Dopo un tour mondiale ed europeo di portata non indifferente, Bill Callahan
giunge al Teatro Antoniano di Bologna in una fresca serata di un tardo
inverno italiano. Con una formazione classica basso-batteria-chitarra e
un tastierista di supporto, lo show del cantautore americano si mostra come un intrattenimento di grandissimo spessore.
Il
cantato baritono dello schivo talento stelle e strisce è in forma e le
canzoni, sapientemente colte fra il folto repertorio fin qui sviluppato,
scorrono in un crescendo di emozioni e suoni ben calibrati.
L'esecuzione è solida, scorrevole e la qualità sopra la media fin
dall'inizio, dove tensioni folk-rock (la bellissima “Javelin
Unlanding”, proveniente dal recente "Dream River",
svetta fra le altre) fanno spazio a meditazioni acustiche struggenti -
il taglio, in perenne bilico fra dramma e pace. Un solo ritorno sul
palco dopo un'ora e mezzo di concerto, un'ultima canzone e un saluto
timido e distaccato. Poco da eccepire, se non l'eccessiva esecuzione
“meccanica” dei pezzi e la poca interazione di Bill con il pubblico, per
il resto le due ore scarse trascorse in sua compagnia sono fra i
migliori spettacoli in ambito cantautoriale a cui si possa assistere.
Dopo
qualche decina di minuti in cui tutto è finito, fuori dalla sala, viene
da pensare che Callahan è un po' un miracolato. Se si pensa alla
generazione di artisti della sua età, negli ultimi dieci/quindici anni
una buona parte di essi ci hanno lasciato. Il frontman degli Sparklehorse Mark Linkous, Vic Chesnutt, Jason Molina aka Songs:Ohia ed Elliott Smith
sono tutti finiti malissimo, i loro grandi successi non hanno permesso
alla loro vita di diventare migliore, mozzando di fatto carriere che
avrebbero reso migliore il mondo della musica. Bill Callahan, giunto
alla ribalta negli stessi anni in cui gli altri avevano un discreto
riscontro, con lo pseudonimo Smog
prima, e in solo poi, sta cercando di mantenere viva una tradizione di
scrittura passionale, vivida, semplice ed essenziale, basata sulle
emozioni e le sensazioni. Riflessioni che rendono ancor più omaggio al
quasi cinquantenne artista del Maryland, ancora intento a girovagare il
mondo con la sua chitarra, quattro canzoni e la voglia di incantare
ancora intatta.
mercoledì 12 marzo 2014
lunedì 3 febbraio 2014
Notwist: "Close To The Glass" (Sub Pop Records, 2013)
Quando si parla dei Notwist è sempre doveroso usare le parole giuste. Chi frequenta gli ambiti indipendenti del pop internazionale sa quanto sia stata importante l'epopea della band tedesca. Oltre al marchio stilistico, che ha influenzato generazioni di appassionati e musicisti, il mito dei Notwist viene da un passato lontano. Dopo gli esordi indie-rock tendenti all'hardcore-punk, il collettivo teutonico si è interrogato sulle potenzialità dell'uso integrale delle chitarre. Da lì sono nati “Shrink” e “Neon Golden”, oltre al buon ritorno dopo sei anni con “The Devil, You + Me”. A seguito di un tour promozionale in giro per il mondo (anche in Italia, nel 2010), il gruppo si è preso un altro periodo di pausa durato qualche anno. Che cosa possono dare ancora i Notwist, in un momento in cui certe sonorità sono demodé e l'ondata del pop elettronico tedesco di qualche anno fa (fra i tanti: To Rococo Rot e Barbara Morgenstern) attraversa una fase calante?
