sabato 16 settembre 2017
Lali Puna: "Two Windows" (Morr Music, 2017)
A distanza di sette anni dall'ultimo “Our Inventions”, Valerie Trebeljahr, orfana del fido Markus Acher (frontman dei ben noti Notwist), in quasi totale solitudine rimette in carreggiata la sigla Lali Puna insieme ai superstiti Christian Heiß e Christoph Brandner (già nei meritevoli Saroos). Nonostante, almeno per chi scrive, non abbia mai avuto molto senso rivalutare in negativo correnti musicali non più in voga a decine di anni di distanza, la domanda principale che ci si pone di fronte a questo disco è: cosa hanno ancora da dire i Lali Puna a quasi vent'anni dagli esordi (Tridecoder è del 1999)?
Il periodo in cui la Germania e il giro intorno alla teutonica Morr Music erano al centro dell'attenzioni di tutte le riviste del mondo indipendente, ha lasciato in eredità artisti e band che sono rimaste nel tempo a fasi alterne. Tante sigle storiche si sono perse dopo esordi sfavillanti (fra gli altri Ulrich Schnauss e Masha Qrella), altri hanno continuato più o meno a rinnovarsi con risultati apprezzabili (ISAN, Notwist), altri sono spariti dai radar lasciando alle spalle opere preziosissime (Styrofoam, B. Fleischmann, The Go Find). I Lali Puna, con stalli e lunghi periodi di pausa, hanno continuato nella loro opera di rinnovamento e riproposizione di certi suoni nel corso degli anni. Com'è dunque “Two Windows”?
Una cosa che va subito detta è che il disco vive di sali e scendi qualitativi che minano un po' il risultato finale. Complice anche una durata non certo immediata, la sensazione che si ha ascoltando molte volte l'album è che la scrittura di Valerie e soci sia un po' appannata ed illuminata dalla solita luce solo a tratti. Se ascoltando il trittico iniziale sembra di essere a cospetto del migliore album mai pubblicato dalla band - “Deep Dream” va annoverata fra le più belle canzoni mai rilasciate dal gruppo -, il proseguimento si siede un attimo su certi stilemi electro-pop stantii (non di grande aiuto Dntel in “The Frame”, “Wear My Hearth” e “Hair Daily Black” non smuovono niente), mentre gli archi di “Wonderland” e la minimali “Bony Fish” e “Birds Flying High” risollevano un attimo il livello complessivo della parte centrale.
Sul finire delle dodici tracce, viene in soccorso la frizzante “The Bucket” - pregevole sopratutto il pattern ritmico -, mentre “Everything Counts On” e “Head Up High” concludono dignitosamente l'album senza infamia e senza lode. Giunti alla fine resta onestamente un po' l'amaro in bocca, complessivamente le atmosfere non sono né troppo ovattate per risultare sognanti né troppo concitate per dare una spinta di ritmo significativa, lasciando l'album in un limbo esattamente a metà.
A salvare il risultato finale ci sono una manciata di canzoni veramente notevoli, capaci di non far rimpiangere i tanti lodati esordi. Siamo dell'idea che per proseguire un discorso compositivo serio la band abbia bisogno di rimanere insieme per almeno un altro album senza pause, trovare la chimica ogni volta dopo anni e anni di stasi è davvero complicato. Tuttavia, ascoltando “Deep Dream” non sarà difficile scorgere le magiche sensazioni che quasi vent'anni fa sconvolsero tanti appassionati.
(6,5)
recensione di Alessandro Biancalana
domenica 30 luglio 2017
Arab Strap, 28/07/2017 @ Bologna, Covo Summer
Nel contesto del cortile interno del giardino del Casalone, il Covo Club ha allestito una bella location
per una serie di concerti, perfetto compendio di una stagione di eventi
durante tutto l'inverno. L'organizzazione non poteva concludere in modo
migliore questa rassegna estiva, chiamando per la quarta volta a
Bologna gli scozzesi Arab Strap. Band simbolo di un certo periodo di musica indipendente fra vecchio e nuovo millennio, Malcolm Middleton e Aidan Moffat mettono nuovamente insieme una formazione live
a circa dieci anni dal loro abbandono delle scene, pubblicando per
l'occasione un doppio omonimo contente rarità e vari pezzi mai
realizzati su album, un po' come fu fatto nel 2006 con l'album
commemorativo “Ten Years Of Tears” e con un tour che toccò anche in quel caso Bologna.
