giovedì 14 febbraio 2008

Silje Nes: "Ames Room" (Fatcat, 2007)



Nata fra i freddi fiordi norvegesi, Silje Nes ricalca il percorso artistico della tipica esordiente. Cresciuta in un paese poco accogliente, fra ambienti sperduti, nient’altro da fare se non tentare di tinteggiare sogni e speranze con ciò che la fantasia mette a disposizione. Fra studi di filosofia e militanze disparate in band indie-pop locali, la ragazza riesce ad approcciarsi alla composizione in maniera molto casuale e istintiva. Progetto di scrittura che inizia nel 2001, con quattro soldi in tasca e una marea di idee nella testa. Armata di un quattro tracce, un microfono e un laptop, comincia il suo viaggio. Gracili strutture strumentali vengono poi rimpolpate con l’utilizzo di una chitarra (usata per le prime volte) e un piano (già studiato in precedenza).

Uno stile molto vario le permette di spaziare fra reticoli melodici molto differenti, impelagata in un quadretto elettro-impressionista vagamente improvvisato e un bozzolo folk-pop molto ispirato. L’uso di un campionario strumentale poliedrico e la durata contenuta dei quattordici pezzi permette ad “Ames Room” di incantare con grande grazia.

La garbata mescolanza di partiture elettroniche e lievi innesti acustici (“Over All”), rimanda al soft-rock di Justine Electra, così come le piccole frammentazioni folcloristiche da cabaret domestico proiettano i recenti ricordi verso la sofisticata teatralità intima di Eglantine Gouzy.

L’eterogeneità dei suoni creati dalla Nes disorienta con dolcezza l’ascoltatore, lasciando trasparire la volontà di avanzare tenui incastri avanguardistici, in field recording (“Magnetic Moments Of Spinning Objects”), di natura casereccia, vicini sia ai miagolii nordici di Hans Appelqvist, sia ai bisbigli inquieti di una fantasiosa Lisa Germano, tutta presa nell’assemblaggio elettrico di giochini al laptop e cinguettii mattutini (“Shapes, Electric”, “Ames Room”).

Si evince talvolta anche un approccio cantautorale maturo, composto, teso a rimarcare la bontà poliforme di una fanciulla attenta come poche ai singoli dettagli, e soprattutto intenzionata a non tralasciare variazioni stilistiche di ogni sorta (“Melt”). Lo spiazzamento emozionale è sempre dietro l’angolo.

Una tale “premessa” obbliga di scatto l’inserimento istantaneo della piccola compositrice norvegese nel nostro taccuino, sempre più colmo di pregevoli attese future e dita incrociate.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana e Giuliano Delli Paoli

Radical Face: "Ghost" (Morr Music, 2007)



Alzi la mano chi, all’inizio del 2006, non è rimasto felicemente incantato all’ascolto del disco omonimo degli Electric President; uno scrigno finemente decorato di canzoni che sprizzava felicità pop come nella migliore tradizione Morr Music. Il personaggio che sta dietro a Radical Face è proprio Ben Cooper, una metà del duo sopracitato. Il collegamento fra i due dischi è doveroso, giusto per congiungere un flusso di artigianato canzonettaro mai concluso e mai esaurito. Se i più dubbiosi avevano intravisto un po’ di ruggine nel meccanismo scatenato dall’etichetta berlinese quasi un quinquennio fa (la Morr Music, appunto), la via della redenzione è vicina e raggiungibile proprio con questa opera.

A detta dello stesso Ben, “Ghost” è una parola concettuale. Scritto con l’idea di trasporre con piccoli caroselli musicali l’atmosfera di abitazioni pregne di memoria, colme di persone che inducono i fantasmi a lasciare una casa quando se ne vanno. Le azioni svolte all'interno di una dimora, vengono “collezionate” dalle mura che la sorreggono, e parzialmente volano via, insieme all’aria di malinconia, quando siamo costretti ad andarcene. Perciò, le canzoni sono tutte delle piccole storie, al cui interno sono nascoste sensazioni sabbiose e scricchiolanti certezze.