“Close To The Glass” conferma quanto i musicisti tedeschi siano dei compositori di musica pop, ma lo fa con un pizzico di intrigo in più. Abbandonate almeno in parte le fragili intarsiature electro-folk di “Neon Golden”, il nuovo album ha un impatto molto forte sull'ascoltatore. Sia “Signals” che la title track sono enigmi da decifrare, racchiusi in complicati pattern elettronici nei quali è difficile districarsi. Sempre di semplici canzoni stiamo parlando, tuttavia questa volta sembra che la band abbia voluto fare un passo avanti. La voce di Markus Acher è sempre discreta e appena sussurrata, come in passato, capace di sfruttare appieno le proprie potenzialità negli episodi in cui risalta di più (la belle melodie acustiche di “Casino” e “Steppin' In”, la lineare struttura pop di “Kong”). A livello compositivo le canzoni eccellono spesso (i bei grovigli electro di “Into Another Tune” e “From One Wrong Place To The Next”), raggiungendo un ipotetico picco con “Run Run Run”, una sgangherata pop song martoriata da fantasmi di fiati e synth sfigurati, un'orgia di suoni perfettamente orchestrata in cinque minuti veramente spiazzanti.
La vena sperimentale del collettivo la troviamo rafforzata nella lunga divagazione kraut di “Lineri”, uno splendido tributo alla musica di casa e un ideale ricongiungimento con band come Kreidler e gli stessi To Rococo Rot. Pacata e fluente la musica scorre via fino a “They Follow Me”, l'ideale conclusione per un disco dei Notwist. La traccia finale, infatti, è una dolce fiaba attraversata da rivoli di malinconia, con una coda strumentale in cui polveri elettroniche si fanno largo fra note di violino e qualche beat. Un modo perfetto per mettere la parola fine a un album tutt'altro che accomodante.
Si intravedono dunque segnali dell'inizio di un nuovo percorso per i Notwist, impegnati a reinventare uno stile che ha fatto scuola, ma che aveva bisogno di nuovi stimoli. Ci sono riusciti molto bene, con la loro usuale originalità e levità, coniugando passato con futuro, non rinnegando un'epoca che li ha visti vincitori e costruendosi un avvenire più che proficuo. A questo punto non resta che correre a comprare i biglietti per le due date italiane di Segrate e Bologna, programmate per il prossimo aprile.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana
lunedì 6 gennaio 2014
Black Hearted Brother: "Star Are Our Home" (Sonic Cathedral Recordings, 2013)
Reduci di un'era passata e più volte rievocata, Neil Halstead e Mark Van Hoen presentano nel 2013 un nuovo progetto dal sapore solo in parte nostalgico. Coadiuvati dal terzo componente Nicholas Holton (Holton's Opulent Oog, Coley Park), il debutto “Stars Are Our Home” lascia da parte le più ovvie tendenze delle due teste pensanti – l'elettronica per Van Hoen, lo shoegaze e il folk per Halstead – per proporre un disco di forgiato da una psichedelia dolce, screziata solo superficialmente da feedback di chitarra e increspature elettroniche. L'ispirazione bucolica, oltre a scrittura e registrazione improntate all'immediatezza piuttosto che al cesello, sono gli ulteriori elementi che contraddistinguono questo strano oggetto.
Muri di chitarra prendono il sopravvento con sapori variopinti (l'accoppiata, tagliente e sulfurea, composta dalla title-track e da “(I Don't Mean To) Wonder”), piccole praline psych-pop scintillano in una notte infinita (i bei ricami electro di “If I Was Here To Change Your Mind”, la solarità di “This Is How It Feels” e “Got Your Love”) mentre le esplosioni di matrice post-rock irradiano le folate di “Time In The Machine”. Quando saremmo sul punto di dire che questo è un disco più di Halstead che non di Mark Van Hoen, troviamo un'adorabile filotto in cui c'è tutta la sensibilità elettronica dell'inglese. Abbiamo l'imbarazzo della scelta fra l'adorabile beat metallico di “Oh Crust”, le movenze electro-pop di “My Baby Just Sailed Away” e gli incastri ambient-pop di “I'm Back”. Suoni sicuramente già sentiti in passato con gruppi quali Locust e Scala, mai usciti di moda e calati con sapienza in un contesto differente dall'uscita solista. Quando è invece l'animo rurale e intimista di Halstead a prevalere siamo di fronte a fragili intarsiature pop come da sua maniera, ascoltare a tal proposito “UFO” e sopratutto la toccante “Take Heart”, parente della levità dei Mojave 3. La conclusione, un perfetto mix delle varie estrazioni degli artisti, pone la parola fine nel modo migliore, con un sorriso e una spensieratezza benaugurante (“Look Out Here They Come”).
