domenica 18 giugno 2006
8 Doogymoto
giappone e germania si uniscono.
cantante nipponica più due musicisti tedeschi.
Fumi Udo la lei, Heinrich Köbberling e Viktor Marek gli altri due.
fanno conoscenza l'un altro per caso in giro per concerti, in Germania, e capiscono che è il caso di iniziare a fare musica insieme.
quando sensibilità simili si incontrano, difficilmente ne esce qualcosa senza passione.
sì, la loro musica è piena di passione e amore, gentilmente adagiata sui quei beat sostenuti ma mai aggressivi, quando un canto giapponese racconta fiabe sconosciute, uno strumento a fiato borbotta scorbutico.
il cantato di Fumi è simile alla prima tujiko noriko, magari più ombrosa e meno "giapponese".
si sente che è rimasta fortemente influenzata dalle vocalist europee, il suo stile è meno cristallino e più minimalistico (c'è un motivo per il corsivo, poco sotto lo si scopre..).
la loro musuica è un mondo a se stante, un piccolo mondo deliziosamente appartato e dispettoso.
quando nel 2000 ascoltai il primo LP rimasi molto sorpreso..
8 Doogymoto: "Untitled" (reis*/reis-schallplatten, 2000)
elettronica soffice e astratta, qualche accenno hip-hop, piccole scie di colore luccicante.
un album piccolo e prezioso, una stella dimenticata, dispersa, abbandonata a se stessa in un cielo mai così solitario.
quella Ten Million Days rimase dentro le mie orecchie per giorni e giorni, fischiettare una melodia ed essere felici. una favola sonora di rara dolcezza, cesellata dalle mani di un artigiano attento e innamorato del suo lavoro.
tutti potenziali singoli, non c'è un frangente stucchevole, le melodie si incastrano perfettamente nel cantato (ancora un goccio acerbo) di Fumi, le schizofrenie elettroniche non lasciano scampo nemmeno un microsecondo.
e perciò pezzi come As We Go To Eat, Ashimoto e Catch A Ride si distinguono per fantasia, graziosità, gemme non raffinate, lasciate scorrere senza freno posson far male, ma senza esagerare.
dopo il 12" dal nome Dakewa, più sperimentale e meno immediato, arriva il loro primo vero e proprio disco, nel 2003.
8 Doogymoto: "Minimalistico" (Soundslike, 2003)
il compimento della loro musica.
qua si trova il quadramento di tutte le loro influenze, del modo di intendere la melodia e gli incastri sonori sono perfetti, senza una sbavatura.
la voce di Fumi è completamente attestata su un registro ombroso e minimale, senza eccedere nè strafare. la musica è di difficile definizione. si potrebbe dire indie-tronica, trip-hop, down-tempo. c'è un pò di tutto.
non mi va tanto di etichettare questo sogno musicale, preferisco lasciar andare le parole.
l'iniziale title-track è bella, fatata, gelida, cattiva..
fiati scorbutici, microscopici beat sintetici, frasi ripetute, quasi sussurrate, un piccolo tamburo malandato effigia un ritmo scomposto. un drone sibila fra le fondamenta ammorbate, rigoli di elettronica scintillante schizzano in ogni direzione. non bella, magica.
il synth-pop dondolante e colorato di O-Kyaku scorre via fra sorrisi e tinte attenuate, il minimal-pop di Tabetai regala frangenti di misteriosa bellezza.
un pò di strumenti acustici nella successiva Kaelu No Uta, loop di chitarra, sfrigolii meccanici, tastierine appena sfiorate, la voce ancora più profonda e intensa. il battito della drum-machine è un rintocco deciso e dolce, una folata di vento insistente.
hip-hop mutante, che strania leggermente, in Wash Your Soul con un andamento pazzoide e sconclusionato, Tupperware schianta il silenzio con il suo perfetto connubio fra chitarra, battiti e miscelazioni elettroniche.
Taglia e cuci molto fine e divertente in Parasol, fra un loop vocale in bassa fedeltà, una canzoncina delicata e povera, andamento strano e inqualificabile nella successiva Don't Tell Me, un vortice di intuizioni attraenti.
