sabato 14 aprile 2007

two sisters [Kim Ji-Woon]



















riporto qui i miei commenti dopo la visione di two sisters di Kim Ji-Woon.

raramente negli ultimo 6-7 anni mi sono piaciuti i film puramente horror che sono stati proposti alla ribalta, anzi la maggior parte delle volte mi sono preservato la visione per partito preso.

in questo caso, invece, invogliato da alcune scene viste per caso, ho recuperato questo film e devo dire che mi ha lasciato a bocca aperta.

al contrario della tendenza alla volgarità fisica e visiva gratuita dei vari simil-splatter di cui sopra, questo film punta sull'ossessione psichica e nascosta. pochissimo sangue, pochissime scene troculente, che in fin dei conti posson soltanto far ridere. qui, la paura è pura e presente.

musiche taglienti e laceranti, ombre architettate magistralmente, colori foschi e ottenebranti, squarci di luce posizionati al punto giusto.

la storia non la svelo perchè è tutta da godere, posso solo dirvi che si gioca su rancori e rimorsi passati, rivelazioni tardive e grandi cambi di sequenza temporale molto veloci ed emozionanti.

ogni avvenimento del film è sempre in bilico fra realtà, distorsioni visive e allucinazioni.

sempre dello stesso genere da vedere il bellissimo dark water di hideo nakata e antenna di kumakiri.

giovedì 5 aprile 2007

Damero: "Happy In Grey" (BPitch Control, 2007)



















Il disco simbolo del pop elettronico di marca femminile si ferma qui, all'inizio del 2007. Era molto che non si affacciava un’opera così fresca e vitale, precisamente dalle prime produzioni di AGF, sia sotto suo nome (“Westernization Completed”), sia come componente dei Laub, di cui è peraltro uscito un nuovo disco.
Studentessa di canto classico in città di prestigio come Parigi, Milano e New York, Marit Posch, intorno al 1992 conosce l’ambiente dell’etichetta BPicht Control a Berlino. In particolare, prende contatti stretti con Apparat, Modeselektor e Ellen Allien. Da lì, l’ascolto di quest’ultimi di un demo da lei spedito, e la decisione di pubblicare l’album in questione.

L’insieme delle canzoni rendono all’artista il merito d’aver architettato gli incastri ritmici in maniera sapiente, senza snaturare la sua voce deliziosa e melodica, non certo gelida ed adatta a certi suoni digitali.
”Mope” sembra Miss Kittin meno ossessionante e più solare, con un beat irresistibile e una leggera somiglianza (una chiara ispirazione c'è e si sente) con alcune canzoni di “Filesharing”, dei già citati Laub.
”Right Wrong” si lancia in un techno-pop senza tregua, fra sciabordate assassine e una voce distante, irresistibile.
Apparat, in formato electro, collabora in “Passage To Silence”, un'episodio più cupo e molto lento, una ballata elettronica per la notte.
L'amore per la musica di AGF si sublima con la collaborazione concreta, nella scomposta (com'è giusto che sia per la tedeschina) “1-1+1-1+1-...=1/2”, con alcuni ricami melodici che sanno emozionare a modo loro.
Ed ancora, attimi esaltanti con cui ballare fino allo sfinimento (“Okay Okay”), silenzi per una sperimentazione mai fastidiosa (“Neck Warmth”), spazio ad arpeggi di una chitarra martoriata (“Gestern Morgen”).

Attimi più sperimentali si affacciano con la straniante “Capricorn Saltlick”, cesellata in collaborazione con Zander Vt, un piccolo schizzo di elettronica caldissima, adagiata su una distesa di dolcezze ovattate. L’innesto di un andamento rallentato e disteso aggiunge fascino, lo scorrere delle tracce si tramuta in un finale malinconico e pungente.

La seguente “Sweet Thunderheads”, infatti, si lascia andare in un’oscura sequenza di suoni pessimisti, in cui si innestano perfettamente piccole distrazioni glitch ed alcuni frangenti di grande lavoro sulla voce (vedi, ancora, AGF).
L’episodio più movimentato che mancava al disco si ritrova nella successiva “Things Gone”, in aria di ritmi berlinesi, con un synth pieno di melassa, incapace di muoversi con disinvoltura. L’artista dietro alla composizione è Headkit, che riesce a mettere insieme campionamenti sibilanti e un groove appiccicoso, per un pezzo a conti fatti irresistibile.