La
formazione, composta oltre ad Aidan e Malcolm, comprende un batterista,
un bassista, la violinista Jenny Reeve (già nei The Reindeer Section) e
un tastierista. Un fortissimo senso di déjà vu e una sorta di acredine
malinconica coglie gli ascoltatori all'attacco di “Stink”, brano di
apertura del loro ultimo album in studio “The Last Romance”.
Tutta la forza sommessa, implosa e frustrata della musica del duo
inglese torna improvvisamente come se non fosse mai completamente
sparita. Si prosegue con le sferragliate al limite della cacofonia della
stridente “Fucking Little Bastards”, proveniente dal bellissimo “Monday At The Hugh & Pint” - a parere di chi scrive il miglior album pubblicato dal duo -, proseguendo ancora con lo spoken word
di “Girls Of Summer”. Già da questi prime esecuzioni, si nota lampante
l'adorabile chimica che c'è fra i due, stona sul palco l'accostamento
fra l'impeccabile e straordinariamente talentuoso chitarrista che è
Middleton e l'atteggiamento da guascone avvinacciato che ha sempre avuto
Moffat, cantore della normalità e dei sentimenti terreni. La forza di
questa musica sta tutta qui: il contrasto fra la forma a tratti
dissonante e violenta, in altri episodi dolce e cullante, e la sostanza
fatta di storie di cazzi, fighe, desolazione e sbornie.
Trovano
posto in circa due ore di musica le più note canzoni del duo, prima fra
tutte la splendida “The First Big Weekend” - uno dei rari casi in cui
Malcolm canta -, passando per la struggente melodia chitarristica di
“Who Named The Days?” e “Don't Ask Me To Dance”, fino alla sublimazione
di “The Shy Retirer”, un electro-pop arioso e puntellato da
flussi di chitarra e violino impeccabili. Sempre sulla scia più
elettronica della produzione della formazione anglosassone si fanno
spazio “Rocket, Take Your Turn” - ossessivamente sostenuta da un giro di
drum-machine in 4/4 –, “Scenery” e “Turbulence”. La versione
più scheletrica e prettamente cantautoriale viene fuori in ”New Birds” e
“Blood”, due episodi estratti rispettivamente da “Philophobia” e “Mad
For Sadness”, dove Moffat recita i suo testi come in un confessionale
sostenuto da pochi accordi di chitarra e qualche pattern di batteria. In
conclusione non smettono mai di emozionare alcuni classici come “Speed
Date”, “Here We Go”, “Piglet” e “Soaps”, tutte e quattro canzoni
significative all'interno della carriera decennale di una band tanto
controversa e indecifrabile quanto unica e indistinguibile in mezzo ad
altre mille.
Non resta che plaudere gli sforzi fatti dal team
del Covo Club per aver riportato a Bologna dopo quasi undici anni la
formazione scozzese, augurandoci che questo tour sia l'inizio di un
nuovo percorso che possa portare a un nuovo album a distanza di dodici
anni da “The Last Romance”.
domenica 9 aprile 2017
Notwist, 08/4/2017 @ Bologna, Locomotiv Club
A distanza di tre anni dall'ultima esibizione a Bologna, i Notwist
tornano nel capoluogo emiliano nella racchiusa cornice del Locomotiv
Club. Perso per strada uno dei componenti fondatori Martin Gretschmann,
la band, ricostruita con Andi Haberl, Max Punktezahl, Karl Ivar Refseth e
Cico Becka reclutati negli anni, continua il proprio percorso di
ricerca nell'ambito discografico ed esibizione live. Come già dimostrato
in “Close To The Glass”
del 2014, i teutonici hanno dimostrato di voler dare una nuova linfa
alla propria musica, smarcandosi almeno parzialmente dall'immaginario indie-tronico
d'inizio millennio. Tale sterzata è dimostrazione di duttilità
stilistica e voglia di rinnovamento oltre che conferma delle radici
intrinsecamente rock e di band preparata e versatile.