Dakewa è forse il pezzo più deciso, un techno-pop mai eccessivo, sempre attento a non superare una certa linea di ritmo, gli inserti di synth sono un rigurgito doloroso, ancora la voce, sempre più poliedrica, a ricamare trame melodiche sensibili.
conclude l'elettro-folk-pop scanzonato e sconclusionato di Breathe Out.
sì, sì. sono sicuro che vi innamorerete di questi tre ragazzi.
viva il giappone e (poi) la germania!
mercoledì 14 giugno 2006
ecco i dischi che ho ascoltato in queste settimane, in ordine sparso:
Helios: "Eingya" (7/8)
Tomiko Van: "Farewell" (7,5)
Action Biker: "Action Biker EP" (6+)
Action Biker: "Elephant And Castle" (7)
Action Biker: "Sandy Edwards" (7+)
Rocky Votolato: "Makers" (7)
Maps Of The Heart : "Drawn To Light" (7)
Azalia Snail: "Fumarole Rising" (7-)
Worm Is Green: "Automagic" [8]
Tower Recordings Collection (7+)
Tigerbeat6: "Crack We Are Rock! Cosmic Mind Flight" [8]
The Gris Gris: s/t (7)
Taylor Deupree + Eisi - Every Still Day (7,5)
Gutevolk: "Suomi" (7+)
Miroque: "Siro Cocoon" (7)
Miroque: "Mimi Koto" (6+)
Miroque: "Botanical Sunset" (7+)
Cassiopia: "Blue Bird Tone" (7)
Phosphorescent: "A Hundred Times Or More" (7)
Piano Magic: "The Opencast Heart EP" (7+)
Piano Magic: "Incurable EP" (7)
Opiate: "While You Were Sleeping" (5,5)
Anois: "Tracery On A Frosted Window EP" (7)
And His Voice Became: "3 Tracks EP" (7)
Anomaly: "The Long Road" (7)
Disco Inferno: "D.I. Go Pop" [8]
Disco Inferno: "In Debt" [8]
due paroline su:
Modern Institute: "Excellent Swimmer" (2006, Expanding)
uhm, sì, è indie-tronica ambientosa e pare pure a prima vista un dischettino caruccio e niente più.
attraverso ascolti approfonditi invece mi sono accorto che l'anima di questa opera è profondissima..
ricami classici e deliziosi, mai invadenti, preziosi e vivaci. elettronica soffice e puntigliosa, piccole instabilità sintetiche fanno da contorno ad una miriade di acusticità lievi e soffici.
cello, violino, chitarra, percussioni minimali, turbine di note spezzettate e mai rumorose, solo leggermente disturbanti.
Stairs è una favoletta tramutata in musica, balzellante e tiepida, Reginatta della Techno un gioiellino di collage sonoro, fra gocce di acqua elettronica che zampillano, un ritmo che sale progressivamente e si scompone al tempo stesso.
Flaka cesella paesaggi ambient-acoustici di rara raffinatezza, con il suo incedere pacato ma internamente movimentato, le note di una tastiera sognante sono povere ed estatiche.
Quadretto di malinconia digitale in Ambientone, il paradiso e i suoi colori in Two Hours Without Ego.
sogni e tinte attenuate, suoni d'acciaio e rumori silenziosi.
(7,5)
Helios: "Eingya" (7/8)
Tomiko Van: "Farewell" (7,5)
Action Biker: "Action Biker EP" (6+)
Action Biker: "Elephant And Castle" (7)
Action Biker: "Sandy Edwards" (7+)
Rocky Votolato: "Makers" (7)
Maps Of The Heart : "Drawn To Light" (7)
Azalia Snail: "Fumarole Rising" (7-)
Worm Is Green: "Automagic" [8]
Tower Recordings Collection (7+)
Tigerbeat6: "Crack We Are Rock! Cosmic Mind Flight" [8]
The Gris Gris: s/t (7)
Taylor Deupree + Eisi - Every Still Day (7,5)
Gutevolk: "Suomi" (7+)
Miroque: "Siro Cocoon" (7)
Miroque: "Mimi Koto" (6+)
Miroque: "Botanical Sunset" (7+)
Cassiopia: "Blue Bird Tone" (7)
Phosphorescent: "A Hundred Times Or More" (7)
Piano Magic: "The Opencast Heart EP" (7+)
Piano Magic: "Incurable EP" (7)
Opiate: "While You Were Sleeping" (5,5)
Anois: "Tracery On A Frosted Window EP" (7)
And His Voice Became: "3 Tracks EP" (7)
Anomaly: "The Long Road" (7)
Disco Inferno: "D.I. Go Pop" [8]
Disco Inferno: "In Debt" [8]
due paroline su:
Modern Institute: "Excellent Swimmer" (2006, Expanding)
uhm, sì, è indie-tronica ambientosa e pare pure a prima vista un dischettino caruccio e niente più.
