpisce ogni minimo silenzio lasciato da parte precedentemente. L’esecuzione è, se vogliamo, addirittura più elettrica e aggressiva, rispetto a ciò che si può sentire su disco. Lancinanti fraseggi al limite del noise eseguiti da Middleton con la chitarra, accompagnano il cantato caracollato e scostante di Aidan, completamente immerso in un mondo fatto di gesti e schizofrenie, il batterista pare una macina incontenibile, il pubblico si anima in un ballo spastico e sfrenato. Forse il momento più esaltante di tutto il concerto, in cui la calma repressa negli episodi precedenti esplode con forza impressionante.
In origine, il pensiero all’esecuzione dal vivo di “Who Named The Days?” faceva storgere il naso, pensando alla mancanza dei violini, elemento caratterizzante della canzone presente su disco. Invece, si viene smentiti. Nonostante la defezione degli archi, il complesso strumentale, con l’aggiunta della personalità scenica e vocale di Aidan, ricolmono la sala del concerto di suoni flebili, docili, toccanti, terribilmente “pericolosi”. Pura emozione espressa con le note, una canzone che dura all’infinito nella testa di chi l’ascolta, parole d’amore velate e silenti, schegge di dolore sibilano nella mente.
Il "momento Philophobia" è sicuramente attesissimo, e il gruppo lo propone con uno dei pezzi più belli del disco e del loro repertorio tutto: partono le prime note sommesse di "New Birds", ed il suo racconto, accompagnato dalla voce di Aidan che pare quasi non voglia farsi sentire. l'atmosfera nel locale si chiude come in sè stessa, mentre la canzone scorre lenta e triste, amara, verso un crescendo finale da togliere il fiato; il suono si fa più cupo e violento, claustrofobico, per poi ritirarsi nuovamente ai piedi del palco, lasciando un vuoto doloroso. Così si consuma un altro dei momenti di maggior picco emotivo dello show che sta per volgere ormai verso il suo capitolo finale.
Fra le note stranamente “felici” di “There’s No Ending”, la sorpresa per l’esecuzione del primo singolo “The First Big Weekend”, targato 1996, per la prima volta la band si nasconde fra le quinte.
Quando ritornano sul palco, Aidan e Malcolm sono soli, spogli della presenza degli altri musicisti che fin'ora li avevano accompagnati. Rientrano solo loro due, come a voler dire "ci siamo, questo è veramente il nostro addio, ciao". La fine di questo lungo congedo non poteva essere migliore: i due scozzesi prendono posto l'uno davanti al microfono, l'altro seduto al suo fianco poco distante, una chitarra in mano; la piccola folla si cristallizza, quasi un unico fiato sospeso nell'attesa di ricevere un ultimo regalo dal duo, la testimonianza di 10 anni di storie d'amore, di sesso, storie di parole spese in un pub, confuse in una sbornia malinconica. ed è proprio con le parole di “Packs Of Three”, la traccia d'apertura di “Philophobia”, che si apre un ultimo racconto, con la voce bassa e sicura di Aidan ad insinuarsi lenta nella testa di ogni presente, a concretizzare figure e situazioni. E un calmo incedere narrante, una piccola magia divisa tra un'intimità personale e segreta e le sfumature di una memoria remota. Il momento finale è la commozione nello scoprire quanto possa essere bella “The Shy Retirer” in versione acustica, ed è già palbabile quel senso di solitudine che i due si lasceranno alle spalle. :”But how do you know you've ever really loved?”, canta Aidan, canta delle consapevoli paure, canta di quel romanticismo un po' sghembo e mai forzato che in questo momento il gruppo ci dona in una sorta di ballata sconsolata e scarna, un ritorno verso casa lungo la solita strada deserta dopo una serata passata a ricordare. E così, senza accorgersene nemmeno, è tutto finito, è già ora di risvegliarsi. ringraziano, salutano, che più che un addio ha il tono di un arrivederci a un poi imprecisato. si cala il sipario sul lungo viaggio degli Arab Strap, lasciandoci col rammarico, l'amarezza per quello che sarebbe potuto essere ancora, ma anche con tanta gioia, quella gioia che nessuno lo dice, ma rimane dentro in un angolino a festa finita. Quella degli Arab Strap finisce proprio ora, dopo 10 anni di lacrime: non resta che infilarci il cappellino a punta e sederci in disparte, a guardare un po' persi quello che è rimasto.