Ascoltando come vengono in parte modificate le sottili trame di inni generazionali sotterranei come “Consequence”, “Pick Up The Phone” o “Chemicals” emoziona e sorprende, confermando la deviazione verso radici kraut-rock di connazionali come Kreidler e To Rococo Rot. Le lunghe e sinuose code strumentali, disturbanti con sfrigolii noise ficcanti, danno dei Notwist l'immagine di una band in continua mutazione, coscienti del richiamo derivante dai classici ma contemporaneamente capaci di andare oltre. Ed è dunque su questa scia che il concerto sfocia in lande malinconiche con una versione minimale di “Trashing Days”, esplode in un implosione di suoni con versioni mai così devastanti “This Room” e "Where In This World", proseguendo con la nervosa “Gravity”, proveniente da “The Devil, You + Me”, da cui viene estratta anche la gracile title-track. Da non dimenticare anche la carica rock di un paio di tracce estratte dalle loro poco conosciute origini hardcore-punk.
Si possono apprezzare con il passare dei minuti le sferzanti manipolazioni elettroniche di “Signals” e “Into Another Tune”, il richiamo degli esordi con la marcetta indie-pop “Kong” e il bell'affresco electro-pop “Run Run Run”, tutte tracce estratte dall'ultima fatica. Nonostante i cambi di formazione e direzione artistica, a risaltare su tutto è la solidità e perizia musicale del gruppo. Il passare degli anni e dei suoni in voga non hanno intaccato per niente le capacità di musicisti enormemente preparati e capaci, la stratificazione e complessità del suono che viene fuori da ogni brano è semplicemente strabiliante. Ogni variazione sul tema originale, sia che si parli di una coda strumentale o di un cambio di arrangiamento, è perfetta e al suo posto. Divertimento, balli e riflessioni introspettive, fino alla chiosa finale con “Gone Gone Gone” dopo due encore e più di due ore di concerto.
Dopo questo tour europeo i Notwist si sposteranno in Cina per alcuni concerti in maggio, per poi tornare in Europa ad estate inoltrata fino in autunno. Voci di corridoio parlano di un nuovo album in lavorazione dopo due pubblicazioni transitorie come il live album “Superheroes, Ghostvillains + Stuff” e la raccolta di inediti “The Messier Objects”, mentre nel frattempo i Lali Puna di Markus Acher e sua moglie Valerie Trebeljahr sono in uscita con nuovo materiale a sette anni di distanza da “Our Inventions”. Le mode passano ma i suoni e la musica che davvero vale restano, a distanza di circa quindici anni da quando la Morr Music fece esplodere il mercato discografico.
Ascoltando come vengono in parte modificate le sottili trame di inni generazionali sotterranei come “Consequence”, “Pick Up The Phone” o “Chemicals” emoziona e sorprende, confermando la deviazione verso radici kraut-rock di connazionali come Kreidler e To Rococo Rot. Le lunghe e sinuose code strumentali, disturbanti con sfrigolii noise ficcanti, danno dei Notwist l'immagine di una band in continua mutazione, coscienti del richiamo derivante dai classici ma contemporaneamente capaci di andare oltre. Ed è dunque su questa scia che il concerto sfocia in lande malinconiche con una versione minimale di “Trashing Days”, esplode in un implosione di suoni con versioni mai così devastanti “This Room” e "Where In This World", proseguendo con la nervosa “Gravity”, proveniente da “The Devil, You + Me”, da cui viene estratta anche la gracile title-track. Da non dimenticare anche la carica rock di un paio di tracce estratte dalle loro poco conosciute origini hardcore-punk.
