venerdì 23 dicembre 2005

PLAYLIST OF THE WEEK (17-23 Dicembre)

Nel mio (nuovo) lettore mp3 hanno girato per 4 giorni di fila questi due dischi:



Matt Elliott: "The Mess We Made" (Domino, 2003)

Un solco di pura sofferenza.
(8)



Logreybeam: "It's All Just Another Aspect of Mannerism" (Type, 2005)

Siamo sulle trame glitch di sanso-Xtro ma questo è più dilungato, più cinematico, quasi una colonna sonora per un film alieno.
Aspect Of Mannerism è un ammorbante suite, in cui confluiscono tentazioni di una musica classica moderna ed intromissioni digitali.
(7,5)


Gioiellino della settimana:



Gutevolk: "Suomi" (Tokyo's Noble Recods, 2003)

Forse anche meglio di Twinkle.
Meno elettronica e più acustica.
Un jazz ammorbato da piccole anime digitali, tentanzioni d'un folk minimale e infezioni glitch.
Una mistura sapiente e poliedrica.
Canzoncine piccole e preziose. Lucenti e splendenti.
(7,5)

Disco Jappo della settimana:



Akiko Yano: "Elephant Hotel" (Sony, 2001)

Dopo una sbronza paurosa per Yunagi Loop riesco ad uscire con questo disco.
Gli animi si fanno leggermente più sbarazzini e meno malinconici (rispetto a un Piano Nightly), gli arrangiamenti più ricchi. Non solo il suo piano ma anche batteria, archi, varie percussioni ed un altra marea di piccoli strumenti, di contorno.
Solita centrifuga emozionale, canzoni preziose e inestimabili. Siamo sempre sull'eccellenza d'una artista madornale. Un pop così cristallino è difficile trovarlo.
Ascoltare Dreaming Chick inebria, abbandonare i sensi alla ombrosa Sayonara è un viaggio inestimabile. Oh Dad è amore e sorrisi, Wonderful Days è perfezione allo stato puro.
(8)

Disco elettronico della settimana:



Ovuca: "Lactavent" (Rephelx, 1999)

Un immaginario mondo fatto di scatti, schiocchi e stomp.
Una electro mutata e disturbata.
Una miriade di siluri digitali composti di polvere di stelle, luce e un suono stridente.
Il trittico iniziale Narsku-VutsaaPaippua è pura perfezione.
(7,5)

Disco House:



I:Cube: "Picnic Attack" (Versatile, 1999)

Una bomba. Punto.
(8)

Altro:

Skugge & Stavöstrand: "Humla" (7)
Akiko Yano: "Japanese Girl" (7)
Akiko Yano: "Nagatsuki Kannakuzi" (7)
Level: "Cycla" (7)
Michaux: "%20" (8)
Janek Schaefer: "Migration" (7)
Porn Sword Tobacco: "Explains Freedom" (6)
The Remote Viewer: "Let Your Heart Draw A Line" (8)
Tape: "Rideau" (7)
Vladislav Delay / Antye Greie / Craig Armstrong: "The Dolls" (8)
Thomas Brinkmann: "Lucky Hands" (7)
Battery Operated: "Re: cord" (6,5)

giovedì 22 dicembre 2005



Yukio Mishima: "Confessioni Di Una Maschera"

Le solite morbosità di Mishima.
Una giovane "cui difetta in via assoluta qualsiasi forma di voglia carnale per l'altro sesso". Un continuo rimestare di ossessioni, debolezze, disturbi, disperazione.
Un (altro) classico della letteratura giapponese mette in risalto il genio disturbato degli scrittori del Sol Levante di cui Mishima è stato (forse) l'esponente più estremo.
Capolavoro.


Matt Elliott: "The Mess We Made" (Domino, 2003)

Se Drinking Song è l'album più malinconico dell'anno, questo non è da meno.
Profonde ballate, composte da folk strampalato, destrutturato e dilungato.
Anime elettroniche veleggiano note di piano, chitarra, vocalizzi flebili, sussurrati con afflato sofferente.
Arrangiamenti scarni ed essenziali, pochi strumenti e strutture poverissime. Fa dell'essenzialità il suo pregio inestimabile.
Let Us Break è bella da far male, con quel piglio nttoruno all'inizio, sprofonda in mare di xilofini digitali sul finire, con loop di voci femminili.
Sinking Ship Song è un abisso di lacrime dorate, The Dog Beneath The Skin è una canzone oscura e sotterranea, colonna sonora per un funerale straziante.
Cotard's Syndrome è l'anima digitale di Matt che si fonde con un piglio cantautorale. Una composizione eterea, magica, straniante, disorientante quanto una malattia che colpisce la mente.
Non so chi la spunta tra questo e il suo successore.
Sono due album stupendi per motivi leggermente differenti. Vincerà quello che, ogni volta, adagierà le sue note nei miei orecchi.
PLAYLIST 2005




Aoki Takamasa + Tujiko Noriko: "28" (Fat Cat)

Vince l'amore, i sorrisi e la felicità.
Un album che ho sviscerato nei suoi angoli più reconditi, esponendo le mie paure a questi suoni tanto docili e pacati.
Un album per il cuore, per i pomeriggi uggiosi, per le giornate da salvare.
Qua potete trovare una trattazione più ampia.