recensione di Alessandro Biancalana e Alessandra Dalla Mora
giovedì 28 dicembre 2006
Antenne: "#1" (Korm Plastics, 2000)
i primi suoni di "Here To Go", la traccia iniziale, sono l'ingresso ad un mondo a sè stante.
i componenti di questo duo danese sono Kim G. Hansen e Marie-Louise Munch.
il primo, già 42enne, ha militato nel duo industrial Institute For The Criminally Insane, per poi migrare (come chitarrista) nella band noise Grind, tramutatisi in Amstrong.
L'incontro con Marie, e la scoperta del computer come "strumento" di composizione, hanno stravolto il modo di concepire la musica per Kim. Una voce femminile così fatata non poteva che meritare un contorno musicale delicato, oscuro, crepuscolare, tutto ciò che non presagiva il suo background dai lineamenti estremi.
e perciò, nel 2000, esce #1.
Nove tracce colorate da un grigiore autunnale, disturbate solo minimamente da una componente elettronica offuscata, dove gli strumenti classici si intrecciano per creare un'atmosfere complessiva fuori dal comune.
Here To Go parte sommessa, con un rullante contorniato da stelle digitali, dove, dopo pochi secondi, appare, come il sole all'alba, la voce di Marie. Molto simile a una certa Beth Gibbons, forse ancora più caratteristica, le parole incantano, si perdono nel vuoto, mentre le particelle elettroniche sprizzano colori.
Suonano, insieme agli altri apparati sonori, in un canto dolce, triste e leggero, come sfoglie di legno sotto una luce grigiastra. Il tutto, svanisce, si disgrega, fino al finale, e nemmeno ci siamo accorti che sono già passati sette minuti.
Like Rain azzarda l'episodio trip-hop, in cui la componente ritmica prende il sopravvento, incastrando un groove minimale insieme al cantato quasi sussurrato. I lamenti del sintetizzatore, accoppiati con il beat, si arricchiscono poi, in un secondo momento, con un drone pieno di angolature, una chitarra appena udibile, piccoli strofinii acustici. In sottofondo, quasi come se fosse un gemito nascosto, la voce di Marie viene costrinta a ripetersi, in un ciclico loop ipnotizzante. Il pezzo si chiude con un rumore bianco minimale, per fare da introduzione al pezzo successivo, Let Me Ride It.
Episodio completamente strumentale, basato su uno sfrigolio glitch, un tappeto di tastiere ambientali, vari campionamenti sonori, e un tono pacato fino alla metà, quando, all'improvviso, compare un rimbombo percussionistico, poi amplificato progressivamente, fino al finale magico e fatato, incentrato su un timbro ovattato.
Poi, Whispering. un pezzo sensazionale. Sciocchi glitch sotto un contorno di sporcizia sonora, una chitarra suonata con il cuore in gola, ancora una volta, la voce di Marie in primissimo piano. Si parla di sussurri, speranze, paure.
: "There's no worries, I am just waiting.. There's no hopes, I am just floating.."..
Una tromba, nei frangenti in cui non c'è il cantato, borbotta scomposta, insieme alla chitarra che scappa via, veloce e imprendibile..
Altro strumentale dal fascino notturno in PPG Hold PRG.1, basato su un ritmo a battuta bassa, gocce di suono centellinate con precisione, quasi a scovare un punto di collisione fra le musiche dark-ambient e il trip-hop strumentale.
Si insinua, nella traccia successiva, Moving Slow, una melodia indecisa, solo da anticamera alla solita favolta trasognata.
:"Moving slow, across the sky.. Big black pink sky.. Hold on.. to laughing.. Falling away.. in the deep red blue sky.."
sei minuti di completa immersione in un mondo sospeso e immaginifico.
l'asso nella manica, però, deve ancora venire. come penultima traccia, c'è Something Not To Do.
La sovrapposizione iniziale fra un sintetizzatore moog d'altri tempi, con un loop digitale, è già un colpo al cuore. Quando, dopo pochi secondi, Marie inizia a cantare, il tempo si ferma.