Si possono apprezzare con il passare dei minuti le sferzanti manipolazioni elettroniche di “Signals” e “Into Another Tune”, il richiamo degli esordi con la marcetta indie-pop “Kong” e il bell'affresco electro-pop “Run Run Run”, tutte tracce estratte dall'ultima fatica. Nonostante i cambi di formazione e direzione artistica, a risaltare su tutto è la solidità e perizia musicale del gruppo. Il passare degli anni e dei suoni in voga non hanno intaccato per niente le capacità di musicisti enormemente preparati e capaci, la stratificazione e complessità del suono che viene fuori da ogni brano è semplicemente strabiliante. Ogni variazione sul tema originale, sia che si parli di una coda strumentale o di un cambio di arrangiamento, è perfetta e al suo posto. Divertimento, balli e riflessioni introspettive, fino alla chiosa finale con “Gone Gone Gone” dopo due encore e più di due ore di concerto.
Dopo questo tour europeo i Notwist si sposteranno in Cina per alcuni concerti in maggio, per poi tornare in Europa ad estate inoltrata fino in autunno. Voci di corridoio parlano di un nuovo album in lavorazione dopo due pubblicazioni transitorie come il live album “Superheroes, Ghostvillains + Stuff” e la raccolta di inediti “The Messier Objects”, mentre nel frattempo i Lali Puna di Markus Acher e sua moglie Valerie Trebeljahr sono in uscita con nuovo materiale a sette anni di distanza da “Our Inventions”. Le mode passano ma i suoni e la musica che davvero vale restano, a distanza di circa quindici anni da quando la Morr Music fece esplodere il mercato discografico.
martedì 28 marzo 2017
After Crash + Nathan Fake @ 25/03/2017 - Locomotiv Club
Arrivati all'ultimo episodio della mini rassegna Blender
promossa da Locomotiv Club, Disco d'Oro e Radio Città del Capo – già
presenti nelle settimane scorse artisti del calibro di Clap! Clap!, Romare e Jessie Lanza – questa serata conclusiva ha come protagonista un nome di richiamo nell'ambito degli appassionati di musica elettronica: Nathan Fake.
L'artista inglese oltre a tornare in tour in tutta Europa, presenta in
questi giorni il suo nuovo album “Providence” su Ninja Tune a distanza
di cinque anni dal precedente “Steam Days”. Ad affiancare uno dei più grandi talenti dell'elettronica dell'ultima decade, c'è la band bolognese After Crash che aprirà la serata con una manciata di brani provenienti dal loro esordio “Lost Memories”.
Per chi scrive il duo italiano era una cosa nuova, dunque ascoltando via via i pezzi ci si accorge di quanta qualità ci sia nella musica di Francesco Cassino e Nicola Nesi. Post-rock, elettronica, pulsazioni techno, ambient, tantissima carne al fuoco centrifugata in lunghi strumentali a metà fra tentazioni dance-rock e velleità avantgrade. Senza mai perdere un grammo di efficacia i due ragazzi si districano fra richiami illustri quali Telefon Tel Aviv, 65daysofstatic e in generale tutta la tradizione post-rock “deviata”. La flessibilità e l'efficacia anche in pista dona a queste tracce una grande adattabilità a vari contesti, dalla serata da club a quella più impegnata e seriosa. L'energia complessiva generata da questa esibizione fa ben sperare per il futuro del duo italiano, messi a punto alcuni dettagli e smussata qualche asperità di troppo possono davvero arrivare in alto.
L'esibizione di Nathan Fake, on stage a tempo record dopo il cambio di strumentazione sul palco, infiamma il pubblico fin da subito con l'energia delle sue nuove composizioni. Il quinquennio di attesa – senza dimenticare i due EP “Glaive” e “Degreelessness” - ha fatto bene all'enfant prodige che esplode con tutta la sua fantasia sparando negli altoparlanti la sua personale visione dell'elettronica. Da sempre capace di mettere insieme techno, electro, downtempo e suoni campionati, il ragazzo proveniente da Norfolk non lascia scampo con una sequenza mixata di pezzi esclusivamente provenienti da “Providence”. Dalle staffilate della title-track, passando per la malinconia downtempo della bellissima “Hoursdaysmonthsseasons”, fino all'episodio cantato di “RVK” - ospite la cantante di Braids e Blue Hawaii Raphaelle Standell-Preston – la musica fluisce liquida senza intoppi, alternando momenti concitati di furia techno a stasi estatiche supportate da pochi battiti. Il segreto dell'artista di casa Ninja Tune è quello di scatenare l'inferno in pista senza mai eccedere o risultare uno sciacallo da grandi platee, il suo tocco quasi onirico permette alla sua elettronica da ballo di trascendere il sudore della pista ed elevarsi a metà strada fra musica d'ascolto e rave music. Da non dimenticare, essendo perfetto corollario ad un'ora e mezzo di cataclismi sonori, i visual sviluppati appositamente per il lancio del nuovo disco, rappresentanti una serie di forme geometriche in evoluzione su sfondi psichedelici e molto evocativi.