attraverso ascolti approfonditi invece mi sono accorto che l'anima di questa opera è profondissima..
ricami classici e deliziosi, mai invadenti, preziosi e vivaci. elettronica soffice e puntigliosa, piccole instabilità sintetiche fanno da contorno ad una miriade di acusticità lievi e soffici.
cello, violino, chitarra, percussioni minimali, turbine di note spezzettate e mai rumorose, solo leggermente disturbanti.
Stairs è una favoletta tramutata in musica, balzellante e tiepida, Reginatta della Techno un gioiellino di collage sonoro, fra gocce di acqua elettronica che zampillano, un ritmo che sale progressivamente e si scompone al tempo stesso.
Flaka cesella paesaggi ambient-acoustici di rara raffinatezza, con il suo incedere pacato ma internamente movimentato, le note di una tastiera sognante sono povere ed estatiche.
Quadretto di malinconia digitale in Ambientone, il paradiso e i suoi colori in Two Hours Without Ego.
sogni e tinte attenuate, suoni d'acciaio e rumori silenziosi.
(7,5)
venerdì 9 giugno 2006
Helios: "Eingya" (Type Records, 2006)
Dopo l’album “Unomia” (Merck, 2004) e svariate tracce disperse per la rete, Keith Kenniff, giovane ed attivissimo compositore americano, conduce finalmente il suo progetto Helios al naturale e quanto mai felice approdo dell’ottima Type Records, per la quale lo scorso anno aveva già licenziato, sotto il moniker Goldmund, quel piccolo gioiello di minimalismo pianistico satie-iano di “Corduroy Road”, oltre ad aver curato il remix di “Dial” di “Deaf Center”, presente sull’EP “Neon City”.
Delle sue due vesti artistiche, Helios è senza dubbio la più complessa ed articolata, nella quale Kenniff riesce a coniugare mirabilmente le fragili parti per pianoforte con un registro sonoro ricco di impronte acustiche ed incorniciato da un utilizzo dell’elettronica discreto e perfettamente integrato con le componenti “classiche”, a creare paesaggi sonori onirici e sospesi, accostabili tanto alla calda fluidità pianistica di Harold Budd, quanto alle astratte esplorazioni ambientali di Eno, quanto ancora alle moderne suggestioni filmiche di un ideale percorso che da Badalamenti conduce fino alle opere di Labradford e Pan American. Tali elementi sono già tutti riscontrabili nell’iniziale “Bless This Morning Year”, che fin dai primi secondi avvolge con la sua melodia circolare i sensi dell’ascoltatore in un’atmosfera ovattata – generata dal perfetto equilibrio tra il fondale sintetico ed il delicato dialogo tra chitarra e piano – lentamente disgregata, dopo un emozionale passaggio pianistico, da un beat man mano più aspro che però, come i pezzi da colonna sonora di Piano Magic, conserva i propri tratti sognanti, senza mai giungere ad intorbidare la cristallina purezza di un suono dai delicati contorni umbratili.
Come facilmente intuibile dal brano introduttivo, tutto il lavoro risulta caratterizzato da un andamento compositivo circolare ed incrementale, nel cui dilatato alveo ambientale il contributo dei vari strumenti si stratifica gradualmente per poi scolorire (“Halving The Compass”), mentre in altri frangenti l’austera asprezza di un beat sporca appena l’immobilità sintetica dello sfondo (“The Toy Garden”), oppure una sospirata speranza dona il cuore all’arioso romanticismo del pianoforte (“Dragonfly Across An Ancient Sky”). Ed in questo risiede una delle qualità più evidenti delle composizioni di Kenniff, quella di riuscire a bilanciare elementi classici, acustici ed elettronici, riempiendo di calore e dolcezza, grazie ad un approccio immediato ed emotivo, le parti suonate, tecnicamente ineccepibili, e finanche i vari drone e field recording ripetutamente affioranti nel corso dei cinquanta minuti dell’album. Così, all’impronta marcatamente classica di “Dragonfly Across An Ancient Sky” – soffusa ballata acustico-pastorale costellata da accenni ritmici e da lievi asperità elettroniche – fa subito da contrasto l’astrattezza ambientale malata di “Vargtimme”, caratterizzata da un unico drone che si srotola con gentilezza e tatto per tutti i suoi quattro minuti, evocando l’inafferrabile quiete orchestrale degli Stars Of The Lid di “The Tired Sounds Of…”. Analogamente, alla tiepida ambientalità introdotta dalla limpida chitarra acustica di “For Years And Years” – forse la composizione più strutturata, ma ben presto digradante verso una quiete ambientale contrappuntata soltanto dalla dolcezza finale del piano – fa da contraltare l’essenzialità sfuggente delle scarne note pianistiche di “Sons Of Light And Darkness”, appena corredate da beccheggi e ticchetti di un fantasma ululante, con un’intensità ed una raffinatezza che riporta alla mente lo splendido “E Luxo So” dei Labradford.
