domenica 4 giugno 2006


















Anorak: "14 Secrets We Shouldn't Tell" (7)

un disco di minimal-pop davvero molto intrigante e sinuoso.

qualche fiato che si intromette con dolcezza, un piccolo soffio di elettronica tagliente, voci sussurrano storie, una batteria è puntigliosa.

un piccolo gioiellino.
















8doogymoto: "minimalistico" (7,5)

idem sopra, praticamente. qualche synth in più, spunti più percussivi. solo che questi ragazzi sono giapponesi, perciò mezzo punto in più.



 










RF: "Fails"

RF: "Interno"

RF: "View of Distant Towns"


un grande artista, questo ryan francesconi.

la sua arte è un grande vortice di idee, quando il suono si fa introspettivo e racchiuso in se stesso, quando implode con dolcezza e cosparge nell'aria una miriade di cristalli lucentissimi.

8 a tutti e tre gli album, senza distinzione.

il resto:

Voom Voom: "Peng Peng" (7)

The Get Up Kids: "Guilt Shows" (6,5)

Chauchat: s/t (7,5)

Jamie Barnes: "The Paper Crane EP"

V.O. : "Tape EP" (5,5)

From Tau To Tausend: s/t (7)

Mayapple Weather: "We No Longer Believe In Miracles, We rely On Them" (7)

Josephine Foster: "A Wolf In A Sheep's Clothing" (8)

Sun, Cancelled: "On My 8th Day at Sea Ep" (6)

Belly: "Star" (7)

aerospace: "earth" (5-)

aube: "reworks stefano gentile" (7)

frog pocket: "neck" (6,5)

lazarus: "like trees we grow up to be satellites" (7)

lazarus: "songs for an unborn son" (7)

mocca: "My Diary" (6-)

the lodger: "many thanks for your honest opinion" (7)

zero zero: "am gold" (6)

echo and the bunnymen: "crocodiles" (9)

The Czars: "goodbye" (7)

The Czars: "before...but longer" (6)

The Czars: "the ugly people vs the beautiful people" (7,5)

The Czars: "Sorry I Made You Cry" (amore/10)

venerdì 2 giugno 2006

Josephine Foster: "A Wolf In A Sheep's Clothing" (Locust, 2006)













Appena un anno fa eravamo rimasti incantati da quel quadro composto da colori variegati di “Hazel Eyes, I Will Lead You”, adesso spunta, riesumato da un passato lontanissimo, l’opera più coraggiosa e compiuta di Josephine Foster.

Interamente incentrato sulla reinterpretazione di opere letterarie e musicali d’epoca romantica (da Schubert a Eichendorff, Wolf, Brahms, Goethe), l’album rappresenta un ulteriore evoluzione della musica proposta da questa ragazza amante dei suoni antichi, arcani, mai dimenticati, un mondo scomparso e accantonato da una contemporaneità che tira un calcio al passato senza carpirne il vero significato, non solo musicale.

L’atmosfera sonora che si crea all’interno di questo disco è quella di un regno medievale infestato da demoni cantanti nenie acide e maledette, vagamente sognanti ma ammorbate puntualmente da lancinanti rumori provenienti da strumenti sconosciuti.

L’elemento estraneo che rende questo microcosmo musicale così straniante è la chitarra elettrica, quasi sempre in (piacevole) contrasto con gli accordi incantati di Josephine. Il musicista in questione è Brian Goodman, già presente nel bellissimo “All the Leaves Are Gone “, a nome “Josephine Foster & the Supposed”.

Il susseguirsi delle tracce pare un viaggio nomade fra terre desolate e isolate dalla felicità, pare di vedere una malinconia veleggiare cieli nuvolosi, un piccolo tuono in sottofondo disturba leggermente, sapori mistici inebriano i sensi, il fiorire di rumori allietano l’udito.