A conti fatti siamo qui a raccontare una serata di eccellente fattura, la speranza è che rassegne come queste siano parte integrante di tanti cartelloni nei locali di tutta Italia. Ricerca, fruibilità e tanta qualità, questo è il segreto per attirare pubblico in maniera eterogenea.
di Alessandro Biancalana
domenica 19 febbraio 2017
Piano Magic: "Closure" (2017, Second Language)
Scoccati da non molto i venti anni di militanza e dodici dischi, una delle band più significative degli ambienti rock indipendenti chiude la propria carriera con un album di commiato. La notizia più rilevante che accompagna la cartella stampa di “Closure” è questa. E non è per niente banale accettarlo, dato che da “Popular Mechanics” in poi – correva il 1997 – le flessuose e mutevoli nenie della band franco-inglese ci hanno accompagnato più o meno in maniera costante. Con quella peculiare malinconia sommessa e quel sapore acre delle parole scritte quasi sempre dal frontman Glen Johnson, il gruppo ci ha insegnato molto su come può essere la musica rock, usando varie forme e registri interpretativi. Tutto però ha una fine. Lo stesso Glen Johnson, interrogato a riguardo dello scioglimento della band, parla del concetto di “chiusura fisiologica”, facendo riferimento alle sue recenti esperienze personali come la morte del padre e la fine di una lunga relazione sentimentale. E c'è anche di che sfamarsi per gli inguaribili nostalgici, infatti, i più attenti avranno notato che in “Artists' Rifles” è presente un brano intitolato “No Closure”, sempre incentrato sul concetto di chiusura e fine, come se, già una quindicina di anni fa, la band sapesse che il loro destino fosse già segnato.
Raggiunta la maggiore visibilità con il capolavoro “Disaffected”, i Piano Magic avevano forse capito che la loro carriera stava per spegnersi dopo tre album quantomeno sottotono, forse solo controversi ma non per questo negativi, come “Part-Monster”, “Ovations” e “Life Has Not Finished With Me Yet”. “Closure” giunge a ben quattro anni di distanza dall'ultimo e racchiude un po' tutte le sfumature della musica scritta in un ventennio di carriera, ricomponendo per questa speciale occasione il nucleo originario della band composto oltre ovviamente da Glen Johnson, da Jerome Tcherneyan (batteria e percussioni), Alasdair Steer (basso) e Frank Alba (chitarra). L'elegante dark-rock dai rimandi wave, poi ribattezzato “ghost-rock”, è parte integrante di questo album fin dai primi accenni. Infatti l'iniziale “Closure” è la traccia perfetta per chi ama lo stile della band: compassate sferragliate elettriche, basso cadenzato, coda strumentale che sfocia sopra i dieci minuti di durata, cantato vicino allo spoken word e tanta, tanta, atmosfera. L'album si sviluppa su variazioni di questi temi musicali, con ospiti illustri a impreziosire tracce di grande classe, come la celebre violoncellista Audrey Riley ospitata in “Living For Other People” o il cantante Peter Milton Walsh degli australiani The Apartments presente nella struggente “Attention To Life”. Le delicate pennellate di archi già citate di “Living The Other People” o anche di “You Never Stop Lobing (The One That You Loved)” rendono “Closure” una chiusura di carriera che fa del rock un fatto personale, quasi “da camera”, profondamente catartico, una via di sfogo per le frustrazioni e le emozioni più recondite.
