mercoledì 22 luglio 2009

DJ Hell: "Teufelswerk" (Gigolo Records, 2009)



Magnate discografico, simbolo dell’estetica del clubbing internazionale, freddo imprenditore e scrupoloso responsabile di un mostro come la Gigolo Records. Dj Hell è tutto questo e molto altro ancora. Negli ultimi anni il tedesco ha fatto parlare di sé soprattutto per la gestione scriteriata degli artisti legati contrattualmente alla sua etichetta. In sostanza, si parla di ricavi di pubblicazione miseri e trattenute sul compenso finale da capogiro, a testimonianza di ciò non è raro incappare in un’intervista in cui si critica Dj Hell come imprenditore.

Lasciati da parte i rumors extra-musicali veniamo a “Teufelswerk”. L’artista tedesco non pubblica un album di composizioni originali dal 2003, anno di rilascio dell’ottimo “N.Y. Muscle”. In quel periodo il suono dell’album venne a galla per la sua ruvidezza scabrosa e metallica, capace di mescolare sembianze electro-clash e un sapiente uso delle partecipazioni vocali, in particolare quella di Alan Vega. Trascorsi ben sei anni, il presente si incentra su un suono compatto, progressivo e decisamente curato. Il disco - con tracce (quasi) sempre oltre i sei minuti, - mostra un compositore maturo, furbo e attento alle tendenze, con le capacità giuste per cogliere un’ampia fetta di mercato.

L’opera si suddivide in due cd speculari ed eterogenei. Il primo si concerta su una formula sovraccaricata di techno muscolare ma contenuta, congegnata con l’aggiunta di profumi house soffusi e seducenti. La tradizione del suono “tedesco” viene preservata a partire dagli incastri ritmici secchi taglienti, passando per le tastiere programmate con un retrogusto decisamente kraut. Le canzoni si tramutano in narrazioni notturne ossessive dal nascere (le convulsioni di Bryan Ferry nei colori pop di “U Can Dance”, il testamento prolisso e minimale di Puff Daddy in “The DJ” ), gli strumentali mostrano audacia e strutture melodiche di forte impronta technoide (i richiami kraftwerkiani di “Electronic Germany”, i sorprendenti dieci minuti di oblio nella meccanica “The Disaster”).

Nonostante un’ortodossia di fondo, le restanti tracce si districano con efficacia in trame di non facile realizzazione, mescolando classe con trovate inedite (il raffinato quadretto progressive-house “Wonderland”, la vivace trance-techno di “Hellracer”), cesellando raffinati tappeti sintetici  (“Bodyfarm²”) ma anche episodi da pista molto oscuri (“Friday, Saturday, Sunday”).

La seconda parte di “Teufelswerk”, nonostante il diretto collegamento con la prima, si scioglie con un andamento più disteso. Laddove prima c’erano beat precisi e sostenuti, qui si inserisce un comparto ritmico meno invadente, coadiuvato da contorni inediti come la chitarra (la lunga e sexy “The Angst & The Angst Pt 2”) o campioni presi in prestito (una partitura di Slava Tsukerman dal film “Liquid Sky“ in “Nightclubbing”). Purtroppo, se da un lato questo approccio può portare a risultati di tutto rispetto (la suite movimentata di “Germania”), in altri casi si attesta a metà fra sperimentazione e dubbia destrutturazione (l’incomprensibile ambient-music slacciata in “Carte Blanche”).

Dopo un fugace ritorno alla pista da ballo (le due mine vaganti “I Prefer Women To Men Anyway” e “Hell's Kitchen”), Dj Hell conclude l’opera con l’inclassificabile pop di “Silver Machine”, cantato da Marsmobil aka Roberto Di Gioia.