Il marasma di contrappunti libera nell’atmosfera sapori teneri e malleabili, piccole particelle di suono prendono quota ed esplodono con un rumore soave e gentile, microscopiche schegge di fracasso schizzano in ogni direzione. Le note di un piano sofferente piangono i dolori di una vita malandata, il battito di uno strumento meccanico effigia lo scintillare tintinnante di una goccia di rugiada lasciata cadere da un fiore. L’incedere sgangherato di un beat è il fremito di un cuore innamorato delle tinte di un tramonto tremendamente silenzioso.
Kenniff si sbizzarrisce poi in molteplici variazioni del suo registro espressivo, dosando gli elementi strutturali della sua musica, destrutturandoli e riassemblandoli in continuazione, secondo una interminabile serie di combinazioni, tali da produrre sensazioni poliedriche. L’andamento sgangherato di “Coast Off” pare la colonna sonora per un ballo scomposto, un beat sordo e claudicante detiene un qualcosa di attraente, il suono vagamente sghembo del pianoforte viene periodicamente intimorito dalle note di una chitarra mai così dolente. Sul finire, viene lasciata nuovamente possibilità ai tasti del pianoforte di sprigionare emozioni gelide e colorate, prima che gli strumenti prendano a dialogare tra loro, creando un solido contrasto tra la loro calda acusticità e l’astrattezza di echi in lontananza. In quel dolce soffio di brezza primaverile che è “Paper Tiger”, predominano invece sbarazzini accenti ritmici, bollicine digitali trasparenti e brillanti, chitarre liquide ma mai così concrete, prossime addirittura alle dilatate suggestioni acustiche di Jimmy LaValle dei Tristeza, magari appena rielaborate come nel suo “In A Safe Place”, a firma The Album Leaf, il cui fioco sole nordico si affaccia in “First Dream Called Ocean”, piccolo sogno fatato ad occhi aperti, nel quale le tastiere sciabordano libere, in una quieta esistenza ambientale che evoca facilmente le astrattezze di Brian Eno. Infine, “Emancipation” congeda il lavoro con solo poche note di chitarra acustica su una dilatazione di fondo, cesellando nuvole spumose, raggi di luce tenebrosa e sensazioni sconosciute.
Un album timidamente nascosto nella sua timorosa ricerca della felicità, così predisposto ad elargire timbri ovattati e sibilanti, adatto per un giorno di desolata malinconia, cuori fragili da consolare e sonnacchiosi pomeriggi da impreziosire con una musica al cui suono persino la placida contemplazione del trascorrere del tempo smarrisce la propria incoercibile vacuità.
(7,5)
Recensione di Alessandro Biancalana e Raffaello Russo
Tomiko Van: "Farewell" (Avex Trax, 2006)
Il fuoco ardente che teneva insieme una delle più grandi band di pop/rock giapponese si è spento l’anno scorso, il 29 settembre. Il loro nome era Do As Infinity. Dalle ceneri di quel sogno ad occhi aperti è rimasto vagante un angelo dalle fattezze deliziose, la cantante, Tomiko Van.
Giunti al nuovo anno, spunta l’annuncio di un sua prova solista e l’emozione è tanta. Incontenibile. Il titolo è “Farewell”.
Sarà capitato spesso di ascoltare il primo disco di un componente di una band di cui s’è seguito le gesta passo per passo, di cui s’è goduto i più piccoli suoni, pianto per le parole, con cui ci siamo commossi fino in fondo. Chi scrive fa parte di questa categoria.