A stagliarsi solitaria e un po' lontana dagli ultimi canoni c'è “Exile”, vicina alle tentazioni elettroniche della magnifica “Saint Maire”, capace di raccontare con la solita freddezza e classe il turbamento e la frustrazione di un rapporto sentimentale complicato, sofferente e claudicante. Il cantato di Johnson è anche qui perfettamente centrato per le suggestioni evocate, mai sopra le righe e integrato fra le pulsazioni di una drum-machine e i flebili accordi di chitarra.
Per chiunque ha bazzicato i territori della musica sotterranea di cui stiamo parlando, sarà un grande colpo al cuore dover dire addio ai Piano Magic. L'unico modo che abbiamo per celebrare i venti anni di carriera di questa straordinaria band è godersi questo loro ultimo album e andare a recuperare tutto ciò che hanno inciso in passato, sempre non dimenticando che, come pronunciava la prima tracca di “Writers Without Homes”, Music won't save you from anything but silence.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana
venerdì 10 febbraio 2017
Gold Panda: "Good Luck And Do Your Best" (City Slang, 2016)
Capace nel corso degli anni di creare un vero culto nei confronti della sua musica, Derwin Panda in arte Gold Panda giunge nel 2016 al suo terzo album. Dopo il discreto “Half Of Where You Live” del 2013 e la valida collaborazione con Charlie XCX in “You (Ha Ha Ha)” - dove il britannico cede la base del suo pezzo ominimo proveniente da “Lucky Shiner” -, il producer si prende una pausa compositiva di tre anni in cui gira il mondo proponendo live set e dj set.
Sembra
non essere passato così tanto quando attacca “Metal Bird”, infatti la
perfetta fusione e la sua evoluzione fra IDM, house e downtempo viene
ripresa dove il precedente disco l'aveva interrotta. Synth melodici e profondamente atmosferici in sottofondo, break
di tempo inframezzati da campioni vocali e alcuni punteggi di tastiera,
sono il perfetto inizio per un disco che sa di buona musica dai primi
minuti. Fortemente influenzato dalla vita in Giappone, le composizioni
di Gold Panda assumono una sorta di vitalità zen che porta a non
spingere mai fino in fondo sull'accelleratore, lasciando implodere
dolcemente le tracce. Ne è un esempio lampante “I Am Real Punk” o
“Autumn Fall”, con il loro incedere pachidermico ma seducente, composte
semplicemente da qualche accordo di chitarra e qualche arabesco
elettronico in sottofondo. L'elettronica d'ascolto che proviene dalla
tradizione Warp dei Boards Of Canada viene traghettata verso la modernità attraverso un senso per la composizione e un gusto unico.
Il
disco continua su questa falsariga dispensando altre gemme (la serafica
“Halyards”), spingendo in alcuni casi più sul ritmo (le più decise
“Time Eater” e “Song For A Dead Friend”) senza mai cedere il passo alla
noia o a qualche passaggio a vuoto. La stessa “In My Car” ha il flow giusto per essere piazzato in qualche clip
girata nelle notte buie di una Tokyo piovosa, mentre “Chiba Nights”
pare essere il perfetto compendio per una serata alcolica in qualche club
fumoso e desolato. Il disco non perde mai un'oncia di spessore nemmeno
sul finale, infatti “Your Good Times Are Just Beginning” - contente un
campione di "The Moon Ain't Made of Green Cheese" edita da Billy Cobham – è una stilosa tinteggiatura electro-jazz dal fine sapore cinematico.
Senza
strafare e con un polso della situazione da vero navigato, Gold Panda
supera a pieni voti la prova del terzo disco e si dirige verso il
consolidamento della sua fama e della maturità artistica, lasciando
sulle spine i suoi estimatori riguardo eventuali sviluppi.