:"Cool braines, is falling down.. Down and down, through the night..Blank night, last forever.. down and down in my eyes.. Something Not To Do but only knows, Something Not To Do but only knows"..
la musica, a questo punto, è soltanto un contorno, di ottima qualità, compagno di pari importanza per la voce, un abbellimento, come un vestito splendido, fra le carni di una principessa incantata.
La conclusiva Memo, ennesimo strumentale dal fare tenue, chiude il disco senza rancori, con alcuni frangenti molto evocativi, melodie circolari, bollicine elettroniche galleggianti.
Subito dopo l'uscita del disco, viene pubblicato il maxi singolo di Here To Go, con remix molto interessanti da parte di Full Swing, Zammuto, Accelera Deck e Metamatics.
Dopo questo capolavoro dimenticato, venne #2, maggiormente incentrato su suoni elettronici, in cui una certa vena sperimentale sale in cattedra, stravolgendo le emozioni presenti in #1, non compromettendo, però, il valore dell'opera, in cui svetta la bellissima Not Sad, sempre con l'aiuto delle corde vocali di Marie.
ora, alla fine del 2006, Kim Hansen annuncia il completamento di #3, e l'impazienza d'ascoltare sale per la schiena come un brivido d'emozione.
sabato 23 dicembre 2006
PLAYLIST 2006
1°
Anoice: "Remmings"
Quest'anno vince il disco che più mi ha fatto emozionare, il complesso di composizioni che più hanno segnato questo mio 2006. L'album che caratterizza tutt'oggi la mia storia d'amore, con quel pezzo che ti si attorciglia al cuore e non lo lascia più, The Three-Days Blow.
Per una maggiore trattazione, c'è pure la mia recensione.
2°
Caroline: "Murmurs"
Per diversi mesi in cima alle mie preferenze, Caroline, si è vista lasciar scappare il primo posto per un niente. Non che l'abbia rivalutato in negativo, anzi. Tutt'ora, mentre ascolto canzoni come Bycicle o Where's My Love, le emozioni sono intatte e le lacrime vicine vicine.
Se volete saperne di più.
3°
Helios: "Eingya"
Terza piazza per un disco elettronico pieno di colori. In un certo periodo non ho ascoltato altro. Le trame malinconiche che caratterizzano questo album, ne fanno un'opera fuori dal comune, in cui si possono scorgere attimi di dolcezza in cui il cuore non vuole smettere di battere.
Tutto il coinvolgimento che c'è, nella recensione con Raffaello.
4°
Boduf Songs: "Lion Devours The Sun"
Viene poi, in ordine di apparenza, quel capolavoro di folk apocalittico moderno che ci ha sfornato Boduf Songs. Già autore di un affresco a là Current 93 l'anno scorso, un album omonimo, l'autore, nascosto nelle sue foreste sperdute, riesce a convogliare in questo album tutta la sua ispirazione. Tra frangenti di pura desolazione, attimi di gelo, paesaggi scurissimi.
Ancora Raffaello mi ha aiutato a parlarne, qui.
5°
Roommate: "Songs The Animals Taught Us"
La folk-tronica mi piace tantissimo, è un genere che a primo impatto mi impressiona senza ripensamenti. Però, fino all'ascolto di questo disco, non ero ancora riuscito a trovare qualcosa di recente che eguagliasse emozioni nascoste nel passato, vedi Khonnor o il primo dei Tunng.
Ecco allora questo gioiello, infarcito di testi intelligenti, suoni inusuali, grande capacità cantaurotoriale. Un affresco di contemporaneità con l'aiuto di un gameboy e qualche tastierina.
Ne parlo qua con qualche dettaglio in più.
6°
Josephine Foster: "A Wolf In Sheep's Clothing"
Una fra le più promettenti autrici di folk psichedelico di questi anni, Josephine Foster, mi aveva sempre sorpreso anche con i suoi album precedenti, così racchiusa nei suoi suoni antichi, con una voce decadente e un sacco di ideali astrusi. Con l'ultima prova, però, la sua capacità di cesellare "canzoni" si è tramutata in puro miracolo, riuscendo a far sognare anche l'essere più disilluso.
Con grande trasporto, ne scrissi qua.