La finale “I Made A Home”, conclude il disco con tatto, aggiungendo degli inediti archi e uno xilofono a tratti cristallino.

L’elettronica (astratta o non) applicata al pop non è una novità e questo disco non fa eccezione. Le indubbie qualità vocali, non ancora completamente sfruttate, di Marit, i collaboratori di valore, e una grande attenzione ai particolari, riescono a slegare quest’opera fuori dall’ordinario, riuscendo a convincere a pieno e, perché no, regalare sensazioni dal ritratto offuscato.

lunedì 2 aprile 2007

Gutevolk: "Tiny People Singing Over The Rainbow" (Noble Records, 2007)


Dopo la conferma scintillante di Tujiko Noriko, con “Solo”, un’altra artista giapponese si ripresenta. Legate da un sottile collegamento stilistico, la casualità vuole che i loro nuovi lavori siano rilasciati quasi contemporaneamente. Gutevolk, all’anagrafe Hirono Nishiyama, dopo il delizioso EP pubblicato nel 2005 (“Twinkle”), si presenta con “Tiny People Singing Over The Rainbow“ e conferma ciò che di buono ha fatto in passato. “Piccole persone cantano al di sopra dell’arcobaleno”. Un titolo che ben inquadra le trame sonore cesellate all’interno dell’opera.

La svolta sancita con la precedente prova si concretizza oggi, in questa manciata di canzoni dai tratti lievi e soffici. Una maggiore attenzione agli arrangiamenti rende i singoli episodi più ricchi e corposi, senza ingombrare le gracili strutture melodiche, come al solito definite finemente.

“Portable Rain” sa incantare come in pochi casi Gutevolk aveva fatto, una piccola favola colorata in cielo con pennarelli dal colore vivace. Gocce di pioggia vengono impersonate dallo xilofono, la voce, riverberata con tatto, dona all’atmosfera complessiva un senso di disorientamento piacevole.

“Dream Walzer” si posiziona sulla stessa scia stellata, aggiungendo note di piano silenziose, piccole sdruciture elettroniche e una batteria dal sapore vagamente jazz. Questo riferimento ad un genere così lontano, era già ritrovabile in un’altra opera come “Suomi”, dove, in alcuni frangenti, si arrivava a ibridare elementi pop con la bossanova, ottenendo un risultato fuori dal comune e assolutamente inedito.

Ancora più dolcezza ed ancora più giocosità. Con “This Moon Following Me” ci si immerge nel clima vagamente infantile e intenso che ricopre tutta l’opera. Pare la sonorizzazione per un sogno fatato, scevro da ogni ossessione o paura che possono contaminare l’estasi pacifica volutamente evocata. “Seed Of Sky” è l’esempio più lampante di quanto appena detto. Una ballata scanzonata, infarcita da una miriade di percussioni, fra cui lo xilofono, capace di ricopre il ruolo di incantatore, con le sue note cristalline, limpide come la rugiada. E poi, la voce, come il canto di un angelo, con la sua chitarra in braccio, i piatti percossi con forza contenuta, il tintinnare vago che appare un po’ ovunque, come lo splendere di una stella errante. “I Like Rainbow” è un simpatico quadretto strumentale, in cui appaiono varie componenti orchestrali, fra cui un organo malridotto e ad alcuni archi. La voce di un bambino, assorto nell’osservare il cielo notturno illuminato dalla luna, aggiunge quel tanto di ingenuità che rendono irresistibili i quattro minuti che compongono la canzone.