Questa opera fa sgorgare lacrime ad ogni frangente, tanta è la passione intrisa, l’amore con cui è stata concepita. In queste canzoni c’è un qualcosa di toccante che sgorga incontenibile, c’è la passione per una musica carica di sensazioni, c’è un profondo affetto per gli insegnamenti della band che l’ha lanciata nell’olimpo della musica giapponese.
Il timore che l’opera fosse una stanca copia delle canzoni dei Do As Infinity c’era, purtroppo. Ed invece pare che questo album sia stato elaborato nei minimi dettagli, già da prima della fine della band, perfezionato fino all’ultimo particolare, cesellato con precisione tipicamente nipponica. Per fortuna sono qui a scrivere queste parole.
S’inizia con la title-track ed è già un misto di dolore e felicità a proliferarsi nelle nostre menti. Uno splendido intro sognante composto da xilofono, violino e chitarra fa da preludio alle prime parole di Tomiko. La voce è sempre quella. Cristallina, angelica, precisa ed emozionante. Percussioni appena percosse, un piano scostante e tintinnante, l’interpretazione tutta cuore e amore di Tomiko è il dono ultimo ad un racconto perfetto per i nostalgici.
Si prosegue con il finissimo pop/rock di “Morning Glory”, timidamente adagiato su intrecci chitarristici e una sezione d’archi mai invadente ma, anzi, perfettamente incastonata nel contesto della canzone. Anche in questo caso siamo di fronte agli apici del genere, sempre con un approccio leggermente mesto e ombroso.
Tanto per smentirci fiorisce la sbarazzina “Urara”, un pop incentrato sempre sui vocalizzi di Tomiko, mai stucchevole né banale. Il flauto perfeziona una melodia commossa, il piano dona note che paiono gemme, la batteria detta un tempo quando gentile quando incontenibile. Il ritmo non è mai statico e chiudendo gli occhi si può immaginare un gruppo di bambini per mano che girano in tondo in un prato coloratissimo.
“Essence” sa regalare frangenti di sfavillante bellezza melodica, così racchiusa in un bocciolo che non esplode mai, “Horoscope” si distende in una sconfinata vallata di dolcezza, con timbri delicati e lievi.
La successiva “Complacence” è forse il pezzo più energico del disco, basato su un struttura ritmica elettronica e una serie di accordi chitarristici ben fermi e sostenuti.
Alcuni frangenti vocali sono il volo di un angelo e la scia di luce che si lascia dietro. Un continuo sciabordare di chitarre impazzite pungono i nostri sensi con una forza inaudita, piccoli schizzi sintetici squarciano l’andamento come la spada di un samurai apre in due un corpo.
Ed ancora si rimane impressionati dalla capacità di spazziare fra atmosfere tipicamente appartenenti al Sol Levante (“Nue No Naku Yoru”), canzoni j-pop come poche si possono sentire (“Holy Planet”), racconti d’amore di rara intensità (“Before Sunset”).
La piano-song di “Hold Me…” è intrisa di speranza e affetto, un andamento vagamente jazzato pare emergere man mano che i secondi scorrono e il risultato finale è leggermente straniante rispetto al resto del disco.
Il finale spetta alla cover della disneyiana “A Dream Is Wish Your Heart Makes”, proveniente dalla colonna sonora di Cenerentola. Già cantata da diverse voci del calibro di Meredith Robertson, Julie Andrews e Linda Ronstadt, Tomiko non ne esce sconfitta né ridimensionata, riuscendo a regalare emozioni come al suo solito.
In definitiva un album che rappresenta la conferma di un’artista squisitissima e uno dei lavori pop più belli provenienti dal Giappone. Raccomandato ai deboli di cuore, a chi ama canzoni semplici ma preziosissime, agli esserini con un sogno da realizzare.
