giovedì 5 gennaio 2006



Natsume Soseki: "Il Cuore Delle Cose"

Cosa dire ancora dopo aver letto altre 4 opere di Soseki?
Forse è il vero capolavoro dell'artista, il romanzo a cui si affaccia per la prima volta, nella moderna letteratura giapponese, il malinconico sentimento della fine, del tramonto del cuore stesso delle cose.
I nomi sono nascosti, i legami sono distrutti, lacerati, infranti.
Un abisso di immagini e colori.
:"Soseki non soltanto raggiunge l'altezza espressiva unica nella letteratura di ogni tempo, ma ci mostra anche la possibile via di salvezza in un tempo in cui gli antichi dèi sono fuggiti: la prospettiva di un'esistenza in cui l'assenza di legami può schiudere una dimensione superiore, dove le passioni umane sono filtrate da un sorta di distanza che ne attenua le asperità e le rende universali"


Raffrontandolo con Le vie del signore sono finite si vede l'evoluzione della stile comico compiuto dal Nostro.
Nel primo film la comicità è molto più sottile, ricercata, nascosta. Si punta all'approfondimento dei rapporti umani tra i protagonisti, scavando nel loro animo. In questo film si lascia da parte questo lato per incentrare tutto il film sulla figura imbranata, goffa e indecisa di Gaetano, giovane ragazzo che "emigra" a Firenze per viaggiare.
In alcuni frangenti il film è pura risata, con trovate comiche veramente esilaranti.
Storico il finale:

:"Come lo chiamiamo nostro figlio...Fammi pensare..Massimiliano!"
:"No, no. Macchè Massimiliano...Ugo!"
:"Perchè Ugo?"
:"Ma perchè Massimiliano se lo chiami lui ha il tempo di scappare...Maaassssiimmmiilliaannno..Invece Ugo..Tah!..Lui non si muove proprio..E' perfetto..Al massimo Ciro..Lui si puo' fare due passi ma non si muove di tanto..Ci-ro..Rimane lì e non si muove"

mercoledì 4 gennaio 2006

Triple Agent (Eric Rohmer)



Un film molto ben fatto e pertinente.

Il periodo temporale è tra i più infuocati degli ultimi 50 anni.

I personaggi sono caratterizzati con fermezze e precisione, le situazioni si sviluppano con fluidità e si segue un filo logico facilmente percorribile.

I dialoghi, talvolta, sono troppo lunghi e in alcuni frangenti seguire le varie battute risulta un po' pesante.

L'alternanza tra immagini in bianco e nero e la storia con gli attori odierni è molto carina e dà un tocco di originalità al film.

Nel complesso un'opera molto convincente e un lascito storico abbastanza importante.



(7)

lunedì 2 gennaio 2006



Le vie del signore sono finite

Non l'avevo mai visto ma ne sono rimasto colpito!
Senza entrare nei dettagli della storia, si puo' sottolineare la perfezione con cui il film riesce a descrivere i rapporti umani tra i protagonisti, come si possa rendere così semplice un'amicizia, con piccoli gesti, attraverso degli sguardi sfuggenti.
Il tipo di comicità di Troisi puo' rimanere ostico ai più, ma se si riesce ad entrare nel sottile giochi di parole che, volutamente, crea attorno ai suoi personaggi, beh, si riesceriuscite ad apprezzare perle di pura bellezza.
Il suo cinema è fatto di risate represse, piccole riflessioni, attimi di pura emozione.


Maaya Sakamoto: "Hotchpotch" (VICL, 1999)

Dopo Nikopachi, un'altra raccolta di singoli composta da canzoni splendenti.
L'approccio è improntato a un guitar-pop scintillante, dolcemente ricamato e definito nei minimi particolari.
Gift è una canzone piccola e preziosa, dai tratti frizzanti, tra percussioni, chitarra spensierata, parole espresse con allegria.
Pilot ha un afflato malinconico e lascia nel cuore note di sofferenza,
Kiseki no Umi è tribale e mistica, Hikari no Nakade è un toccante lasciato d'una bimba timida e preziosa, Kimi ni Aini Ikou è pura poliedricità pop con trovate ritmiche e accordi chitarristici inusuali.
Bokura no Rekishi è il gioiellino del disco. Un synth si muove veloce, la voce di Maaya è contagiosa, la batteria suona precisa, gli archi sono un contorno puntiglioso e benvenuto.
Grazie ancora Maaya.