“Ao To Kuro” s’incammina essenziale, si sviluppa su binari sinuosi, viene arricchita da alcuni elementi, in particolare un “ta-ra-ta-ta-ra-ra” ripetuto in sottofondo, agile nel suo muoversi fra le fondamenta, veloce nell’arrivare dritto al cuore, il catalizzatore di ogni emozione. “The Door To Everywhere” alza leggermente il ritmo e si lancia in un episodio forsennato, dal chiaro stampo pop, con un piglio incontenibile, “Planetarium” si colloca come la gemella di “Seed Of Sky”, con tutto ciò che ne consegue, cioè un appiglio al cielo azzurro, con un filo di luce che trae uno spiraglio fra una nuvola e l’altra. “Sing A Ring” è la sublimazione, un po’ naif , di tutti gli elementi musicali qua contenuti. La melodia distratta, disposta ad abbracciare più influenze possibili, a cavallo fra glacialità e intimo calore, contenuti amatoriali e perfezione in ambito produttivo. Ancora presenti, in una veste più essenziale, le percussioni già in precedenza elogiate per la loro efficacia emotiva.
La conclusiva “Antenna” congeda, con i cinque minuti più freschi e innocenti, scuotendo una manina immaginaria. Parole che compongono una storia, per il termine, la fine di un migrare fra un paradiso dipinto da bambini, illuminato da un sole schizzato da mani piccole e graziose, raggi di luce che brillano di color oro, arcobaleni composti da sfumature tendenti al brillante.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

Future Conditional: "We Don't Just Disappear" (LTM, 2007)


















La primavera del 2007 si presenta fortemente caratterizzata dell’intensa attività creativa riconducibile a Piano Magic: non solo il mese di maggio vedrà l’uscita dell’atteso seguito di “Disaffected”, ma nel frattempo altri progetti collaterali alla band vedono la luce. Tra questi, l’imminente esordio solista, a nome Klima, di Angéle David-Guillou, voce femminile degli ultimi due album di Piano Magic e, primo in ordine di tempo, il debutto di Future Conditional, nuovo progetto nel quale Glen Johnson concede libero sfogo, con gusto modernamente retrò, alla sua passione per l’oscuro synth-pop anni 80, le cui tracce già affioravano in alcune sue recenti produzioni. In questa operazione, Johnson è affiancato, oltre che dall’altro componente di Piano Magic Cedric Pin, da vari ospiti illustri (Bobby Wratten dei Trembling Blue Stars, Melanie Pain dei Nouvelle Vague, Dan Matz dei Windsor For The Derby, oltre alla “solita” Angéle David-Guillou) che impreziosiscono basi sintetiche pesantemente reminescenti del lascito di band quali Kraftwerk, New Order e OMD.

Sia ben chiaro da subito, “We Don’t Just Disappear” non è un album consigliabile a quanti di “Disaffected” non hanno apprezzato il pulsare pervasivo del synth in “Deleted Scenes”, poiché proprio le caratteristiche di quel brano vengono qui sviluppate e rimodulate in dieci tracce oscillanti tra profondità sintetica, melodie spettrali appena accennate e atmosfere oniriche, dense di malinconia come nella migliore tradizione delle composizioni di Glen Johnson. La compresenza di tali elementi è evidente fin dai primi brani, che intorno a un persistente beat di drum machine (“Bright Lights & Wandering”) o a giocosi suoni analogici (“Broken Robots”), presentano ricami liquidi e folate di synth avvolgenti, sulle quali il cantato scorre via neutro e imperturbabile. Una forma canzone più definita è riscontrabile nella title-track, ove l’inconfondibile voce di Bobby Wratten disegna una morbida popsong costellata da voci angeliche, stravolta da tastiere danzereccie dal sapore vintage, che poi, scatenate, prendono il sopravvento in “The Switchboard Girl”, perfetta disco-hit anni 80, dalle venature dark-wave, bilanciate soltanto dalla dolcezza eterea della voce di Melanie Pain.

Si accennava ai New Order come principale riferimento stilistico, e la fondatezza di ciò viene dimostrata dalla traccia “Substance Fear”. Un incrocio strambo fra “Blue Monday” e “The Perfect Kiss”, il tutto frullato dalla capacità personalizzante di Glen, che canta come un istrione plastificato, in perfetto stile synth-pop. Oltre al vago ricordo, è qui il caso di parlare quasi di citazione: sì, perché, intorno al centro della traccia, c’è un pattern di batteria elettronica identico all’inizio della già menzionata “Blue Monday”. Oltre a ciò, vi è la vaga assonanza fra il nome della traccia e la monumentale raccolta “Substance”: tributo volontario o casuale coincidenza? “Crying’s What You Need” si avvicina leggermente alle flebili dolcezze melodiche di un pezzo come “I Am The Sub-Librarian”, collocato nel passato della carriera dei Piano Magic, per la precisione in “Low Birth Weight”, datato 1999. Ovviamente, la trasmutazione di una musica che, nel caso originale, risplendeva di magia incantata, un poco sconcerta però, con il passare degli ascolti, diventa, a conti fatti, impossibile rimanere indifferenti al fascino delle esili melodie disegnate dalla voce di Angéle, che declama liriche dense di malinconia su una base liquida e veloce.