Si ha l'impressione che questa sia un'uscita quasi liberatoria per gli artisti in ballo, una divagazione dai lavori in proprio, un qualcosa fuori dal comune difficilmente ripetibile. Tuttavia il risultato è veramente di altissima caratura, calibrato, emotivo, straripante, un tuffo in un passato non troppo lontano, una manciata di canzoni dal sicuro interesse per molte generazioni di ascoltatori.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana
domenica 15 dicembre 2013
The Uncluded: "Hokey Fright" (Rhymesayers Entertainment, 2013)
Non è il caso di perderci
fiumi d'inchiostro nello spazio di una recensione, ma davvero sarebbe
il caso di chiedersi seriamente il perché certi album non godano dell'hype che sulla carta meriterebbero. Accadde già nel 2011, quando Kimya Dawson,
a suo tempo fin troppo osannata per l'avventura con i Moldy Peaches e
poi divenuta un culto indie internazionale con la colonna sonora di "Juno"
(che le fruttò anche tanti bei soldini), pubblicò il suo disco più
bello, "Thunder Thighs", nell'indifferenza generale. Ora, non è che alla
logorroica cantautrice post-hippie sia mai importato alcunché delle
luci della ribalta, però il suo ritorno in pista dopo "Juno" era molto
atteso e il disco bellissimo. Magari è un problema legato alla
predominanza dell'elemento lirico, che quindi la rende poco appetibile
al di là dei confini anglofoni, fatto sta che per lo meno nel Belpaese
di quel disco non si accorse quasi nessuno.
Peccato,
perché tra l'altro nasceva esattamente in una mezza manciata di tracce
di "Thunder Thighs" la collaborazione tra il folletto antifolk Kimya e
il (troppo in fretta) dimenticato rapper Aesop Rock.
Uno spilungone bianco con una voce nerissima che al principio del nuovo
secolo aveva fatto la sua parte per impreziosire il catalogo Def Jux di
El-P,
imponendolo come uno dei marchi fondamentali per capire l'ultima
rivoluzione underground dell'hip-hop. Una rivoluzione che in parte
cospirava proprio nella direzione di un avvicinamento alle frange più
intellettuali dell'universo indie. Il matrimonio artistico fra Kimya ed
Aesop Rock era quindi perfetto sulla carta ma non troppo facile da
immaginare nel concreto: così "bianca", spedita e naif la musica di lei;
così black, torbida e "pesante" quella di lui. Eppure il terreno della
scansione linguistica del rap (o magari dello scioglilingua...) era un
primo elemento di contatto fra due musicisti che degli steccati
stilistici e delle politiche di "genere" non hanno mai saputo che
farsene. Quindi, dato che l'esperimento sul disco di Kimya funzionava,
perché non farci una vera e propria band? Fu così che nacquero gli
Uncluded...
“Hokey
Fright” è tanto particolare quanto dal destino incerto. Perfetta
fusione fra stilizzazione folk e strutture rap/hip-hop, il disco rischia
di scontentare tutti o di piacere a chiunque. Potrebbe essere troppo
morbido e delicato per i fan del rap, eccessivamente contaminato per i
puristi della musica voce e chitarra. Tuttavia è difficile rimanere
indifferenti alla dolcezza degli episodi in cui la spensieratezza del
piglio di Kimya prevale come in “Delycate Cycle” (accompagnata da un
bellissimo video
di lancio), come nei casi in cui gli spigoli di Aesop la fanno da
padrone (la scura “Tv On 10”, il magma di parole di “Bats”). Magnifico
il flow di “The Aquarium”, capolavoro di lirismo e ritmi come nella
migliore tradizione rap, seguito dalla struggente e gracile favoletta
adolescenziale di “Teleprompters” in cui Kimya mette nero su bianco una
delle sue più belle canzoni mai scritte. Il disco si dilunga e presta il
fianco al minutaggio con qualche riempitivo sopratutto sul finale
(”Wyhoum”, “Tits Up”), tuttavia la lunghezza sostenuta risulta
funzionale a raccontare e far comprendere meglio che cosa sono gli
Uncluded. Difficile dire se sia un progetto più di Kimya o di Aesop
Rock, fatto sta che l'equilibrio delle due parti è quasi perfetto, ed
entrambi riescono a calarsi perfettamente nelle parti dell'altro,
adattandosi magnificamente ai tempi del folk e quelli dell'hip-hop. Non
stride per niente sentire il rapper bianco sputare sentenze sorretto
solo da alcuni arpegghi di chitarre, come del resto non è fuori luogo la
voce eternamente adolescenziale della ragazza riccioluta attorniata da
ritmi up-tempo.