Tirando le somme, siamo di fronte a un ritorno di grande classe. Dj Hell, da asso della club-music quale è, scomoda la sua penna raramente, ma quando inizia non c’è scampo per nessuno. “Teufelswerk” si mostra opera complessa, articolata, minuziosa, mai opulenta o eccessiva. Un’autentica raccolta di frangenti da trasporre ai posteri, utile per esemplificare la composizione della disco-music con una concezione ad ampio respiro.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

giovedì 25 giugno 2009

Boxcutter: "Arecibo Message" (Planet Mu, 2009)



Fra i numerosi antesignani del dubstep, Boxcutter è stato quello meno invasivo e ricoperto di elogi. Costruita una solida base di rispettabilità con due album poco meno che ottimi ("Oneiric", "Glyphic"), il ragazzo irlandese rilascia la terza prova in quattro anni di carriera. Barry Lynn (questo il suo nome di battesimo), nonostante rimanga saldamente ancorato alla propria indole dubstep, ingloba corpose influenze prima d’ora soltanto sfiorate. I ritmi, spesso sconnessi e accelerati, danno sfogo a tendenze break-beat di grande levatura; le scheletriche trame melodiche, incorniciate in uno schema ben stabilito, strizzano l’occhio alla classica battuta precisa dell’IDM, senza contare i vaghi sentori della acid più classica presenti un po’ ovunque a macchie fra le tredici tracce.

“Arecibo Message” è un calderone variegato e mai dispersivo, una caduta repentina in un tunnel oscuro e marcio, la definitiva deflagrazione di un’elettronica post-moderna che ha perso il controllo di sé stessa a tal punto da sfigurarsi fino a diventare irriconoscibile. Un sapiente lavoro di riciclaggio condotto con maestria e furbizia, contaminato con trovate miracolose.

Narrazioni spaziali mostrano un uso discreto della voce (gli incastri scintillanti della title-track, il funk robotico di “A Familiar Sound”), flussi timbrici oscuri prendono il sopravvento (il break-beat plastico di “Sidetrack”, movenze sinuose per “Mya Rave”). Bassi gommosi ed elastici sono l’elemento d’unione della parte centrale del disco (“S P A C E B A S S”, “Arcadia 202”, “Old School Astronomy”), mentre vortici digitali impazziscono indomiti (“Free House Acid” è vero anthem apocalittico, “Sidereal Day” si mostra più solare ma non meno intricata).

I profumi house di “Lamb Post Funk” sono una colorata sintesi pop dell’arte di Boxcutter, ulteriore conferma del potenziale appena accennato in quattro anni scarsi di carriera. “Kab 28” è un tributo alla drum’n’bass classica, mentre “A Cosmic Parent” conclude il disco con un tocco di malinconia ossessiva.

Grande appassionato delle tendenze in ambito elettronico, Barry Lynn mette insieme una musica che rispecchia una visione distorta e malata del suo mondo, musicando una realtà vicina solo alla sua immaginazione.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

venerdì 5 giugno 2009

Sin Fang Bous: "Clangour" (Morr Music, 2009)



Il delicato e prezioso “The Ghost That Carried Us Away” della band islandese Seabear aveva rapito gli amanti del folk-pop più curiosi ed esigenti. Il loro creatore, Sindri Már Sigfússon, riversa la grande quantità di materiale ideato in un’opera composta, suonata, prodotta e confezionata completamente da lui.

Ancora sotto l’ala protettrice della benemerita Morr Music, il disco ricopre una fascia di mercato molto ampia. Adatto ai nostalgici dell’indie-tronica classica, le composizioni qui presenti si conciliano con un tono di sperimentazione molto ardito che sarà apprezzato anche dai palati più rigorosi. Come dichiarato dallo stesso artista in una recente intervista, il fulcro di questo disco è la sua fantasia, più precisamente l’esposizione del lato più folle e creativo. Effettivamente ascoltando le undici tracce si ha una sensazione di introdursi un luogo incantato musicato da una colonna sonora frizzante, briosa e colorata. La vera natura dell’artista viene messa in gioco in una sfida ad armi pari con le proprie possibilità, sfruttando fino in fondo estro, coerenza e sregolatezza.