(7,5)
Recensione di Alessandro Biancalana
domenica 4 giugno 2006
Sakaguchi Ango: "Sotto la foresta di ciliegi in fiore e altri racconti"
quattro racconti uno più bello dell'altro, forse uno dei libri di letteratura giapponese più belli che abbia mai letto.
ogni storia è accumunata da una straordinaria forza interiore, l'immagini disegnate con le parole trasmettono emozioni fantastiche, fra un gusto squisito per il macabro e il grottesco, la trasformazione di figure innocenti in essere perversi, suoni che paiono uscire vivi dalle righe.
alcuni frangenti sono un fiorire immaginifico di colori, da tanto le parole prendono vita.
grazie alla marsilio e al grande lavoro di maria teresa orsi per aver pubblicato e tradotto per la prima volta in assoluto questa meraviglia.
ora ho iniziato questo:
Yasunari Kawabata: "Il paese delle nevi"
sto scavando con calma tutta la produzione di questo scrittore dai mille volte, mai un suo libro sembra la fotocopia di un altro, i suoi racconti e le sue immagini proliferano e evolvono continuamente.
in questo libro c'è una descrizione precisa e minuziosa della vita della geisha raffinata ed amorevole, timorosa, un puntino nel contesto di un paese poliedrico. storie malinconiche e schizzate, paesaggi immaginati e un kimono descritto come fosse un quadro sfavillante.
la neve cade lenta e inesorabile, le lacrime di una donna non sanno fermarsi, lo sguardo di un uomo è implacabile.
Anorak: "14 Secrets We Shouldn't Tell" (7)
un disco di minimal-pop davvero molto intrigante e sinuoso.
qualche fiato che si intromette con dolcezza, un piccolo soffio di elettronica tagliente, voci sussurrano storie, una batteria è puntigliosa.
un piccolo gioiellino.
8doogymoto: "minimalistico" (7,5)
idem sopra, praticamente. qualche synth in più, spunti più percussivi. solo che questi ragazzi sono giapponesi, perciò mezzo punto in più.
RF: "Fails"
RF: "Interno"
RF: "View of Distant Towns"
un grande artista, questo ryan francesconi.
la sua arte è un grande vortice di idee, quando il suono si fa introspettivo e racchiuso in se stesso, quando implode con dolcezza e cosparge nell'aria una miriade di cristalli lucentissimi.
8 a tutti e tre gli album, senza distinzione.
il resto:
Voom Voom: "Peng Peng" (7)
The Get Up Kids: "Guilt Shows" (6,5)
Chauchat: s/t (7,5)
Jamie Barnes: "The Paper Crane EP"
V.O. : "Tape EP" (5,5)
From Tau To Tausend: s/t (7)
Mayapple Weather: "We No Longer Believe In Miracles, We rely On Them" (7)
Josephine Foster: "A Wolf In A Sheep's Clothing" (8)
Sun, Cancelled: "On My 8th Day at Sea Ep" (6)
Belly: "Star" (7)
aerospace: "earth" (5-)
aube: "reworks stefano gentile" (7)
frog pocket: "neck" (6,5)
lazarus: "like trees we grow up to be satellites" (7)
lazarus: "songs for an unborn son" (7)
mocca: "My Diary" (6-)
the lodger: "many thanks for your honest opinion" (7)
zero zero: "am gold" (6)
echo and the bunnymen: "crocodiles" (9)
The Czars: "goodbye" (7)
The Czars: "before...but longer" (6)
The Czars: "the ugly people vs the beautiful people" (7,5)
The Czars: "Sorry I Made You Cry" (amore/10)
venerdì 2 giugno 2006
Josephine Foster: "A Wolf In A Sheep's Clothing" (Locust, 2006)
Appena un anno fa eravamo rimasti incantati da quel quadro composto da colori variegati di “Hazel Eyes, I Will Lead You”, adesso spunta, riesumato da un passato lontanissimo, l’opera più coraggiosa e compiuta di Josephine Foster.
Interamente incentrato sulla reinterpretazione di opere letterarie e musicali d’epoca romantica (da Schubert a Eichendorff, Wolf, Brahms, Goethe), l’album rappresenta un ulteriore evoluzione della musica proposta da questa ragazza amante dei suoni antichi, arcani, mai dimenticati, un mondo scomparso e accantonato da una contemporaneità che tira un calcio al passato senza carpirne il vero significato, non solo musicale.
L’atmosfera sonora che si crea all’interno di questo disco è quella di un regno medievale infestato da demoni cantanti nenie acide e maledette, vagamente sognanti ma ammorbate puntualmente da lancinanti rumori provenienti da strumenti sconosciuti.
L’elemento estraneo che rende questo microcosmo musicale così straniante è la chitarra elettrica, quasi sempre in (piacevole) contrasto con gli accordi incantati di Josephine. Il musicista in questione è Brian Goodman, già presente nel bellissimo “All the Leaves Are Gone “, a nome “Josephine Foster & the Supposed”.