“The Volunteer” si lancia poi in astrattismi che sfiorano certe sperimentazioni glitch, chiara evoluzione di un pezzo scorbutico e apparentemente distaccato come “The Journal Of A Disappointed Man”. La differenza che si interpone fra questi due episodi è l’arrangiamento utilizzato: quello che nell’e.p. “Open Cast Heart” era un tocco molto minimale, quasi assente, una poesia silenziosa, un suono a tratti inesistente, qui si presenta ingombrante, ricolmo di synth gommosi, percussioni smembrate e schizofrenie di ogni tipo, orchestrate da una mano sapiente, capace di rendere coerente, e mai stucchevole, un insieme così corposo.

“The Last Engineer” è probabilmente ciò che Glen ha sempre voluto realizzare da quando ha pensato questo progetto. Campionamenti urbani si fiondano in brandelli di bellezza oscura, un suono ciclico rimbalza con ossessione a tratti insistente, la voce inizia a sputare fuori parole, appena dopo c’è l’arrivo di una batteria elettronica precisa e tagliente. Il finale, con la sua sensualità scomposta, marcia e senza senso, si candida come la punta di diamante del disco, preludendo alla strumentale, straniante “Typos”, ove dominano voci “vocoderate”, melodie astrali, singulti ritmici e frangenti ripieni di rumore, che, a tratti, entrano di diritto in un noise sconnesso, quasi respingente. Non sappiano da che parte prenderlo, questo pezzo, visto che sguscia con furbizia da ogni lato si cerchi di carpirlo. È o non è, quella appena enunciata, la definizione di una composizione geniale? Non avendo sotto mano il manuale che lo può ricordare, si va a memoria, e la risposta è un chiaro ”sì!”.

Dopo due episodi così marcati, e in coincidenza con l’ultima canzone, si torna su canoni più collaudati, con “Your Love Leaves Me Colder”, intrisa da un pessimismo e da una rassegnazione evidenti già ad una rapida lettura del titolo, un po’ come succedeva con l’apocalittica “(Music Won’t Save From Anything But) Silence”: sempre Piano Magic, sempre nel passato, precisamente nel 2002.

Se qualcuno aveva il minimo dubbio riguardo lo spessore di questo artista, la presente opera, che ricopre il lato più elettronico della sua genialità, rimarca con insistenza la sua candidatura. A cosa, voi direte? Glen Johnson si colloca di diritto fra i più fantasiosi, spiazzanti compositori dell’ultimo decennio di musica indipendente e non. Capace di mettere in piedi opere strabilianti con strumenti effimeri, in grado di emozionare con le sue trovate melodiche inusuali, insolito a tal punto da sorprenderci ad ogni passo della sua luminosa carriera poiché dotato di una sensibilità e un’autenticità tali da avvicinare al synth-pop più spinto persino coloro ai quali questo genere risulta solitamente indigesto.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana e Raffaello Russo

giovedì 29 marzo 2007

Rafael Anton Irisarri:" Daydreaming" (Miasmah, 2007)



L’accostamento tra pianoforte ed elettronica non rappresenta certo una novità in molte recenti produzioni ad opera di compositori più o meno riconducibili alla definizione di “classica contemporanea”. Mirabili esempi della declinazione in chiave moderna di un approccio musicale in prevalenza classico sono stati, infatti, forniti nel corso degli ultimi anni, dalle opere di artisti come William Basinski, Sylvain Chauveau, Eluvium, The Library Tapes, nonché da molte produzioni della celebrata Type Records (tra le quali ricordiamo da ultimo Helios), che della commistione tra elettronica e classicismo ha fatto la sua quasi esclusiva vocazione. Del resto, vi è un sottile filo che lega il compositore di Seattle Rafel Anton Irisarri all’esperienza dell’etichetta inglese, poiché il suo album di debutto esce non a caso per la Miasmah, giovane etichetta di Erik Skovdin, già partecipe di due importanti progetti di casa Type, quali Deaf Center e Svarte Greiner.