Il contenuto di “Clangour” si distingue dalla pletora di pubblicazioni per la sua sorprendente varietà; la facilità con cui rimane impresso fra ritornelli azzeccati e ritmi inusuali gioca un fattore determinante. C’è un continuo passaggio da toni riverenti e distesi (la nenia fiabesca di “Sunken Ship”, progressioni martellanti e ossessive per “Clangour And Flutes”), strappi melodici fulminanti (la folgorante “Advent In Ives Garden”, il caos ordinato di “The Jubille Choruses”). Il tono asciutto con cui la chiara matrice folk di questa musica viene contaminata con altre influenze è il maggior pregio, peraltro coadiuvato da una discreta scorrevolezza che non fa incagliare il prosieguo anche nei frangenti più ostici.

La sapiente gestione della ritmicità serrata corrisponde al passo decisivo verso un risultato decisamente interessante. Giocando alla gara delle citazioni potremo mettere insieme sprazzi degli Animal Collective più pop, il folk di matrice classica leggermente screziato (Jason Molina) e un'uso discreto della tecnologia, dall’elettronica presente un po’ ovunque fino alla precisa e puntuale produzione finale. Fra le trame di una ballata canonica udiamo clangori elettrici lancinanti (“Melt Down The Knives”), il pacato flusso di un banjo finisce per essere sopraffatto da una drum-machine insistente (“We Belong”), la freschezza di una graziosa canzone pop ci concilia la felicità (“Carry Me Up To Smell Pine”).

Il rullante di una batteria palpita fra le righe di una voce sussurrata e poi urlata (“A Fire To Sleep In"), cori e note di chitarra si mescolano alla rinfusa su un tappeto di battiti e sospiri (“Fafafa”), una coppia di canzoni unita da un legame fatto di passione e incanto sfuma in una conclusione placida e mistica (le due gemme di folk-pop contaminato “Poirot” e “Lies”).

Fra le più fantasiose e succose proposte del mercato indipendente europeo, “Clangour” si dimostra fulgido esempio dalle molteplici interpretazioni. La curiosità e le aspettative per il successore sono elevate, la possibilità che ne venga fuori un qualcosa di inedito sono molto alte.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 18 maggio 2009

Camera Obscura: "My Maudlin Career" (4AD, 2009)



L’arrivo della freschezza primaverile necessita di suoni frizzanti e solari, a tal proposito la nuova prova di Camera Obscura esce nei negozi nel momento più propizio. Il precedente “Let’s Get Out Of This Country” aveva condito la calda estate del 2006 con la sua variopinta collezione di intoccabili canzoncine pop, chiudendo il cerchio di una compiutezza stilistica tracciato dalla band fin dalla prima prova rilasciata nel 2001. I tre anni che separano “My Maudlin Career” con il predecessore sono stati spesi girovagando per il globo, proponendo concerti esplosivi e decisamente divertenti. La performance del luglio 2008 a Bologna ne è un esempio lampante; l’esecuzione in quel caso fu precisa e rispettosa verso gli originali con rimaneggiamenti che coinvolgevano lunghezza e cantato.

Lasciata intatta la formula a base di country-pop scanzonato, il gruppo riversa tutte le sue potenzialità nelle nuove undici canzoni con dedizione encomiabile. Melodie incontenibili centrifugate con una ritmicità innata, arricchite dalla voce profonda di Tracyanne Campbell, leader affermata del gruppo e chitarrista d’eccellente versatilità. Senza accusare apparenti crisi d’identità o d’ispirazione, l’usuale teatrino prende il via senza indugi.

Arrangiamenti classici condiscono con la loro magnificenza una struttura ben collaudata (la bellezza immacolata dell’incipit “French Navy”, i vortici irresistibili di “The Sweetest Thing”), chitarre polverose e un testo da leggere sono gli elementi degli episodi più scarni (l’afflato romantico di “Away With Murder”, un rullante accarezzato scuote gli animi in “James”). L’eterogeneità  permette cambi di tono molto decisi, utile per non appiattire eccessivamente lo scorrere dei brani. Questa scelta aiuta ad apprezzare sia i frangenti propriamente pop, come del resto quelli con un andamento più posato. Cogliendo con casualità troviamo gemme appartate dal sapore malinconico (il piglio strascicato di “You Told A Lie”, la solarità magniloquente in “Careless Love”) e singoli dalla forte impronta radiofonica (i toni sopra le righe di “Swans”, la title-track, flemmatica e carica di tensione).