L’iniziale “An Die Musik” parte calma e posata, con la voce che sa districarsi fra un frangente oscuro e sussurrato e scampoli di bellezza cristallina, quasi fosse un angelo terreno a cantare la canzone della sua vita. Gli accordi della classica scorrono come un ruscello nel suo corso naturale, improvvisamente deviato da intromissioni estranee. La chitarra elettrica di Goodman non si attenua un attimo, lacerando in continuazione il libero corso melodico di Josephine. I due opposti si scontrano e il vincitore sarà chi riuscirà a trovare la bellezza che sta in questo scrigno finemente decorato.

Si procede con la solenne “Der König in Thule”, un vero e proprio testamento ignoto e imperscrutabile, una novella riferita con parole monche e sfigurate. Le note si smarriscono fra sentieri sperduti e direzioni inimmaginabili, sussurri di un’epoca remota, sensazioni discordanti ma concilianti. Il finale a capella è un brivido di paura misteriosa che percorre ogni singola particella della nostra mente. Il rimbombo di una stanza immensa, completamente vuota, saturata dalle parole di un messaggero maestoso.

“Verschwiegene Liebe“ scorre come una fiaba maledetta, contrappuntata da sussurri aspri e scontrosi, soffi d’aria velenosa, parole dolorose e perdute. Una voce racconta storie sconosciute e incomprensibili, timbri gelidi e taglienti sono un accompagnamento perfetto, attimi di (e)stasi sonora dipingono ritratti irriconoscibili.

Una giornata di pioggia nel sottofondo della successiva “Die Schwestern”, piccoli bisbigli di una sedia malandata effigiano una stanza piccola e intima, un camino con il fuoco crepitante e la musica nell’aria. Ancora un dualismo leale fra l’elettrica e la classica, con un effetto risultante di bellezza indecisa e misteriosa, il tutto termina fra un tuono che ammazza il silenzio e un cigolio che non si zittisce nemmeno alla fine. L’anelito vocale si tramuta sovente in vocalizzi che paiono stille di acqua limpida sgorgante in un rigolo purissimo.

“Wehmut” è arricchita con l’aggiunta di un piano mesto e nostalgico, il cui apporto è spesso decisivo per cesellare un qualcosa di inusuale e magico, spensierato e sospeso in aria. Gocce di suono cadono con dolcezza inaspettata, un mood leggermente più vivace e colorato si insinua progessivamente nelle trame della canzone, donando piacere e felicità. La fisarmonica sul finale è una farfalla che vola felice su un fiore, rivolgendo le ali verso il sole.

Giunge in questo istante la traccia più rappresentativa e coraggiosa del disco, forse la maggior indicazione che ci viene data per immaginare come potrebbe essere il suono futuro dei dischi di Josephine. “Auf Einer Burg” è lunga quasi 12 minuti ed è un improvvisazione psichedelica e cattiva, demoniaca e luciferina. Spore velenose si proliferano in moltitudine e non lasciano scampo, un trio di chitarre sferzanti spaccano in due i sensi disorientando ad ogni attimo, attimi di pace si alternano a coltellate quasi noise, il frastuono chitarristico complessivo concorre nel creare suoni che paiono un’ossessione infernale. Su tutto, il pianto, il richiamo, il gemito vocale lamenta dolore e sofferenza con distacco. Uno sfrigolio elettronico, sul finale, da il colpo di grazia alla nostra mente.

Per farci recuperare fiato e ossigeno, viene collocata come finale l’allegra “Näne Des Geliebten”, una favola immediata e saltellante, fra cori spensierati ed accordi eseguiti con ritmo altalenante.

Forse il disco più bello mai pubblicato da Josephine, forse il più coraggioso e sfrontato, quasi presuntuoso nel suo incedere sommesso ed appartato. La nuova tappa di un cammino artistico di qualità inconfondibili e prospettive future infinite. Sibili arcani e animi erranti, gole profonde e tramonti variopinti, storie dimenticate e cammini interminabili.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 22 maggio 2006

Pinetop Seven: "Beneath Confederate Lake" (Empyrean Records, 2006)


















La creatura di Darren Richard continua ad evolversi e cambiare pelle con continuità.

Una formazione difficile da inquadrare: quando sembra di aver di fronte un complesso di musica country, spunta una canzone folk-rock toccante, quando siamo convinti che l’atmosfera sa di jazz notturno, il tutto si trasforma in qualcosa di misterioso e oscuro.