7°
Emilie Simon: "Vegetal"
Probabilmente fra gli album più ascoltati di questo 2006, Emilie Simon, per tutta la mia estate, ha decorato le giornate con le sue canzoni flebili e delicate, sospese a mezz'aria, impreziosite dalla sua voce cristallina. "Alicia", "Fleur De Saisons", "Opium", in queste semplici parole, ci sono tante cose da dire, tante cose da ricordare.
L'amore per questo disco, espresso con più chiarezza, qua.
8°
Psapp: "The Only Thing I Ever Wanted"
Arriva soltanto ottavo e nemmeno me ne rendo conto. L'artigianato pop come piace a me, composto con strumenti piccoli piccoli, cantato con una voce sommessa, sprizzante colori vivaci e splendenti.
Pura fantasia al servizio del pop, in due parole. Episodi come "Hi", "This Way" o la splendida "Upstairs", lasciano sedimenti di una certa importanza in fondo ai cuori.
Quando non sapevo cosa fare, ne scrissi più apertamente qui.
9°
Melodium: "There Is Something In The Universe"
Uno dei dischi di glitch più estrosi e fantasiosi del 2006. Mai una soluzione che si somiglia dall'altra, suoni e passaggi sempre più ricercati e sorprendenti. Se con questo disco Melodium ha esplorato la composizione più sperimentale, la sua vita "pop" si approfondisce con il suo vecchio "La Tete Qui Flotte" e, sopratutto, con il recentissimo "Music For Invisibile People", ennesima dimostrazione delle qualità di questo "artista". Ecco la recensione.
10°
Sodastream: "Reservations"
Bene o male, il disco di folk-pop dell'anno. Semplicemente canzoni perfette per il proprio amore, imperscrutabili e apertissime allo stesso tempo, delicate e sensibili, sì, sensibili come l'emozione che si sprigiona ascoltando "Twin Lakes", "Firelines" o la toccante "Tickets To The Fight".
Il mio amico Raffaello sa parlare meglio di me, e perciò vi rimando alla sua splendida recensione.
11) Trespassers William: "Having"
12) Asobi Seksu: "Citrus"
13) Camera Obscura: "Let's Get Out Of This Country"
14) Tomiko Van: "Farewell"
15) Tunng: "Comments Of The Inner Chorus"
16) Last Days: "Sea"
17) Hot Chip: "The Warning"
18) Vacabou: s/t
19) Library Tapes: "Feelings For Something Lost"
20) Aki Tsuyuko: "Hokane"
21) Uphill Racer: "No Need To Laugh"
22) Junior Boys: "So This Is Goodbye"
23) Micah P. Hinson: "Hinson & The Opera Circuit"
24) Benoit Pioulard: "Precis"
25) Kazumasa Hashimoto: "Gllia"
26) Part timer: s/t
27) Matt Elliott: "Failing Songs"
28) Tv On The Radio: "Return To Cookie Mountain"
29) Pillow: "Flowing Seasons"
30) Thom Yorke: "The Eraser"
Ristampe:
1) Takagi Masakatsu: "Journal For People"
2) Sawako: "Nin+Nana" (tron:)
3) Sawako: "Yours Gray" (and/OAR)
4) Pimmon: "Secret Sleeping Birds" (SIRR)
5) Ryoji Ikeda: "+/-" (Touch)
6) Cacoy: "Human Is Music" (Rumraket)
7) Tujiko Noriko: "Shojo Toshi+" (Mego)
8) Global Communication: "76:14" (Discotheque/Sanctuary)
9) Windows For The Derby: "Calm Hades Float" (Secretly Canadian)
10) Yellow6: "The Beatiful Seasons Has Past" (RROOPP)
Anoice: "Remmings"
Quest'anno vince il disco che più mi ha fatto emozionare, il complesso di composizioni che più hanno segnato questo mio 2006. L'album che caratterizza tutt'oggi la mia storia d'amore, con quel pezzo che ti si attorciglia al cuore e non lo lascia più, The Three-Days Blow.
Per una maggiore trattazione, c'è pure la mia recensione.
2°
Caroline: "Murmurs"
Per diversi mesi in cima alle mie preferenze, Caroline, si è vista lasciar scappare il primo posto per un niente. Non che l'abbia rivalutato in negativo, anzi. Tutt'ora, mentre ascolto canzoni come Bycicle o Where's My Love, le emozioni sono intatte e le lacrime vicine vicine.