Dopo un duetto all’insegna dell’essenzialità (chitarra-voce per “Other Towns And Cities”, il racconto per un road movie in riva al mare di “Forests And Sands”) conclude il disco una fanfara fiatistica in perfetto stile big band, attimo che suggella la conclusione con grande pathos (“Honey In The Sun”).

“My Maudlin Career” mette in campo una genuinità pop a cui non si possono muovere critiche, ogni tassello è al posto giusto, inoltre il tocco di varietà dona al disco un appeal irresistibile. L’unica colpa che si può imputare al collettivo riguarda l’apparente staticità del percorso evolutivo, tuttavia scrutando a fondo ogni singola canzone si possono scovare motivi d’interesse non indifferenti. Le stagioni scorrono e i colori tardo primaverili si concilieranno al bacio con le undici canzoni qui presenti.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

Barbara Morgenstern: "BM" (Monika, 2008)





La carriera solista di Barbara Morgenstern giunge a compiere dieci anni con il rilascio di un album passato in sordina fra gli appassionati. Fin dalla pubblicazione, sul finire del 1997, del primo mini-album intitolato “Plastikreport”, l’artista ha sviscerato una materia trasversale, mescolando inclinazioni di tipica matrice tedesca (techno) con la sopraffina precisione del pop maturo dei grandi autori europei. Capaci di attraversare tendenze assorbendone le qualità, per poi abbandonarle subito dopo, le sue produzioni si sono distinte per una continua ricerca melodica, ritmica e tonale. La sua voce, attorniata da suoni secchi e concisi, riesce nell’impresa di far risultare piacevole il cantato in tedesco, usualmente non molto apprezzato al di fuori degli appassionati della lingua teutonica. Un’ugola dolce, minuziosa, a tratti perfino presuntuosa nella sua ricercatezza.

“BM” riassume e concentra tutti gli elementi della musica della Morgenstern compiendo un ulteriore passo verso la definitiva consacrazione. Se un disco come “Tesri”, in coppia con Robert Lippok, si faceva apprezzare senza esagerare, ancorato com'era ai canoni del pop elettronico tedesco, le nuove canzoni si slegano da un contesto risaputo per sbocciare in un campionario rigenerato da una revisione completa dei dettagli compositivi. L’uso dell’elettronica viene dosato con perizia, senza sovrabbondare, per decorare gli acquerelli della chitarra o del piano, evidenziando impegno e cura dei particolari. Le progressioni, spesso usate per sviluppare la trama melodica con delicatezza e tatto, sono un metodo sempre efficace, soprattutto negli episodi pop con una durata superiore ai cinque minuti. Da premiare su tutta la durata le splendide partiture di piano, mai troppo magniloquenti né invasive, raffinate e perfettamente calate nella fine atmosfera delle tracce (esemplare lo strumentale “Für Luise”, come del resto il piano-pop “Camouflage”).

Tutti questi componenti vanno a formare un puzzle difficilmente ripetibile, un vero mosaico realizzato a regola d’arte.

Policromie d’alta scuola si intersecano con risultati a tratti superbi (l’intreccio fra tastiere e piano di “Driving My Car”, duetto fra chitarra e vibrafono in “Come To Berlin”), il ritmo spesso nasce dal niente per poi tramutarsi in un’esplosione timbrica quasi orchestrale (da manuale “Reich & Berühmt” e “Deine Geschichte”). Il perfetto connubio fra classicità e moderno approccio al songwriting splende in tutto il suo fervore, giungendo a una quadratura del cerchio senza sbavature.

Gocce di melodia oppressa si distendono con risvolti ombrosi (la rarefatta “Jakarta”, le gracili strutture di “Hochhau”), l’acidità electro funge da diversivo per la parte centrale dell’opera (il techno-pop indomabile di “Morbus Basedow”, la corta “My Velocity”). Da incorniciare le tenere scuciture minimaliste della composizione senza voce che chiude il disco, un vago miscuglio di improvvisazione cameristica e sinistre influenze dark-ambient.