L’album “The Night’s Bloom” (pubblicato nel 2005) rappresenta uno dei lavori di musica americana contemporanea più belli e signifiticavi degli ultimi anni, fondendo l’amore per i suoni tradizionali con la voglia di sperimentare vie impervie e inusuali.

Dalle sessions di questo disco vengono lasciati da parte dei pezzi di prima qualità.

La maggior parte della scaletta è dedicata proprio a queste gemme dimenticate, con l’aggiunta di qualche rarità lasciata per strada, durante la carriera dell band.

S’inizia con lo strumentale sbarazzino e danzante di “High On A Summer’s Tree”, proseguendo a passi lenti con la ballata d’altri tempi di “The Western Ash”.

Un folk-rock venato da spettri di un country antico cesella una canzone dalla bellezza cristallina (“Two Dead Men In A Vermont Graveyard”), il banjo disegna simpatiche linee melodiche in un bocciolo di fiori primaverili (“Lewis & Clark, Pt.1”).

Pensieri indelebili di un’America mai dimenticata nella successiva “Canteen”. Soprattutto in questo episodio si capisce quanto Richard voglia esprimersi al massimo delle sue possibilità compositive, ibridando varie influenze e/o generi. La band a suo servizio non timbra solamente la presenza ma si impegna per costruire una struttura strumentale composta di fantasia, colori ed emozioni.

“Hurry Home Dark Cloud” è forse la più bella canzone mai scritta da Darren, un crescendo chitarristico contrappuntato da un tintinnare di archi taglienti, percussioni metalliche, un piccolo banjo in sottofondo che suona forsennato. La voce è il canto di un menestrello medievale, danzante davanti al suo padrone impaziente di sentire una storia epica.

Una favola intrisa di malinconia e amore dona attimi di emozione (“The Promise And The Dream”), gocce di ritmo arcane sono una pioggia di dolore (“Fadograph Of A Yestern Scene”), la canzoncina per una serata calda e l’afa nell’aria (“Afterthought”).

La title-track è un’ulteriore conferma del valore di questa raccolta, nonostante sia tratta da materiale “scartato”. Un coro sferza l’aria con decisione, l’andamento vagamente rallentato conferisce a tutto il pezzo un qualcosa di indefinibile, un piccolo sentore di piacevole mistero ci possiede mentre le note prendono il largo.

Dopo l’ennesimo bozzettino dove il banjo punteggia colori nel cielo (“Lewis & Clark, Pt. 2”), la conclusione spetta alla canzone più felice del disco (“Downstate”). La fine perfetta per un viaggio fra le trame di un mondo sperso e dimenticato, una chitarra malandata e un cielo sereno, con il sole splendente.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 15 maggio 2006

Aki Tsuyuko: "Hokane" (Thrill Jockey, 2006)


