Se volete saperne di più.
3°
Helios: "Eingya"
Terza piazza per un disco elettronico pieno di colori. In un certo periodo non ho ascoltato altro. Le trame malinconiche che caratterizzano questo album, ne fanno un'opera fuori dal comune, in cui si possono scorgere attimi di dolcezza in cui il cuore non vuole smettere di battere.
Tutto il coinvolgimento che c'è, nella recensione con Raffaello.
4°
Boduf Songs: "Lion Devours The Sun"
Viene poi, in ordine di apparenza, quel capolavoro di folk apocalittico moderno che ci ha sfornato Boduf Songs. Già autore di un affresco a là Current 93 l'anno scorso, un album omonimo, l'autore, nascosto nelle sue foreste sperdute, riesce a convogliare in questo album tutta la sua ispirazione. Tra frangenti di pura desolazione, attimi di gelo, paesaggi scurissimi.
Ancora Raffaello mi ha aiutato a parlarne, qui.
5°
Roommate: "Songs The Animals Taught Us"
La folk-tronica mi piace tantissimo, è un genere che a primo impatto mi impressiona senza ripensamenti. Però, fino all'ascolto di questo disco, non ero ancora riuscito a trovare qualcosa di recente che eguagliasse emozioni nascoste nel passato, vedi Khonnor o il primo dei Tunng.
Ecco allora questo gioiello, infarcito di testi intelligenti, suoni inusuali, grande capacità cantaurotoriale. Un affresco di contemporaneità con l'aiuto di un gameboy e qualche tastierina.
Ne parlo qua con qualche dettaglio in più.
6°
Josephine Foster: "A Wolf In Sheep's Clothing"
Una fra le più promettenti autrici di folk psichedelico di questi anni, Josephine Foster, mi aveva sempre sorpreso anche con i suoi album precedenti, così racchiusa nei suoi suoni antichi, con una voce decadente e un sacco di ideali astrusi. Con l'ultima prova, però, la sua capacità di cesellare "canzoni" si è tramutata in puro miracolo, riuscendo a far sognare anche l'essere più disilluso.
Con grande trasporto, ne scrissi qua.
7°
Emilie Simon: "Vegetal"
Probabilmente fra gli album più ascoltati di questo 2006, Emilie Simon, per tutta la mia estate, ha decorato le giornate con le sue canzoni flebili e delicate, sospese a mezz'aria, impreziosite dalla sua voce cristallina. "Alicia", "Fleur De Saisons", "Opium", in queste semplici parole, ci sono tante cose da dire, tante cose da ricordare.
L'amore per questo disco, espresso con più chiarezza, qua.
8°
Psapp: "The Only Thing I Ever Wanted"
Arriva soltanto ottavo e nemmeno me ne rendo conto. L'artigianato pop come piace a me, composto con strumenti piccoli piccoli, cantato con una voce sommessa, sprizzante colori vivaci e splendenti.
Pura fantasia al servizio del pop, in due parole. Episodi come "Hi", "This Way" o la splendida "Upstairs", lasciano sedimenti di una certa importanza in fondo ai cuori.
Quando non sapevo cosa fare, ne scrissi più apertamente qui.
9°
Melodium: "There Is Something In The Universe"
Uno dei dischi di glitch più estrosi e fantasiosi del 2006. Mai una soluzione che si somiglia dall'altra, suoni e passaggi sempre più ricercati e sorprendenti. Se con questo disco Melodium ha esplorato la composizione più sperimentale, la sua vita "pop" si approfondisce con il suo vecchio "La Tete Qui Flotte" e, sopratutto, con il recentissimo "Music For Invisibile People", ennesima dimostrazione delle qualità di questo "artista". Ecco la recensione.
10°
Sodastream: "Reservations"
Bene o male, il disco di folk-pop dell'anno. Semplicemente canzoni perfette per il proprio amore, imperscrutabili e apertissime allo stesso tempo, delicate e sensibili, sì, sensibili come l'emozione che si sprigiona ascoltando "Twin Lakes", "Firelines" o la toccante "Tickets To The Fight".
Il mio amico Raffaello sa parlare meglio di me, e perciò vi rimando alla sua splendida recensione.