(7.5)
recensione di Alessandro Biancalana
domenica 15 gennaio 2017
Parra For Cuva & Senoy: "Darwiš" (Project: Mooncircle, 2016)
Con il ritorno di assi come FaltyDL, Gold Panda e Kuedo,
gli appassionati di elettronica avranno avuto di che sfamare la loro
fame di suoni in un 2016 tutto sommato positivo. Fra i ritagli di
visibilità di tanta musica prodotta, è riuscito a farsi spazio un
giovane produttore tedesco nato nel 1991. Nicolas Demuth nasce a
Göttingen nella bassa Sassonia, dimostrando fin da giovanissimo una
grande passione per la musica, in particolare per il piano e il jazz
improvvisato. Trasferitosi a Berlino poco più che diciottenne, stringe
un legame artistico con l'amica d'infanzia Anna Naklab, iniziando un
percorso artistico sotto il moniker Parra For Cuva. Fortemente
influenzato dagli studi classici - ritiene suoi punti di riferimento
artisti come Debussy, Ludovico Einaudi e il producer Bonobo
-, fin da subito lo stile musicale del tedesco risulta un variegato
meticciato di house, pop e influenze classiche, il tutto condito da una
piacevole patina downtempo. Le primissime pubblicazioni in coppia si
distinguono per un gusto fascinoso e modaiolo del ritmo house, mettendo
insieme flessuose ballate plastiche di tutto rispetto (“True Thoughts” e “Small Flowers” su tutte). In tale periodo l'artista acquista una discreta visibilità con la cover di “Wicked Games” di Chris Isaak, raggiungendo buone posizioni nelle chart di mezza Europa.
Passato
qualche anno, e dopo un primo buon album di rodaggio (“Majouré”),
Demuth sbarca nel 2016 con delle consapevolezze in più. Abbandonato
parzialmente lo stile patinato delle sue prime produzioni, il teutonico
concentra tutti i suoi sforzi sulle melodie e il ritmo, asciugando le
tracce e rendendole meno ridondanti. Il risultato è “Darwiš”, un disco perlopiù strumentale e pieno zeppo di suoni freschi e ammirabili. Assimilabile per certi versi al coetaneo Christian Löffler
- forse meno propriamente techno ma più disteso -, il fulcro delle
nuove composizioni di Parra For Cuva è la varietà e la fantasia.
Ascoltando l'opera tutta d'un fiato si ha l'impressione che lo sforzo
per rendere i quasi sessanta muniti di musica freschi e variegati sia
notevole. Si possono infatti trovare oltre alle strutture elettroniche
campionamenti di piano, kalimba, carillion, e chitarra, il tutto fuso in
una mistura unica di downtempo sognante il cui ritmo sembra voler
giocare tanto con la deep-house quanto con l'electro-pop.
L'inizio
è l'introduzione in un estatico e soffice candore, fra pioggie di suoni
metallici come gocce di pioggia (la splendida “Sacred Feathers”),
movimenti più decisi come raffiche di vento (i tremori di “Quadrant”) e
la pace di una notte buia e piena di stelle (“Yuyun”). La formula
musicale di Demuth si sviluppa e muta continuamente, introducendo e
togliendo volta per volta elementi ambient e ritmi deep-house. Esempio
ne è la lunga e corposa title-track, la quale intorno al minuto cinque
cambia rotta repentinamente innestando un ritmo percussivo stile
world-music, tornando poi lentamente a reinserire vari strati di suono
per concludere sfumando dolcemente. Continuando si possono ascoltare
altri esempi di qualità, fra cui l'unico episodio cantato, in cui
Cornelia presta le sue corde vocali per un downtempo pop che richiama
tantissimo i mai dimenticati Télépopmusik, mentre nel resto si mischiano
vaghi richiami post-rock (la chitarra di “The Walk”), sfavillii electro
(le magie acquatiche di “Onom”) e policromie chillout notturne (“No
Home”).
Il talento e le grandi potenzialità dentro “Darwiš” fanno di Parra For Cuva uno dei più promettenti producer
elettronici degli ultimi anni, alla stampa specializzata andrà il
compito di dare il giusto risalto a questo artista giovane e poco
valorizzato, a lui quello di continuare su questa strada sviluppando
ulteriormente idee già di per sè evolute.
(7,5)
recensione di Alessandro Biancalana
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