In virtù di tutta questa sfrontatezza e novità resta appunto da vedere come procederà il duo, se sarà la solita esperienza one shot
o se le idee sono un po' più strutturate e a lungo termine. A
prescindere da ciò, “Hokey Fright” resta un album divertente, efficace e
vagamente innovativo. Probabilmente rimarrà pieno di polvere in molti
degli scaffali in cui è stato esposto, tuttavia a noi resta la
sensazione che tutto ciò è davvero ingiusto.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana e Federico Savini
mercoledì 4 dicembre 2013
Close: "Getting Closer" (!K7, 2013)
Era da molto tempo che l'uomo dietro la Simple Records (Ian Pooley e Motocitysoul hanno pubblicato qui) non usciva con materiale nuovo, prendendo una breve pausa dal suo lavoro di boss discografico e DJ. Inglese di nascita (Glastonbury), produttore, disc jokey e reclutatore di talenti, discograficamente ha lasciato ai posteri diversi 12” con il sodale Tam Cooper nel biennio 2007/2009 e un discreto album solista “Space Between” datato 2005, minestrone di dub, techno e broken-beat. Si è sentito parlare pochissimo di lui, le sue produzioni, nonostante siano di discreta se non ottima qualità, hanno avuto poco clamore e dunque questo suo ritorno ha suscitato uno scarso interesse sulla piazza del mercato discografico.
Il progetto Close prevede in primis la collaborazione della vocalist Charlene Soraia (bello il suo “Moonchild” del 2011), del musicista reggea Tikiman e di Fink (artista di casa Ninja Tune) includendo dunque dei pezzi cantati, oltre agli strumentali di contorno. L'album, intitolato “Getting Closer”, prevede un classico, seducente ed efficace meticciato electro capace di assorbire varie tendenze elettroniche. Se negli episodi con supporto vocale siamo sempre in perfetta sintonia fra trip-hop, synth-pop e house, nel resto delle tracce techno, downtempo e broken-beat animano tracce ispirate, contenenti bei suoni, mai sconvolgenti ma sempre sopra una media qualitativa invidiabile.
Quello che fa di “Getting Closer” un disco pregevole è però anche e soprattutto una qualità affatto scontata nel genere, la capacità di incasellamento, di patchwork, di stimoli tanto disparati in un insieme fluido e compatto. Will Saul si dimostra in questo una vecchia volpe di prima classe: mano lucida ed elegante, evita gli strafacimenti, gli effetti facilotti e le accozzaglie, sa quando è il momento di cambiare marcia mantenendo sul complesso una chiara visione d’insieme. Così si può pensare a “Getting Closer” come a un piacevolissimo tappeto omogeneo in cui trovano posto il dream-synth-pop di “I Died 1000 Times”, lo splendido future-dub di “Born In A Rolling Barrel”, i sentori downtempo di “Cubizm” (si può pensare al recente Bonobo) l’audace “Time Fades”, riuscita commistione tra house music e certi esperimenti à-la Burnt Friedman fino allo stiloso house-pop di “Beam Me Up”.
“Getting Closer” è uno di quei dischi che in qualche modo riescono a conquistarsi con discrezione un posto particolare nel cuore dell’ascoltatore, non ruba mai del tutto la scena ma non fa neppure da tappezzeria, scorre con morbidezza alzando i toni ai momenti opportuni.
Per Will Saul, ad oggi, la sua opera più riuscita.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana e Roberto Rizzo
domenica 1 dicembre 2013
Psapp: "What Makes Us Glow" (The State51 Conspiracy, 2013)
“What Makes Us Glow” ha l'arduo compito di fare da collante con il passato dopo un lungo periodo di assenza dalle scene, risultare attuale senza snaturare una formula vincente e possibilmente non essere ripetitivo. La buona notizia è che ci riesce egregiamente, la brutta è che dura troppo poco. La voce di Galia, le deliziose cromature, i ritmi mai domi, le stranezze della toy-orchestra, tutto è rimasto come prima senza risultare calligrafico o azzardato. Straordinaria coerenza, senso della misura e capacità tecniche smisurate sono solo alcune delle qualità che permettono a questo collettivo di mantenere una peculiarità che, sì, possiamo dirlo senza dubbi, rimane saldamente intatta.