In virtù di tali premesse, è già piuttosto chiaro cosa ci si possa attendere da un album come “Daydreaming”, il cui titolo rispecchia peraltro in pieno le atmosfere e lo spirito delle sue sette tracce, dalla durata complessiva di soli trentaquattro minuti. A conferma di tutte le aspettative, “Daydreaming” è infatti un album di delicatezze elettroacustiche incentrate sull’emozionalità del pianoforte, intorno alla quale affiorano qua e là tenui riverberi chitarristici e suoni liquidi derivanti dall’impiego della tecnologia dei synth quasi esclusivamente in fase di produzione, per creare piccole ambientazioni sonore dai contorni al tempo stesso sognanti e venati di oscura malinconia.

Scatole sonore tenere e dilatate, adagiate su un registro compositivo estremamente minimale. Perle disciolte in un liquido che scroscia, fluisce liberamente, lascia andare ogni colore, sprizzando nell’aria. Inizia “Waking Expectations” centellinando note al ritmo della morte, solcate da piccoli toni elettronici di rara grazia melodica. Si prosegue con la calma, con la pace intrisa nell’animo. La rarefazione è ancor più accentuata nella successiva “A Thousand-Yard Stare”, brillante e gentile, capace di cesellare, con sapienza, atmosfere appena abbozzate, eppure così definite nella loro impalpabilità. Piccoli sibili, quasi sotto forma di anelito. danno un tocco che lascia impronte indelebili nell’ascoltatore.

Un approccio leggermente più scontroso e disordinato in “Wither” dove il piano, casualmente, posiziona note e pungenti, forti, decise. Piccole meteore, o stelle, se ne vanno per lo spazio, nelle vesti  dei timbri regalati dal synth, coadiuvando lo spazio a rendersi più oscuro e luminoso al tempo stesso. Appare vagamente svogliata una chitarra, sempre giacente distesa nei suoi interventi sporadici, attorniata da limpidi fiori, alle volte nascosti, in altre occasioni capace di rivelarsi in tutta la loro bellezza con prorompente bellezza.

Un episodio completamente ambientale (“Voigt-Kampf”), peraltro molto riuscito, si affaccia con attenzione ai particolari, raggiungendo frangenti di pura emozione estatica, il proseguimento, “Fractal” si attesta su una linea similare, leggermente screziata da sporcizie elettroniche più disgregate, vicine a certe sperimentazioni ambient-glitch già sentite in passato in artisti quali Oval, Loess e Pimmon. La conclusione è affidata a una briciola di beat amatoriale, spezzata, irraggiungibile e impercettibile, impalpabile per natura. Scorre, la finale “A Glimpse”, si lascia andare in rarefazioni di tatto comune a chi ha sensibilità artistica di qualità raffinata.

Questi quadretti impressionistici dimostrano come, con l’aiuto di una discreta capacità riassuntiva, si possa dar sfogo alle proprie emozioni senza annoiare o disturbare ma anzi, incantare, sperando che i propri sogni siano condivisi.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana e Raffaello Russo

venerdì 16 marzo 2007

Tujiko Noriko: "Solo" (Mego, 2007)

















Ascoltando la fresca ristampa di “Shojo Toshi” (per l’occasione intitolato “Shojo Toshi+”), la tentazione di sentire qualcosa di nuovo proveniente dalla formula magica di Tujiko, era irrefrenabile.

Anni molto prolifici per la nostra folletta, soprattutto per quanto riguarda il biennio 2005/2006, in cui è stata capace di rilasciare un lavoro più bello dell’altro. Dalle soffici perline glitch-pop di 28, gli astrattismi del suo precedente disco solista (“Blurred In My Mirror”), le preziose collaborazioni con Riow Arai in RATN, con l’album “J”, e l’ancor più valido ammasso di suoni dal nome “Stéréotypie”, con alle spalle il lavoro di Peter Rehberg (aka Pita), nella sigla DACM.