11) Trespassers William: "Having"
12) Asobi Seksu: "Citrus"
13) Camera Obscura: "Let's Get Out Of This Country"
14) Tomiko Van: "Farewell"
15) Tunng: "Comments Of The Inner Chorus"
16) Last Days: "Sea"
17) Hot Chip: "The Warning"
18) Vacabou: s/t
19) Library Tapes: "Feelings For Something Lost"
20) Aki Tsuyuko: "Hokane"
21) Uphill Racer: "No Need To Laugh"
22) Junior Boys: "So This Is Goodbye"
23) Micah P. Hinson: "Hinson & The Opera Circuit"
24) Benoit Pioulard: "Precis"
25) Kazumasa Hashimoto: "Gllia"
26) Part timer: s/t
27) Matt Elliott: "Failing Songs"
28) Tv On The Radio: "Return To Cookie Mountain"
29) Pillow: "Flowing Seasons"
30) Thom Yorke: "The Eraser"
Ristampe:
1) Takagi Masakatsu: "Journal For People"
2) Sawako: "Nin+Nana" (tron:)
3) Sawako: "Yours Gray" (and/OAR)
4) Pimmon: "Secret Sleeping Birds" (SIRR)
5) Ryoji Ikeda: "+/-" (Touch)
6) Cacoy: "Human Is Music" (Rumraket)
7) Tujiko Noriko: "Shojo Toshi+" (Mego)
8) Global Communication: "76:14" (Discotheque/Sanctuary)
9) Windows For The Derby: "Calm Hades Float" (Secretly Canadian)
10) Yellow6: "The Beatiful Seasons Has Past" (RROOPP)
mercoledì 20 dicembre 2006
Kate Havnevik & Imogen Heap
musica simile, attitudini che si incrociano ed entrano in contatto spesso e volentieri, ascoltando attentamente le loro due prove soliste.
due voci incantevoli, melodiche, profonde, molto "soul". Le parole sbarazzine e pungenti di Imogen si accostano con quelle ombrose e scurissime di Kate.
oltre alle caratteristiche stilistiche, ciò che le accomuna, è la collaborazione con Guy Sigsworth, compagno nei Frou Frou per Imogen, semplice supporto per Kate.
un minimo di storia per entrambe.
Kate Havnevik inizia la sua carriera da musicista con l'intenzione di diventare una chitarrista jazz, fin dai primi anni dell'adolescenza. poi, il cambio di look, intorno ai 14 anni, e una parentesi in una band punk.
Scoperte le potenzialità della sua voce, inizia ad esplorare ogni singolo lato di questa sua dote naturale.
Con un tocco tecnologico, l'uso di strumenti tradizionali, testi struggenti, il risultato complessivo risulta raffinato e adorabile.
Kate suona la chitarra e il piano, come la diamonica e l'arpa, strumenti usati principalmente per comporre e registrare, anche se non vengono disdegnate performance live con il supporto della strumentazione classica.
Prime capatine in radio, con registrazioni annesse, collaborazioni eccellenti con gente come Moby, Röyksopp, Noel Hogan (Cranberries) e Tom Middleton.
Lo stretto contatto con Guy Sigsworth la porta al suo recente album, Melankton.
Kate Havnevik: "Melankton" (Continentica Records , 2006)
rilasciato nel mese d'aprile di quest'anno, l'album è rimasto in sordina. nessuno l'ha ascoltato, nessuno lo cita. eppure le canzoni ci sono, le capacità pure.
pattern digitali di rara delicatezza, archi angelici, la voce, una sottile patina di "freddo" ricopre queste canzoni. I dischi di Bjork nello stereo, una strizzantina d'occhio alla down-tempo di qualità, tanta fantasia.
Una raccolta di canzoni flebili e docili, raffinate fino ai più minimi particolari, senza un suono fuori posto.
Il minimalismo pop splende in tutti i suoi colori sgargianti (Unlike Me, Don't Know You), complessi d'archi impreziosiscono strutture elettroniche brillanti (Not Fair, Kaleidoscope), New Day), perle avant-pop come solo la fatina islandese può (Se Meg).