Jarboe: "Dissected" (The Living Jarboe, 2002)



Una serie impressionante di pezzi, come coltellate allo stomaco.
Le composizioni della band, nata da una costola degli Swans, vengono sfigurate e rese irriconoscibili, tra le mani dei vari artisti che, volta per volta, cesellano veri e proprio capolavori nell'arte del remixing.
La copertina, a questo proposito, è pura perfezione. Esiste una donna bella quanto lei?
Si passa dall'industrial più corrosivo, alle lande IDM sporce e brute, infiltrandoci in lugubri sentieri electro, per finire ammorbati da teneri suoni folk-rock.
Non c'è scampo, dall'iniziale Nature Of The Beast, sotto il trattamento di Lustmord, diventa un martellante sciabordare d'una percussione precisa, un sostrato è oscuro e abrasivo.
Gun (Mosquito) è un synth che veleggia ossessionante, tra drum-machine impazzite e un'atmosfera da cimitero che circonda tutti i singoli secondi del pezzo. Lo smembratore, questa volta, si chiama Burnt Media.
Kiss Of Life è piccolo gioiello industrial, con sconfinamenti IDM e animi dark. I teppisti, questa volta, si chiamano Bildeaux e N. Boane.
Attraverso le trame orrorifiche di Trepanation, spezzettamenti glitch e musichine da videogioco (!?) in Dear 666 Sexpartite (Thread remix), mistico procedere d'una processione malefica, composta da monaci maledetti in 2:38 (Jean Marmiesse remix).
Sul lato più onirico da segnalare la finale Live Killer Duet (Backworld remix), toccante e pacifica, come del resto la versione acustica di Kiss Of Life (Brian Castillo remix), paurosa e notturna.
Il capolavoro del disco è The Inner Geometry Of Murder (Medieval Dub), sotto le mani dell'ottimo Lustmord.
13 minuti di ambient gotica, sperimentalismi che sanno di droning e un afflato malinconico. Suoni schizzano in modo scriteriato, voci ondeggiano, rumori perforano i limiti dell'udibile, urli di pazzia, lamenti inconfessabili, strumenti irriconoscibili. Mistica e scorticante.
Se vi piacciono i dischi solisti dei Jarboe ma non disdegnate certi trattamenti elettornici questo disco vi rapirà senza preliminari.

domenica 1 gennaio 2006



Minny Pops: "Drastic Measures, Drastic Movement" (LTM Publishing, 2004)

Schizzofrenia punk, intromissioni digitali, approccio sbarazzino, composizioni cristalline.
L'elettronica al servizio d'un rock abrasivo, il rock al servizio d'una elettronica minimale e rumorosa.
Già con album come "Sparks In A Dark Room" i nostri avevano palesato una proposta innovativa e poliedrica, con questo album confluiscono tutta la genialità, la pazzia, l'istrionismo compositivo.
Chiacchierate digitali, scheggie proto-punk, rumorismi elettro-rock, estranietà industriali, marcette esilaranti.
In certi frangenti ricordano gli El Guapo dell'accoppiata Super/System-Fake French, ricalcando lo spirito sfacciato e sfrontato.
Il disco è un sequela incessante di pallottole appuntite, voci dolorose, bleeps scabrosi, minimal-pop, divertissment compiuto, suoni smorzati, stelle luccicanti vengono rinchiuse in una scatola e lasciate sfogare fino allo sfinimento.
La singola esamina dei pezzi sarebbe inutile, possiamo soltanto fare riferimento allo scriteriato cabaret per pazzi di Motor City, il synth-pop fanciullesco di Dolphin's Spurt, trovate inimmaginabili in R.U.21, il capolavoro di art-pop che è Kojak.
Un lavoro che mette insieme anni di lezioni impartitre, dal proto-punk dei Suicide, all'industrial (?) abrasivo dei Cabaret Voltaire, fino a certe tendenze hardcore, smorzate ma mai assopite.
Questi ragazzi ci stanno poco di testa ma hanno fatto un disco che sta in cielo e non ci pensa a tornare da noi, se non quando verrà riesumato, come merita.