Trovare tratti distintivi a una giostrina sfavillante di tale finezza è una pratica masochistica al pari di dover distinguere i colori di un arcobaleno estivo. La forza degli Psapp non è l'assolo di chitarra o un sintetizzatore in solo, come gli acuti vocali. La vera carta vincente la troviamo in suono complessivo sfaccettato, dove molti elementi, ognuno in egual misura ed egualmente necessari, compongono pezzo per pezzo un unicum efficace e distinguibile. Dunque non una musica di singoli o di personalità emergenti, tuttavia il prodotto di una banda, di un gruppo, di una molteplicità.
Dunque quando il carillon di “Wet Salt” prende il via, fra xilofoni, chitarre, strumenti giocattolo e percussioni, inizia come un viaggio fra cantilene mistiche (“The Cruel, The Kind, The Band”, l'eleganza magniloquente di “That's The Spirit”), la gioiosità psichedelica degli episodi più sballati (le varie “Seven”, “In The Black”, “Your Hot Knife”) e le solite tendenze world-pop (sonorità e profumi arabeggianti in “Everything Belongs To The Sun” e “In And Out”). Dove la lentezza prende il sopravvento si scoprono lati più riflessivi (i deliziosi ritmi cadenzati di “Bone Marrow”, botta-risposta fra violino e tromba per “The Well And The Wall”), smorzando temporaneamente una rincorsa forsennata e irresistibile. Come manifesto del disco possiamo prendere la title-track, sunto esaustivo di dodici tracce perennemente in bilico fra fantastico e fantasioso, mai stucchevoli, pronte a rimanere con i piedi per terra senza superare i limiti del buon gusto.
Per chi gli aspettava, per chi non li conosce o anche per chi li ha sempre odiati o ignorati, non c'è altro da dire se non: “Bentornati Psapp!”.
(7,5)
recensione di Alessandro Biancalana
lunedì 18 novembre 2013
Suuns @ Bloom - Mezzago, Covo - Bologna
Bloom, Mezzago (MB) - 14/11/2013
Premessa: "Esiste un locale nei dintorni di Milano in cui il livello dei volumi si sia fermato a prima che qualche riforma del caso passasse in parlamento, a quando i concerti non finivano alle 23.45, un luogo che permetta di far vibrare la cassa toracica e contorcere lo stomaco coi bassi, in cui la vecchia di turno espettora acutamente ingiurie nei confronti di una "musica troppo alta"?" Ebbene ne sono rimasto pochi, pochissimi. Il Bloom è uno di questi. Spezzo la lancia a suo favore e chiudo la premessa senza troppi fronzoli.
I Suuns arrivano al Bloom dopo la data torinese allo Spazio 211. Entrano sommessi, un accenno con la mano e niente più. Un colpo in cassa li annuncia, seguito da una cantilena araba che nell'intorno pare essere l'incipit de "L'esorcista", con un frastuono sordo di bassi e sintetizzatori. Vibra lo stomaco e quando "Music Won't Save You" ci aggancia siamo in sintesi già da qualche minuto con le vesti di Ben Shemie, chitarra e voce della band di Montreal; pare un incrocio imbastardito e inquietante tra Lou Reed e Thom Yorke e i gli accordi dissonanti di quell'entrata - in verità chiusura del secondo lavoro "Images Du Futur" - sono dichiarazione d'intenti chiara e semplice: "la musica non vi salverà, state sereni e godetevi il nostro spettacolo".
Il rimorchio è "Bambi" che comincia a inasprire l'aria e inacidire le gambe che rimbalzano sulle note definite della chitarra di Joe Yarmush e i contorni rotondi del duo tastiera/batteria formato da Max Henry e Liam O'Neill: il pubblico sta già fermentando perché questi "mezzi francesi" ci sanno fare. Allora è la volta del singolo "2020", la slide guitar session che ammalia e profuma d'incenso psichedelico le stanze del Bloom, di un profumo forte, acre, non certamente rasserenante ma sicuramente contagioso, che prosegue con le dilatazioni uterine di "Minor Work", più carica live che su album. Entusiasmo.