Saper incantare, al giorno d’oggi, non è un’operazione semplicissima, né scontata. Una musica sospesa fra la terra e il paradiso, un complesso di suoni soavi e soffici, un acquerello dipinto con i colori più vivaci e spumeggianti.
Aki Tsuyuko, ad ogni sua uscita, riesce sempre in questo obbiettivo. Creare un’atmosfera sognante con l’ausilio di pochi elementi, cesellare una melodia che va oltre al semplice intrattenimento musicale, trascende dal suono e cattura mente e anima, con i suoi toni deliziosamente fragili e bambineschi.
L’angelo capace di queste meraviglie venne scoperta a suo tempo da Nobukazu Takemura, uno degli artisti più importanti di tutta la scena giapponese, autore di album dal gusto armonico inconfondibile (“10th”, “Child And Magic”). Produce diversi singoli di Aki, consapevole del suo valore artistico, si fa prestare la voce in diverse produzioni e, non di scarsa importanza, porta con sè la ragazza a giro per il mondo, nei suoi tour, nella veste di video-maker.
Il processo di formazione da parte di Aki è stato molto intenso, partita con gli studi di organo in prima adolescenza (nel suo paese natale, Gifu), catturata dalle arti visive, cura e perfeziona diverse performance che ibridano suono e immagine, sia in patria, sia aldifuori dei confini giapponesi.
Precisamente nel 2000, Jim O’Rourke, si accorge del valore di questa artista, e ne ristampa il suo primo album completamente strumentale, “Ongakushitsu”, pubblicato per la Mokai. Un’opera che scintilla di luce propria, un groviglio morbido e giocattoloso fatto di stille elettroniche svolazzanti, note di organo vaganti per lo spazio, erranti animi digitali con il sorrisino sulla bocca. Lo xilofono è lo strumento dominante e sembra di vivere sotto un temporale di pioggia eterea, con il viso rivolto verso il giardino delle delizie.
Siamo al 2006, ed arriva “Hokane”, album uscito sotto la quotata etichetta americana Thrill Jockey.
Impostato diversamente rispetto al suo predecessore, in questa opera si intravede un amore spassionato per la musica classica d’autore, un sapiente lavoro di trasposizione di suoni antichi e tradizionali invade ogni singola composizione. Non molto dissimile dal lavoro di un’altra bambina amante dell’elettronica come Sawako, i suoi bozzetti si distinguono senza lasciar all’ascoltatore una sensazione di già sentito, o un vago gusto amaro in bocca. Questo album, come detto in principio, affascina con il suo fare minimale e gentile, attraverso tocchi teneri e carezzevoli, librindo nell’aria come un uccellino, nella mattina più soleggiata dell’anno.
Si inizia con una suite , formata da quattro atti, l’incantevole “Como Suite”.
Come in “Ongakushitsu” lo strumento predominante era lo xilofono, qua l’organo la fa da padrone. S’aggiunge qualche arco alla formula, poco altro, per produrre una marcetta per fanciulli innamorati. Dopo questa introduzione, vengono proposte una coppia di pezzi cantati, sia da lei che dal suo fratello. Dal dolce incedere di “Owlet Hymn”, adagiata su un prato rigoglioso, proseguendo con la voce maschile ovattata di “Bud Of A Song”, una piccola fiaba magica. Un’aura di bellezza ricopre queste due gemme.
Una filastrocca per folletti danzanti spumeggia colori ovunque (“Dune and Clarinet”), la musica per un bosco fatato, cantata con un tocco di raffinatezza (“Zou and Chou”), la suite infinita e profonda, adatta per un tramonto dipinto da tinte soffuse (“Aquilo”).
Ed ancora, cullare i propri pensieri immaginifici con la musica composta da una dea terrena (“Noel’s Organ”), sognare e viaggiare, amare e sfiorare il cielo con la sonorizzazione di un ruscello che scroscia (“Rainbow Train”), salutare con la manina il paradiso, ascoltando la colonna sonora del ritorno (“Dance at Happy Night”).
Ancora, dal Giappone, trame sonore utili per rilassare un animo distrutto, risanare dolori provenienti da lontano, adagiare le membra in un piacevole torpore per una mezz’ora di sogni e sorrisi.

(7)

 
recensione di Alessandro Biancalana

Playlist 06/05 - 12/05

Her Space Holiday: "Astronauts Are Sleeping" (7)
Her Space Holiday: "Home Is Where You Hang Yourself" (6,5)
Her Space Holiday: "Silent Films" (6+)
Her Space Holiday: "Ambidextrous" (7+)
Her Space Holiday: "Manic Expressive" (7,5)
Her Space Holiday: "The Young Machines" (7)
Her Space Holiday: "he Young Machines Remixed" (7+)
Her Space Holiday: "The Past Presents The Future" (6)
Merz: "Loveheart" (8)
Tigrics: "Évveszteseknek" (6-)
Tigrics: "Chromalion" (7)
Tigrics: "Compact Disco" (5-)
Tigrics: "Drapdap" (7)
Tigrics: "Ebek 1/30" (7-)
Tigrics: "Mint Egy Befejezono EP" (7)
Bibio: "Fi" (8)
Bibio: "Hand Cranked" (7-)
Penelope Houston: "Cut You" (7+)
Penelope Houston: "Tongue" (7)
Nobody & Mystic Chords Of Memory: "Tree Colored See" (7,5)

domenica 14 maggio 2006

Merz: "Loveheart"

















 
ma quanto è bello questo disco?