“Solo” è un album molto particolare, forse il più complesso dell’artista. Le canzoni si fanno ancor più strascicate, lente, spossate, rispetto al passato. Il ritmo è (quasi) sempre calmo, nonostante l’onnipresenza della drum-machine. La struttura si complica ulteriormente, visto che non c’è mai un melodia o un pattern ricorrente, vari rumori o suoni si alternano senza un’apparente logica. Il tutto, apparentemente disordinato, si riconcilia e si amalgama all’arrivo della sua voce. Oh, sì, quella è sempre la stessa. Il suo canto rimane fra il disincantato e il fatato, sempre in bilico fra una distrazione digitale e lampi di melodia. Le canzoni, sì, arriviamo anche alle canzoni. Sono nove, una più bella delle altre, tutte per un motivo diverso.

Appena prende il via “Magic”, sembra proprio di ascoltare “Niagara Hospital” (la prima traccia di “Blurred In My Mirror”), stessa atmosfera claustrofobica, stessi suoni. C’è però l’inserzione di scomposizioni ritmiche (il rimbalzo in sottofondo), beat gommosi, timbri ciclici che si rincorrono senza mai raggiungersi a vicenda. Questa è bella, perché ci ricorda il suo passato, e non è certo spiacevole farcelo tornare alla mente.

“Sun!” si compone di una geniale miriade di campionamenti “faunistici”, rumori, clangori, guizzi di una onnipresente macchina digitale, che detta un ritmo spolpato e distrutto. Pare un’ipotetica sonorizzazione per “la” foresta presente nella sua (di Tujiko, ovviamente) testolina, con alberi colorati, erba rigogliosa e un cielo azzurrissimo. In ordine, questa seconda, ci piace perché fa sognare senza riserve.

“Ending Kiss” scappa dal nostro controllo per due motivi. Pochi accordi di chitarra (peraltro molto poveri), qualche rimasuglio digitale, nient’altro ci rimane per afferrare un qualcosa di ricorrente. Il secondo motivo, si sofferma sulla bellezza della voce. Il ritornello, carico di emozioni, è sospeso, danzano le parole fra le nuvole, e perciò, chi ascolta, non riesce proprio ad acchiappare nemmeno una frase. Questa, perciò, fa impazzire perché il cuore piange sopraffatto dal turbamento.

“Let Me See Your Face” è essenzialmente una canzone d’amore, o una canzone sul desiderio. Tujiko ripete con insistenza la frase :”Let Me See Your Face Again, again, again..”, mentre, inconsapevoli di tutto, spiccioli di suono brillano e si oscurano nel secondo più lungo, vocalizzi in secondo piano sognano e parlano della loro storia notturna, il giapponese prende il posto dell’inglese, ed è un finale in cui tutto scompare e riappare. La quarta, ammalia semplicemente perché parla di un rimpianto, di una “fantasia” che ormai non c’è più, o forse tornerà quando tutto è cambiato.

“Saigo No Chikyu” è una fiaba che parte sommessa, scivola su linee rette e decise, inciampa in un ritmo che pare un flusso infinito, si scuote quando dei battiti rimbombano, si riprende nell’attimo in cui la calma torna silenziosa. Un’alternarsi incredibile di tonalità cromatiche, dai colori oscuri e sfregianti, fino ad arrivare ad un azzurro pallido. Se i conti tornano, il quinto passo, incanta per il saliscendi timbrico, capace di distogliere l’attenzione, circuire i sensi e lasciar segni indelebili.

“Gift” è forse l’unico episodio in cui gli animi lasciano da parte la malinconia e si riprendono dall’oblio con un piglio pur sempre incessante. Il progressivo scrosciare della tempesta di beats, arriva al suo culmine al termine, quando la voce viene quasi completamente immersa, per poi lasciarla sfogare in un finale di rara dolcezza. La presente, si fa apprezzare per la grazia con cui sedimenta nei nostri sensi.