Il susseguirsi delle tracce pare un viaggio nomade fra terre desolate e isolate dalla felicità, pare di vedere una malinconia veleggiare cieli nuvolosi, un piccolo tuono in sottofondo disturba leggermente, sapori mistici inebriano i sensi, il fiorire di rumori allietano l’udito.
L’iniziale “An Die Musik” parte calma e posata, con la voce che sa districarsi fra un frangente oscuro e sussurrato e scampoli di bellezza cristallina, quasi fosse un angelo terreno a cantare la canzone della sua vita. Gli accordi della classica scorrono come un ruscello nel suo corso naturale, improvvisamente deviato da intromissioni estranee. La chitarra elettrica di Goodman non si attenua un attimo, lacerando in continuazione il libero corso melodico di Josephine. I due opposti si scontrano e il vincitore sarà chi riuscirà a trovare la bellezza che sta in questo scrigno finemente decorato.
Si procede con la solenne “Der König in Thule”, un vero e proprio testamento ignoto e imperscrutabile, una novella riferita con parole monche e sfigurate. Le note si smarriscono fra sentieri sperduti e direzioni inimmaginabili, sussurri di un’epoca remota, sensazioni discordanti ma concilianti. Il finale a capella è un brivido di paura misteriosa che percorre ogni singola particella della nostra mente. Il rimbombo di una stanza immensa, completamente vuota, saturata dalle parole di un messaggero maestoso.
“Verschwiegene Liebe“ scorre come una fiaba maledetta, contrappuntata da sussurri aspri e scontrosi, soffi d’aria velenosa, parole dolorose e perdute. Una voce racconta storie sconosciute e incomprensibili, timbri gelidi e taglienti sono un accompagnamento perfetto, attimi di (e)stasi sonora dipingono ritratti irriconoscibili.
Una giornata di pioggia nel sottofondo della successiva “Die Schwestern”, piccoli bisbigli di una sedia malandata effigiano una stanza piccola e intima, un camino con il fuoco crepitante e la musica nell’aria. Ancora un dualismo leale fra l’elettrica e la classica, con un effetto risultante di bellezza indecisa e misteriosa, il tutto termina fra un tuono che ammazza il silenzio e un cigolio che non si zittisce nemmeno alla fine. L’anelito vocale si tramuta sovente in vocalizzi che paiono stille di acqua limpida sgorgante in un rigolo purissimo.
“Wehmut” è arricchita con l’aggiunta di un piano mesto e nostalgico, il cui apporto è spesso decisivo per cesellare un qualcosa di inusuale e magico, spensierato e sospeso in aria. Gocce di suono cadono con dolcezza inaspettata, un mood leggermente più vivace e colorato si insinua progessivamente nelle trame della canzone, donando piacere e felicità. La fisarmonica sul finale è una farfalla che vola felice su un fiore, rivolgendo le ali verso il sole.
Giunge in questo istante la traccia più rappresentativa e coraggiosa del disco, forse la maggior indicazione che ci viene data per immaginare come potrebbe essere il suono futuro dei dischi di Josephine. “Auf Einer Burg” è lunga quasi 12 minuti ed è un improvvisazione psichedelica e cattiva, demoniaca e luciferina. Spore velenose si proliferano in moltitudine e non lasciano scampo, un trio di chitarre sferzanti spaccano in due i sensi disorientando ad ogni attimo, attimi di pace si alternano a coltellate quasi noise, il frastuono chitarristico complessivo concorre nel creare suoni che paiono un’ossessione infernale. Su tutto, il pianto, il richiamo, il gemito vocale lamenta dolore e sofferenza con distacco. Uno sfrigolio elettronico, sul finale, da il colpo di grazia alla nostra mente.
Per farci recuperare fiato e ossigeno, viene collocata come finale l’allegra “Näne Des Geliebten”, una favola immediata e saltellante, fra cori spensierati ed accordi eseguiti con ritmo altalenante.
Forse il disco più bello mai pubblicato da Josephine, forse il più coraggioso e sfrontato, quasi presuntuoso nel suo incedere sommesso ed appartato. La nuova tappa di un cammino artistico di qualità inconfondibili e prospettive future infinite. Sibili arcani e animi erranti, gole profonde e tramonti variopinti, storie dimenticate e cammini interminabili.
(8)
recensione di Alessandro Biancalana
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