dopo averlo visto dal vivo poco tempo fa, ritorno ad ascoltare questo gioiello di indie-tronica sfavillante, come non se ne sentiva da tanto tanto tempo.

o forse il tempo dura troppo, o magari non rammento dischi così cristallini.

l'importante è che mi abbia completamente carpito. e ne avevo bisogno.

la formula è quella: tastierine + chitarra indie + elettronichina + voce emozionale. il tutto è impastato con grande fantasia e versatilità, aggiungendo piano, organo, fisarmonica, e vari tipi di strumenti acustici.

dangerous heady love scheme mi fa tremare, mi salgono i brividi quando gli xilofoni tintinnano nel vuoto, cesellando un'atmosfera magica.

la canzone si snoda su battiti leggeri, soffici tratti elettronici, una storia di un ragazzo innamorato.

ed anche la successiva verily con il suo tripudio di archi schizofrenici, una voce dolente racconta la fiaba della sua vita, fra schegge di cristallo che colorano il cielo.

i loop vocali, le percussioni artigianali, la canzone per adolescenti che sognano ad ogni attimo. questa è Butterfly.

il folk-tronic-pop rifinito con perle, oro e argento di Mentor è un qualcosa di misterioso, stranamente fatato, arricchito da una fisarmonica ripetitiva.

soave, candido, fuori dagli schemi. un disco per i sogni che vorremo realizzare.

bella la recensione di ciro.

giovedì 11 maggio 2006

Factotum (Bent Hamer)


















un film su bukowski mi mancava davvero.

ed invece è arrivato.

tratto quasi completamente dallo stesso racconto dello scrittore, factotum è un film che mi ha colpito.

scritto, con la collaborazione dello stesso bukowski, e diretto dal norvegese Bent Hamer, l'opera si dipana godendo di tutte le qualità che contraddistinguono lo stile letterario dell'autore del romanzo.

Hank Chinaski è un ubriacone nullafacente, sì.

però il suo cuore è pieno di immagini pure, vive, piene di verità.

le vicissitudini amorose di uno scrittore mai domo, sempre pronto e riversare i propri pensieri sulla carta, esternando il suo malore interiore.

questa frase, mi ha lasciato a bocca aperta:

: "If you're going to try, go all the way. Otherwise don't even start. This could mean losing girlfriends, wives, relatives, jobs. And maybe your mind. It could mean not eating for three or four days. It could mean freezing on a park bench. It could mean jail. It could mean derision. It could mean mockery, isolation. Isolation is the gift. All the others are a test of your endurance. Of how much you really want to do it. And you'll do it, despite rejection in the worst odds. And it will be better than anything else you can imagine. If you're going to try, go all the way. There is no other feeling like that. You will be alone with the gods. And the nights will flame with fire. You will ride life straight to perfect laughter. It's the only good fight there is. "

come è di grande spessore la scena in cui, al primo giorno dell'ennesimo lavoro trovato, contravvenendo alle regole, si affaccia da una piccola finestrà, osserva la strada e ci spiega che cos'è una poesia.

mi spiace non ricordare le parole precise..

il personaggio è interpretato da matt dillon che risulta perfetto. il suo volto è adatto e trasformato ad hoc per impersonare un individuo trasandato, vagabondo e senza un ordine. un personaggio difficile e complicato, pieno di spigoli ed espressioni, per un'interpretazione emblematica.

una storia che si assesta perfettamente, senza sbavature di nessun tipo, fra un'opera drammatica e realista, una comicità senza fronzoli, schietta e diretta.

molto belle le musiche, in bilico fra rock scanzonato ed attimi di stasi pensierosa.

se mai avete amato le opere di bukowski non lasciatevi scappare questa pellicola, fra le sue trame potrete trovare tutto ciò che manca alla sola carta stampata.