“No Error In My Memory” non è una canzone, al massimo la si può definire una sorta di poesia con il contorno della musica. Tujiko racconta la sua storia in giapponese, esponendo con grande velocità progressiva, mentre gli strappi sonori si fanno notare per estrosità e cupidigia. Il grande merito di questo pezzo (e perciò, il motivo per cui è apprezzabile), risiede nella capacità di tirar fuori le nostre paure e sbatterle davanti all’ascoltatore, davanti a noi. “Spot” è il culmine dell’essenza intangibile di questo mucchietto di canzoni, il ritmo si fa sbriciolato e inesistente, mentre il cantato, come in tutto il disco, è sempre più personale e, soprattutto, adattato e adatto ad ogni frangente. Piccole sembianze di canzone si vedono sporadicamente, ma è un senso di disorientamento quello che ci avvolge. D’altronde, è anche il motivo per cui questo penultimo episodio è per l’ennesima volta promosso.

Tutto ci si aspetterebbe da Tujiko, qualsiasi trovata, ma un finale movimentato, quasi dance, proprio no. “In A Chinese Restaurant” è un geniale groviglio di scampoli elettronici che perdura per quasi 9 minuti, fra alti e bassi, impennate intrecciate, stimoli inarrestabili. Forse tutta la sua fantasia si riversa qua, magari eventuali sviluppi futuri risiedono in questa indicazione misteriosa. Fatto sta che niente è fuori posto, perciò, la stellina positiva è assegnata anche alla canzone numero 9, per una semplice motivazione, la “sorpresa” è impagabile.

Distratti da quest’ultima perla, veniamo condotti al termine, senza certezze, smarriti e lasciati alla deriva. L’unico punto fermo si può ritrovare in un’opera complessivamente coesa, diversa rispetto al passato, innovativa per quanto riguarda la carriera di Tujiko. Il lato più devoto alle emozioni è pienamente soddisfatto, come dimostra ogni singolo frangente, risiede nel più piccolo particolare apprezzabile.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

domenica 4 marzo 2007

Takako Minekawa



















 lei è stata uno dei primi amori jappo visto che la seguo fin dalle performance con la storica band j-pop L↔R. gli album, in ordine, sono Lack Of Reason (1994), Singles & More (1994), Knockin' On Your Door (1995).

poi l'abbandono e l'uscita del primo singolo da soslita. l'adorabile Fantastic Cat, datata 1997. una canzoncina proprio perfetta..

di seguito è arrivato il suo primo album solista, Roomic Cube, che si distingue per un piglio pop fantastico, sempre in bilico fra melodie infantili e motivetti delicatissimi. la sopracitata Fantastic Cat è il manifesto del disco, ma episodi come la delicata Never / More, e, sopratutto, la dissonante Destron (un capolavoro pop), rendono questo disco una bella perla solitaria.

il successivo Cloudy Cloud Calculator è leggermente più "azzardato" e tenta vie più estrose, riusciendoci con grande validità, sopratutto nella seconda parte del disco.

poi due uscite di remix, sfiziosissime e piene di chicche, a nome, rispettivamente, Reecubed EP e Ximer …C.C.C. Remix.

e qui è davvero c'è l'imbarazzo della scelta, fra il remix di Pulsars di Fantastic Cat, Klaxon! rimestata da Buffalo Daughter e una versione fantastica di Phonoballoon Song, remixata dal sultano dell'elettronica giapponese, Nobukazu Takemura.

Nel frattempo (fra il 1999 e il 2000) Takako conosce Tujiko Noriko e si sente.

Fun 9 è più astratto, a partire da Gently Waves, fino ad arrivare a Shh Song. L'unico pezzo a pronta presa è Splash!. a questo disco collaborano Cornelius e Aki Onda (quest'ultimo ha già lavorato con Tujiko Noriko in From Tokyo To Niagara).

Ancora remix in Ximer, fra cui il più positivo (oltre al già citato Phonoballoon Song di Takemura) è International Velvet di Oval.

Nel 2000 la sua ultima prova, un mini cd fatto di 7 canzoni. e si chiama Maxi On.

Già la copertina e la confezione in cartone me lo fanno wubbare, non parliamo delle canzoni. Belle, belle, belle. Brioche, Sleeping Bag, la stessa title-track, sono semplicemente perfette.

poi il niente, apparte un dubbio remix per i Moreno + 2 nel 2005..

non so che cosa sia successo, a me manca tanto..