Rimasti altri colpi di coda dal sapore amarognolo (fendenti di violoncello in “Monokultur”, svisate avant-pop su “Meine Aufgabe”), non resta altro se non plaudire l’essenza di “BM”. Nonostante siano passati diversi mesi dall’uscita dell’opera, risulta doveroso riconoscere i meriti della Morgenstern, arrivata a un punto cruciale del suo percorso artistico, con un album che getta le basi per sviluppi ancor più sorprendenti.

(7,5)

recensione di alessandro biancalana

lunedì 11 maggio 2009

Harmonic313: "When Machines Exceed Human Intelligence" (Warp, 2009)



Quando le macchine superarono l'intelligenza umana: un titolo programmatico. Un manifesto, quasi. Gli strumenti che prendono il sopravvento, la tecnologia che vince sul tecnico, la creatura che fagocita il creatore. Sarebbe lo scenario perfetto per un film sci-fi anni 80, oppure per un fumetto di Miguel Angel Martin. Invece, il futuro cupo e senza speranza lo racconta un disco, il primo sulla lunga distanza di Harmonic 313, moniker dietro al quale si cela Mark Pritchard (compagno storico di Tom Middleton nei Global Communication, aka la storia dell'elettronica anni 90). E lo racconta coniugandolo in una lingua nuova, la lingua della cultura underground londinese, la lingua dell'emergente wonky beats, o qualsiasi altro nomignolo si voglia puntare su questa realtà figlia del dubstep e dell'hip-hop, nipote della jungle e della drum'n'bass. Praticamente, un bombardamento a grappolo di bassi grassi, profondi, quasi senza soluzione di continuità, su cui l'artigiano Pritchard costruisce il proprio castello di beat e melodie al synth, con un mood tra breakbeat e house.

Ascoltando il disco, la prima immagine che viene in mente è la copertina: quel ghigno robotico che non è nient'altro che un artefatto della nostra mente, mentre ci fissa algido e impassibile nella sua incontestabile logica. Ce lo immaginiamo mentre pronuncia l'intro di "Word Problems", a metà tra reale e virtuale; oppure mentre supera definitivamente l'intelligenza umana scoprendo le emozioni, così diverse però dalle nostre, quasi delle fredde sequenze di dati da analizzare secondo una prassi precisa ("Falling Away"). Perché per la durata dell'intero disco, Pritchard racconta la propria storia futuribile con una capacità cinematografica impressionante, come se al posto delle parole ci fossero i synth storti, al posto della punteggiatura i beat e le bassline.

L’assetto privo di aperture prettamente melodiche, relegate al sottofondo o martoriate con veemenza, riduce il contatto con l’ascoltatore che si limita ad assistere ammutolito. La perizia della resa glaciale dei suoni è a tratti superba (la progressione matematica di “No Way Out”, i contraccolpi sonici presenti in “Cyclotron”), il complesso intreccio di partiture compositive raggiunge risultati disorientanti (stratificazioni multiple per “Köln”, le colorazioni variegate della pimpante “Galag-A”).

Il ritmo incalzante e adrenalinico prende piede forgiando cortocircuiti digitali ossessionanti, sotto forma di hip-hop (“Battlestar”) o di piccoli divertissment da un minuto (“Cyclotron C64 Sid”).

L’anima di questa musica, avulsa da un contesto empatico, mostra tutta la sua impassibilità con sfrontatezza e distacco, silurando il fruitore con ritmiche scheletriche e suoni aridi (esemplare “Call To Arms” e soprattutto “Flaash”). Risulta sterile o quantomeno cavilloso ricercare una definizione per un agglomerato di bit così perfettamente impastato (i sei minuti di “Quadrant 3” sono quanto di più indefinibile), lasciando da parte il lato analitico per un momento, va privilegiato un ascolto disincantato e attento.