Eppoi c'è la canzoncina del cuore, You Again. Coretti leggeri come piume, beat soffici e gentili, il ritornello più appiccicoso che ci sia : "ParararaPa, Ta, Dan, Dan". In questo episodio particolare si notano reminescenze all'ultimo album dei Telefon Tel Aviv, solo che in questo caso la canzone è stata costruita senza sovrastrutture che nei Telefon stonavano un attimino.
Unica nota dolente: l'album non è stato pubblicato che dalla sua etichetta e si trova a soli 23 euro sul suo sito...
compagna d'avventuta di Guy Sigsworth nei Frou Frou, band che nel 2002 sbaragliò ogni concorrenza con il singolo Breathe In (contenuto nell'album Details), Imogen Heap ha pubblicato l'anno scorso un album rimasto nel completo anonimato, nonostante la sua precedente avventura in duo. da non dimenticare il suo primo album (I Megaphone), peraltro leggermente acerbo, con qualche buona canzone (Getting Scared, Candlelight), ma nel complesso poco convincente.
Imogen Heap: "Speak For Yourself" (Megaphonic Records, 2005)
Rispetto al disco della Havnevik la componente elettronica viene accentuata, nonostante non si superi un certo limite di "pienezza" dei suoni, contenendo sempre l'estrosità del risultato finale.
si nota una grossa maturazione nella pura esecuzione vocale, rispetto ai Frou Frou, oltre alla grande dimostrazione di capacità compositive, visto che il disco è firmato completamente da lei.
l'album è (senza successo) lanciato dallo spot della Volkswagen, dal nome Heed & Seek, quattro minuti e mezzo di voce vocoderate, che paiono il canto di un cigno cibernetico.
Convulsioni gommose supportare da un loop di archi gelidi in Headlock, ritmi soavi e adagiati in Goodnight And Go, in cui il beat scorre veloce, i piccoli suoni vaganti si incastrano perfettamente nel contesto melodico.
Possibili singoli disincantati (la minimale Have You Got It In You?, splendida Loose Ends), flussi elettronici sognanti applicati al pop come se fosse uno scherzo (Clear The Area), l'episodio dalle tendenze minimal-house, mette d'accordo anche chi è abituato a cose più sostenute (I Am In Love With You).
L'album non si limita soltanto a riprendere certi suoni down-tempo/trip-hop ma personalizza il suono, inglobando un'indole unica e per niente calligrafica. Infatti, un pezzo come The Walk, se all'apparenza pare un frullato fra gli Sneaker Pimps e gli Olive, in un secondo momento si mostra in tutta la sua limpidezza, con quelle note di piano a stagliarsi solitarie fra il ritmo scomposto e la voce lontanissima.
In coda, un piccolo riguardo speciale per Closing In, un trionfo di bleeps, voci spezzettate, sovrapposte, tendenze pianistiche ancora presenti, un grande lavoro di cesellatura sonora, indice di un lavoro in fase di produzione fuori dal comune.
in definitiva, due artiste sostanzialmente diverse, compositrici dai tratti differenti, ma, nel profondo delle loro anima, della loro voce, c'è un solito intento che le anima nel creare canzoni preziose come poche.
due voci incantevoli, melodiche, profonde, molto "soul". Le parole sbarazzine e pungenti di Imogen si accostano con quelle ombrose e scurissime di Kate.
oltre alle caratteristiche stilistiche, ciò che le accomuna, è la collaborazione con Guy Sigsworth, compagno nei Frou Frou per Imogen, semplice supporto per Kate.
un minimo di storia per entrambe.
Kate Havnevik inizia la sua carriera da musicista con l'intenzione di diventare una chitarrista jazz, fin dai primi anni dell'adolescenza. poi, il cambio di look, intorno ai 14 anni, e una parentesi in una band punk.
Scoperte le potenzialità della sua voce, inizia ad esplorare ogni singolo lato di questa sua dote naturale.
Con un tocco tecnologico, l'uso di strumenti tradizionali, testi struggenti, il risultato complessivo risulta raffinato e adorabile.
Kate suona la chitarra e il piano, come la diamonica e l'arpa, strumenti usati principalmente per comporre e registrare, anche se non vengono disdegnate performance live con il supporto della strumentazione classica.
Prime capatine in radio, con registrazioni annesse, collaborazioni eccellenti con gente come Moby, Röyksopp, Noel Hogan (Cranberries) e Tom Middleton.