"Arena" cambia lo scenario e dimostra quanto i Suuns siano una realtà musicalmente valida e con qualcosa da dire: tratta dal primo lavoro "Zeroes QC", "Arena" è un continuo contorcersi, un crescente rigurgito di basso che si quieta quando a metà traccia Shemie sussurra passionevolmente le melodie cantate, in una danza macabra con l'asta del microfono. Intervallata prima da "Up Past The Nursery" parte poi una versione doom di "Powers Of Ten" che sembra di essere ad un concerto dei Sunn O))), senza bussola, senza orientamento, e un trasporto che prosegue con le distorsioni plastiche di "Armed For Peace", una sveglia da schiaffi strappati alla chitarra di Yarmush per ritornare infine alle deformazioni sintetiche di Henry. MDMA nei bicchieri forse non l'han messa, ma quando la chiusura di quel viaggio iniziato con "Arena" si conclude con "Pie IX" un pensiero sovviene: alieni si presentano dietro le nostre spalle, toccandoci le orecchie prima che un ballo di chitarra molto Badalamentiano chiuda il momento migliore della serata.
I quattro anticipano i saluti con "Sunspot" degna chiusura a-là Radiohead di Kid A ma, acclamati da quattro affezionati (il pubblico era caldo, ma poco numeroso), rientrano dopo una pausa durata due-tre minuti per un finale non troppo entusiasmante e forse troppo di dovere; buttan fuori "Mirror Mirror" e una buona "Edie's" Dream" a coronamento di un'ora e venti di psichedelia dark, elettronica plastica e un motivo in più per pensare che questa band, riservata e schiva, dimostri qualità durature nel prossimo futuro.
Premessa: "Esiste un locale nei dintorni di Milano in cui il livello dei volumi si sia fermato a prima che qualche riforma del caso passasse in parlamento, a quando i concerti non finivano alle 23.45, un luogo che permetta di far vibrare la cassa toracica e contorcere lo stomaco coi bassi, in cui la vecchia di turno espettora acutamente ingiurie nei confronti di una "musica troppo alta"?" Ebbene ne sono rimasto pochi, pochissimi. Il Bloom è uno di questi. Spezzo la lancia a suo favore e chiudo la premessa senza troppi fronzoli.
I Suuns arrivano al Bloom dopo la data torinese allo Spazio 211. Entrano sommessi, un accenno con la mano e niente più. Un colpo in cassa li annuncia, seguito da una cantilena araba che nell'intorno pare essere l'incipit de "L'esorcista", con un frastuono sordo di bassi e sintetizzatori. Vibra lo stomaco e quando "Music Won't Save You" ci aggancia siamo in sintesi già da qualche minuto con le vesti di Ben Shemie, chitarra e voce della band di Montreal; pare un incrocio imbastardito e inquietante tra Lou Reed e Thom Yorke e i gli accordi dissonanti di quell'entrata - in verità chiusura del secondo lavoro "Images Du Futur" - sono dichiarazione d'intenti chiara e semplice: "la musica non vi salverà, state sereni e godetevi il nostro spettacolo".
Il rimorchio è "Bambi" che comincia a inasprire l'aria e inacidire le gambe che rimbalzano sulle note definite della chitarra di Joe Yarmush e i contorni rotondi del duo tastiera/batteria formato da Max Henry e Liam O'Neill: il pubblico sta già fermentando perché questi "mezzi francesi" ci sanno fare. Allora è la volta del singolo "2020", la slide guitar session che ammalia e profuma d'incenso psichedelico le stanze del Bloom, di un profumo forte, acre, non certamente rasserenante ma sicuramente contagioso, che prosegue con le dilatazioni uterine di "Minor Work", più carica live che su album. Entusiasmo.