Keiichiro Shibuya: "atak000" (Atak)

Un capolavoro assoluto di tutta l'elettronica odierna.
Riprogettare il modo d'usare il midi sequencer con una naturalità impressionante.
La prima volta che l'ho ascoltato sono rimasto a bocca aperta.
Fortemente raccomandato a chi ama l'elettronica in generale e a chi piacciono rintocchi puntigliosi, dolorosi, disturbanti.
Vi rimando qui per ulteriori commenti.




Gutevolk: "Twinkle" (Happy Records)


Neve sciolta cade su un piccolo pannello di ferro ed emana un suono flebile e delicato.
Canzoni fragili quanto una foglia appassita. Rintocchi deliziosamente puntigliosi e frangibli.
Soltanto "28" poteva passar davanti a questa perla lucente.




Maaya Sakamoto: "Yunagi Loop" (VIZL)

La mia bimba jappo preferita è tornata ed è stata un'emozione indescrivibile ascoltare il suo disco.
Ne parlo con il cuore in mano qua (assieme a Nicola Mazzocca).




HOOD: "Outside Closer" (Domino)

Bellezza allo stato puro.
The Lost You una delle canzoni dell'anno.
Non ho altro da dire.
Ascoltiamo in silenzio.




Tujiko Noriko: "Blurred In My Mirror" (Room40)

Poteva non essere due volte nella mia playlist Tujiko Noriko? Non scherziamo..
Trasliamo su trame più folk-troniche ma il risultato è sempre un gioiellino di incantevoli fattezze.
Niagara Hospital mette i brividi.
Qui la mia recensione con Daniel Pianetti.




Matt Elliott: "Drinking Songs"
(Ici d'Ailleurs)

Questo disco vince, staccando di molto gli altri, come opera più malinconica e sofferente dell'anno.
Dalle trame nascoste di queste canzoni gocciolano lacrime strazianti e trasuda un'atmosfera dolorosa.
Per riuscire ad entrare nei meandi di questo abisso, bisogna essere sgombri da ogni pensiero e lasciarsi andare, senza timore.




LCD Soundsystem: s/t (DFA)

Dichiarato all'unanimità l'uomo dell'anno, James Murphy sbarca in Italia con una produzione fantasmagorica.
DJ da sballo (grande la performance all'Arezzo Wave 2005), remixer fantasioso, grandissimo produttore con il disco in questione.
Rivoluziona il modo di concepire la musica da ballo, da uno scossone impressionante al genere che tutti chiamano punk-funk. Ma lui è molto di più.
Tribulations è marasma dance, Disco Infiltrator sono i Talking Heads in una camera a gas, senza spazio, Losing My Edge è un pezzo così perfetto che lo ascolterei 3-4 ore di fila.





Low: "The Great Destroyer" (SubPop)

Un album sincero e poliedrico.
Intromissioni estranee e approccio scanzonato.
I Low come (forse) non avevamo mai visto.
C'è chi parla di svolta mainstream (e non sarebbe un difetto, intendiamoci) e rimango sbigottito.
Questo è un album bellissimo, senza un difetto.
Non c'è una canzone brutta, che sia una.
Ascoltate Everybody's Song e chiudete gli occhi, il resto scomparirà.

10°



Textile Ranch: "
Bird Heart In Wool" (Very Friendly)

Credo di essere l'unico in tutta l'Italia indie ad avere preferito questo side-project di Glen Johnson, rispetto al tanto acclamato Disaffected dei Piano Magic (che rimane un signor disco).
M'ha lasciato un calore nel cuore (in un'estate torrida) questa opera minimale, appartata, solitaria.
I suoni sono così centellinati, i ritmi si fanno via via così pacati, in disparte. Sembra di sentire tanti piccoli animaletti che costruiscono la loro casetta, con tanta cura.
Da scoprire lentalmente, senza fretta.
Qua una maggiore trattazione.

11) Piana: "Ephemeral"
12) Utada Hikaru: "Exodus"
13)
All Spec Kit: "Busy Topic"

14) Aoki Takamasa: "Simply Funk"
15) A Hawk And a Hacksaw: "Darkness At Noon"
16) Sanso-Xtro: "Sentimentalist"
17) Nathan Michel: "The Beast"
18) Juan Atkins: "The Berlin Sessions"
19) Okkervil River: "Black Sheep Boy"
20) Goldmund: "Corduroy Road"

mercoledì 21 dicembre 2005

HOOD: "Rustic Houses Forlorn Valleys" (Domino, 1998)



