Lo stretto contatto con Guy Sigsworth la porta al suo recente album, Melankton.
Kate Havnevik: "Melankton" (Continentica Records , 2006)
rilasciato nel mese d'aprile di quest'anno, l'album è rimasto in sordina. nessuno l'ha ascoltato, nessuno lo cita. eppure le canzoni ci sono, le capacità pure.
pattern digitali di rara delicatezza, archi angelici, la voce, una sottile patina di "freddo" ricopre queste canzoni. I dischi di Bjork nello stereo, una strizzantina d'occhio alla down-tempo di qualità, tanta fantasia.
Una raccolta di canzoni flebili e docili, raffinate fino ai più minimi particolari, senza un suono fuori posto.
Il minimalismo pop splende in tutti i suoi colori sgargianti (Unlike Me, Don't Know You), complessi d'archi impreziosiscono strutture elettroniche brillanti (Not Fair, Kaleidoscope), New Day), perle avant-pop come solo la fatina islandese può (Se Meg).
Eppoi c'è la canzoncina del cuore, You Again. Coretti leggeri come piume, beat soffici e gentili, il ritornello più appiccicoso che ci sia : "ParararaPa, Ta, Dan, Dan". In questo episodio particolare si notano reminescenze all'ultimo album dei Telefon Tel Aviv, solo che in questo caso la canzone è stata costruita senza sovrastrutture che nei Telefon stonavano un attimino.
Unica nota dolente: l'album non è stato pubblicato che dalla sua etichetta e si trova a soli 23 euro sul suo sito...
compagna d'avventuta di Guy Sigsworth nei Frou Frou, band che nel 2002 sbaragliò ogni concorrenza con il singolo Breathe In (contenuto nell'album Details), Imogen Heap ha pubblicato l'anno scorso un album rimasto nel completo anonimato, nonostante la sua precedente avventura in duo. da non dimenticare il suo primo album (I Megaphone), peraltro leggermente acerbo, con qualche buona canzone (Getting Scared, Candlelight), ma nel complesso poco convincente.
Imogen Heap: "Speak For Yourself" (Megaphonic Records, 2005)
Rispetto al disco della Havnevik la componente elettronica viene accentuata, nonostante non si superi un certo limite di "pienezza" dei suoni, contenendo sempre l'estrosità del risultato finale.
si nota una grossa maturazione nella pura esecuzione vocale, rispetto ai Frou Frou, oltre alla grande dimostrazione di capacità compositive, visto che il disco è firmato completamente da lei.
l'album è (senza successo) lanciato dallo spot della Volkswagen, dal nome Heed & Seek, quattro minuti e mezzo di voce vocoderate, che paiono il canto di un cigno cibernetico.
Convulsioni gommose supportare da un loop di archi gelidi in Headlock, ritmi soavi e adagiati in Goodnight And Go, in cui il beat scorre veloce, i piccoli suoni vaganti si incastrano perfettamente nel contesto melodico.
Possibili singoli disincantati (la minimale Have You Got It In You?, splendida Loose Ends), flussi elettronici sognanti applicati al pop come se fosse uno scherzo (Clear The Area), l'episodio dalle tendenze minimal-house, mette d'accordo anche chi è abituato a cose più sostenute (I Am In Love With You).
L'album non si limita soltanto a riprendere certi suoni down-tempo/trip-hop ma personalizza il suono, inglobando un'indole unica e per niente calligrafica. Infatti, un pezzo come The Walk, se all'apparenza pare un frullato fra gli Sneaker Pimps e gli Olive, in un secondo momento si mostra in tutta la sua limpidezza, con quelle note di piano a stagliarsi solitarie fra il ritmo scomposto e la voce lontanissima.
In coda, un piccolo riguardo speciale per Closing In, un trionfo di bleeps, voci spezzettate, sovrapposte, tendenze pianistiche ancora presenti, un grande lavoro di cesellatura sonora, indice di un lavoro in fase di produzione fuori dal comune.
in definitiva, due artiste sostanzialmente diverse, compositrici dai tratti differenti, ma, nel profondo delle loro anima, della loro voce, c'è un solito intento che le anima nel creare canzoni preziose come poche.
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