Viene da chiedersi se le macchine riusciranno mai a sostituire l'uomo, se sia proprio la tecnologia che creiamo la prossima tappa dell'evoluzione. A questi quesiti Pritchard non dà risposte, cerca solamente di narrare un racconto futurista (e futuribile) musicale; e come i grandi autori, lo fa utilizzando i mezzi espressivi e comunicativi del proprio periodo.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana e Mattia Braida

AGF/DELAY: "Symptoms" (Bpitch Control, 2009)




Lo scrosciare di un tuono irrompe un attimo prima dell’incessante beat in apertura di album, in un’atmosfera lugubre e ottenebrante, che occlude ogni spiraglio di solarità pop. Ad accogliere il nuovo sodalizio del duo, coppia ormai anche nella vita reale, è la BPitch Control di Ellen Allien, etichetta che nel nuovo anno ha già licenziato l’ottimo “Immolate Yourself” degli sfortunati Telefon Tel Aviv. Dalla pubblicazione di “Explode” sono passati quasi quattro anni, lasso di tempo in cui Agf ha proseguito un personale tragitto di sperimentazione, incentrato sull’uso estremo della “voce” e degli ambienti (sonorizzazione di chiese, effettuata anche a Milano per audiovisiva), scarnificando l’elettronica ed elevandola a pura ed essenziale entità algebrica. Vladislav Delay, dal canto suo, ha fatto del minimalismo sonico il suo marchio di fabbrica, decorando le proprie creazioni a colpi di beat soffusi in salsa dub-ambientale.

Nella sua essenza multiforme, "Symptoms" gioca a stupire l’ascoltatore, mutando continuamente la sua natura, transitando con disinvoltura fra lidi mai troppo distanti fra loro: synth-pop, trip-hop, dub-techno. La quantità di riferimenti stupisce fino a un certo punto, ciò che davvero salta all’occhio è la padronanza con cui questi elementi vengono fusi fino a raggiungere un livello di coesione complessiva mirabile. Laddove in “Explode” emergeva sostanzialmente un suono scarno e gelido, la situazione in “Symptoms“, almeno parzialmente, evolve. Non più, o non solo, secche sezioni ritmiche, impasti krauti aggiornati al nuovo millennio, magie elettroniche ghiacciate provenienti dal Polo Nord. Il nuovo corso si orienta verso lande decisamente più tiepide, tra minimalismo, reiterazioni sonore ed elettronica avvolgente, rumorosa, talvolta sedotta dal dancefloor.

L'iniziale “Get Lost”, che pare uscita da un disco qualsiasi dei Massive Attack, si sgancia dalle produzioni dei due per proiettarci in un immaginario timbrico molto vicino al trip-hop dei tempi migliori, in bilico col dub. I fendenti astrali che adornano il motivo di “Connection” sembrano giungere direttamente dal Sol Levante. E’ impossibile mantenere il controllo all’ascolto di un algido rimbombo ritmico (“Downtown Snow”), i fantasmi del down-beat più acido emergono tra sinistri presagi futuristi e immaginifiche scuciture melodiche (“Outbreak”). “Generic” ripropone sincopi minimal-techno, anticipando “Most Beautiful”, capace di rimandare a quel pop elettronico brumoso di cui gli Air sono maestri.

Reiterazioni oppiacee ammorbano un’atmosfera già tutt’altro che rassicurante (la splendida voce granulosa di “Bulletproof”, momenti di stasi glaciale in “Second Life”), ispirando derive digitali in forma di racconto errante (la lunga e ipnotica “Congo Hearts”).

Se acidi momenti sintetici non deluderanno gli amanti del synth-pop (la title track e “Smileway”), la conclusiva “In Cycles” riesce a sposare Fennesz a un gusto tutto nordico nel cesellare groove regolari ma quantomai trascinanti.

Artisti acuti e sapienti manipolatori della materia sonora, i coniugi Ripatti consegnano nelle mani del pubblico un’opera di pop futurista difficile da accogliere e soprattutto da comprendere, implosione definitiva dell’inquietudine urbana e rappresentazione pessimistica di un mondo non troppo lontano.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana e Alberto Asquini