"Arena" cambia lo scenario e dimostra quanto i Suuns siano una realtà musicalmente valida e con qualcosa da dire: tratta dal primo lavoro "Zeroes QC", "Arena" è un continuo contorcersi, un crescente rigurgito di basso che si quieta quando a metà traccia Shemie sussurra passionevolmente le melodie cantate, in una danza macabra con l'asta del microfono. Intervallata prima da "Up Past The Nursery" parte poi una versione doom di "Powers Of Ten" che sembra di essere ad un concerto dei Sunn O))), senza bussola, senza orientamento, e un trasporto che prosegue con le distorsioni plastiche di "Armed For Peace", una sveglia da schiaffi strappati alla chitarra di Yarmush per ritornare infine alle deformazioni sintetiche di Henry. MDMA nei bicchieri forse non l'han messa, ma quando la chiusura di quel viaggio iniziato con "Arena" si conclude con "Pie IX" un pensiero sovviene: alieni si presentano dietro le nostre spalle, toccandoci le orecchie prima che un ballo di chitarra molto Badalamentiano chiuda il momento migliore della serata.
I quattro anticipano i saluti con "Sunspot" degna chiusura a-là Radiohead di Kid A ma, acclamati da quattro affezionati (il pubblico era caldo, ma poco numeroso), rientrano dopo una pausa durata due-tre minuti per un finale non troppo entusiasmante e forse troppo di dovere; buttan fuori "Mirror Mirror" e una buona "Edie's" Dream" a coronamento di un'ora e venti di psichedelia dark, elettronica plastica e un motivo in più per pensare che questa band, riservata e schiva, dimostri qualità durature nel prossimo futuro.
Covo Club, Bologna - 16/11/2013
A Bologna la serata inizia similmente alla data milanese con cantilena araba in sottofondo e sferragliate di feedback molto rumorose, pare di stare a un concerto di un'altra band. E la cosa continuerà per altri quindici minuti abbondanti, con bordate soniche di potenza non indifferente, con il basso e la batteria a comporre un comparto ritmico di grandissimo rilievo. Con lo svolgersi del live e l'esecuzione dei pezzi, la componente psych/noise si attenua in favore di linee chitarristiche limpide e chiare, più coerenti alla relativa leggerezza di tracce come "Edie's Dream" e "Holocene City". La grande qualità dei Suuns, già evidenziata ampiamente su disco, è quella di fondere in modo quasi impeccabile le tendenze out e la forte componente pop del loro suono, risultando in alcuni casi un riuscitissimo incrocio fra un brit-pop cristallino (qua e là si sentono addirittura i Blur) e le sterzate violente degli Animal Collective o dei Deerhoof.
C'è un'anima malata e distorta nella foga di "Sunspot", eseguita con una batteria in completa trance e un basso che zampilla sangue e sofferenza, in un flusso che si completa con "Bambi", un capolavoro di trasfigurazione pop con pulsazioni electro bastardissime. E che dire delle parole biascicate dal cantante in occasione di "Minor Work"? Il tutto attorniato da spore silenti e spettri demoniaci, in un'atmosfera generale enormemente più soffocante della lineare esecuzione su album. L'apporto dell'elettronica sale di caratura con il passare dei minuti, in cui le rasoiate del synth e della drum-machine sono un perfetto compendio al suono di questo band che non smette mai di stupire. Tutti i componenti hanno perfettamente il controllo della situazione e propongono un live sì violento e in parte dissonante ma pur sempre misurato, calibrato, mai eccessivo o troppo spinto. Sanno mettere lo spettatore in condizione di scatenarsi o di adagiarsi con suoni più delicati, il tutto perfettamente impastoiato con melodie decisamente originali. Un'ora e spicci di musica ispirata e potente, in una notte bolognese vagamente autunnale, i Suuns sanno dare brio e corpo ai nostri momenti più insignificanti.
Questi due live confermano in maniera decisa le impressioni avute con il secondo disco; questa band ha tutto ciò che serve per fare qualcosa di veramente nuovo ed elettrizzante, il tutto sta, come sempre, nella capacità dei canadesi di continuare su questa strada sintetizzando velleità con umiltà, sfrontatezza con misura. Facile a dirsi ma non a farsi probabilmente, fatto sta che noi non vediamo l'ora di ascoltare altre canzoni, non so voi.
articolo di Stefano Macchi e Alessandro Biancalana
Iscriviti a:
Post (Atom)