Ed è paradiso.
Produce Matt Elliot e il risultato è il solito connubio estetizzante tra post-rock etereo e trattamenti elettronici.
Fantasia da vendere, poliedricità compositiva fuori dal comune, sfrontati quanto basta.
In Diesel Pionners i 13 minuti vorremmo non finissero mai, odiare l'arrivo d'una fine inesorabile. Ogni secondo di suono è un colore che si disegna nell'aria, accordi chitarristici flebili e instabili, voci lontane e lamentose, escrudescenze dolorose e laceranti.
S.E. Patterns è un piacevole sprofondare in un abisso di timbri oscuri e profondi. Note d'un piano maltrattato introducono, una chitarra strimpella docile e lenta, quasi un'ode al silenzio.
Your Ambient Voice è una canzone preziosa e inestimabile. Convulsioni d'ogni sorta impreziosiscono una struttura quantomai incerta, piccoli tocchi di corda lasciano un che di mistico al suono complessivo.
Farsi piacere piacere queste canzoni è una sciocchezza, apprezzarle veramente è tutt'altra questione.

martedì 20 dicembre 2005



Aiko Shimada: "Blue Marble" (Tzadik, 2001)

Un immaginario mondo fatto di accordi eterei, movimenti impercettibili e fumi soffocanti.
Suoni s'inglobano a vicenda, fino all'implosione impercettibile, distruggendosi senza rumore.
Un folk oscuro e ombroso. Anime di moog fanno da drones sinuosi, una chitarra ricama accordi situati a mezz'aria, la voce d'una fanciulla decanta parole appena sussurrate.
Canzoni per spazi infiniti e rovine d'un tempio arcano, lascito d'una principessa sofferente, stanco proferire di frasi dolorose e pungenti.
Mezame (Morning Part 1) è povera e scarna. Una chitarra, note di moog, la voce di Aiko. Le tre parti s'intrecciano come due amanti, in un letto d'amore, si fondono con passione travolgente. Altri vagiti sembrano chiedere aiuto, ma non si riesce a decifrare. Canzone proveniente da un paradiso offuscato dalla sofferenza.
Toki Wa Sugi inizia con una partitura di archi variegati tra loro sovrapposti, in un marasma di suoni misteriosi. Una piccola pausa anticipa un violino, ad accompagnare ancora una voce distaccata e splendidamente malinconica. Abissi di terrore e rintocchi d'una chiesa maledetta.
In Wakare fa capolino una batteria elettronica che sa di trip-hop urbano. Piccoli drones svolazzano schizofrenici in sottofondo, sfrigolio elettronico, parole come proiettili, suoni come pugnalate. Canzone per una notte, in una zona di Tokyo malfamata.
Busy Rabbit è un sinuoso intreccio tra acid-jazz, downtempo e un andamento minimale. Tratteggi percussionistici d'una scabrosità dolorosa, sciabordio metallico lontano migliaia di chilometri, una chitarra sa di folk ma è ammorbato dal contorno e perciò ne esce sfigurato e irriconoscibile.
Ad arricchire una struttura già di per sè satura, fanno soccorso degli archi centellinati.
Hikari (Morning Part 2) è un esperimento vocale alla Dead Can Dance. Vocalizzi angelici s'accavallano con docile silenziosità, fino al lamento finale, in un tripudio di lacrime nascoste.
La title-track è un jazz che più essenziale non si può. Note di contrabbasso pulsanti quanto un cuore vicino al collasso, note ferrose che sanno di industriale, piccoli, impercettibili, sospiri di chitarra. La voce di Aiko sovrasta ogni cosa, impressionando per interpretazione e poliedricità. Con il passare dei minuti s'introducono: armonica, una timida tromba, marea di suoni indecifrabili, sferragliare elettrico ed elettrificato.
Silent sono due violini che suonano a morte, la morte d'un sovrano indimenticabile.
Song For Mark è interamente strumentale. Un continuo scontrarsi tra una chitarra cristallina e un cello lacerante. Si sfidano a colpi emozionali, questi due oggetti concreti, senza raggiungere a una vittoria finale. Duello prolungato e sfiancante. Colpi inferti e parati. Noi assistiamo in silenzio.
Conclude il capolavoro del disco Asa (Morning Part 3).
Intrecci vocali traslati da un inferno paradisiaco, voci lontanissime e sperdute, tratteggi ambient, stridio elettronico pacato e martellante, strumenti spezzati, sfregiati e martoriati, battiti soffocati, gemito represso.
Si presenta Aiko, con il solito afflato perentorio, sancendo la fine del rito.
Canzone per un immaginario mondo in cui non ci sono sorrisi nè felicità, un terreno scuro, senza piante, senza anima viva.
Un disco duro, pungente, freddo e spietato. Smontate le vostre difese e lasciatevi (piacevolmente) ammorbare dai piccoli particolari, senza paura.

lunedì 19 dicembre 2005



Appena finito di vedere.
Un film intricato e crudo. Assimilare questi sprazzi di quotidianità è un processo lento e graduale.
Immagini dirette e nascoste, allo stesso tempo.
Lo svolgersi viene spezzato in base allo scorrere delle stagioni.
Vite divise ed unite, sguardi persi, rimorsi, piccoli pianti.
Suoni tradizionali e dolorosi.