Intriso da un’aura di completa grazia, quasi fosse un bozzolo anestetizzante, il disco scorre piacevolmente fra isterie tipicamente pop, di marca indipendente, e slanci corali di grande pregio; ne è un esempio la martellante “Winter Is Coming”, o il finale esplosivo dell’introduttiva “Alseep On A Train”.

Questi testamenti segreti di passioni, rimpianti e sogni da racchiudere in un cassetto caratterizzano l’alternanza melodica del disco, quasi come se l’artista avesse deciso di esternare in musica le pagine del proprio confessionale cartaceo; ogni giorno è una nuova melodia da comporre, e da quanto appurato in “Ghost”, la quotidianità di Ben Cooper deve essere veramente un tran tran di sensazioni controverse, intense e tremendamente vissute.

Così, da un felice rientro a casa, “Welcome Home”, zeppo di coretti goliardici, si passa alla descrizione malinconica delle “cose” davvero più strane, “ The Strangest Things”. In questo diario acustico c’è spazio per qualsiasi buona novella: si possono contemplare i ricordi della fanciullezza che fu, mediante la celebrazione folkloristica dello stato d’animo, a dir poco smanioso, di ragazzini che giocano sulle rive di un fiume (“Let The River In”), o ci si può perdere in una nostalgica marcetta/carillon con tanto di coda favolistica (la conclusiva “Homesick”).

Attraverso il suo fantasma, il ventiquattrenne Ben Cooper ha cercato di dimenticare lo spauracchio elettrico del Presidente, mostrandoci le stanze umide della sua dimora, con la timidezza e soprattutto la delicatezza di chi è capace di armonizzare al meglio ogni inconfessabile riserbo.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana e Giuliano Delli Paoli

lunedì 11 febbraio 2008

Oh, Laura: "A Song Inside My Head, A Demon In My Bed" (Bonnier, 2007)



"It's all about Frida's voice" si legge sul sito ufficiale degli svedesi Oh Laura. La voce di Frida Öhrn colpisce istantaneamente: leggermente rauca, al contempo tocca con la sua delicatezza, attraente e misteriosa come la Laura di "Twin Peaks", a cui si ispira il nome del gruppo. E’ vedendola cantare in un locale, che gli amici Jocke Olovsson e Jörgen Kjellgren decidono di far diventare il loro progetto realtà.

Il loro “A Song Inside My Head, A Demon in My Bed” è stato disco d’oro in Svezia nel 2007, lanciato dal singolo “Release Me”, ma il resto d’Europa ha forse cominciato a conoscerli grazie allo spot pubblicitario della casa automobilistica Saab, che appunto ha fatto uso di questo singolo. E’ il tramite grazie al quale chi scrive li ha scoperti, e sono bastati 20 secondi di quel ritornello per voler sapere tutto e subito di chiunque avesse creato quella splendida melodia. Il resto dell’album risulta abbastanza diverso, ma il sapore di una storia d’amore che sta divenendo scomoda e spiacevole lo permea dall’inizio alla fine, dandogli un gusto dolce-amaro, un mood malinconico e pensoso, quello che si impadronirebbe mentre ci affacciamo alla finestra e interroghiamo il cielo notturno in cerca di un segno, una guida… magari sorseggiando whiskey per alleviare un leggero dolore.

Lo stile musicale degli Oh Laura si direbbe tutto tranne che scandinavo, con quel perfetto mix di pop e country: molti sono i pezzi, infatti, che richiamano certe ballate di Dolly Parton dell’epoca d’oro di “Coat of Many Colors”. Le melodie sono comunque ben congegnate e scorrono con molta facilità, divenendo quasi istantaneamente familiari. La freschezza in alcuni ritmi, evoca l’immagine dell’ascoltatore alla guida di una decappottabile nelle strade desertiche degli States: una perfetta on-the-road-music.

Splendida avvenenza pop, voci edulcorate e stizzite, furore giovanile. Sembrano essere questi gli elementi che riescono a comporre un’opera tanto semplice quanto piacente e variopinta. Terra fertile di sviluppi cantautoriali la Scandinavia, con il suo algido e placido senso dell’amore, capace di donare canzoni belle da lacerare il cuore.

Il grande amore per il country risulta una chiave di lettura molto interessante. L’uso dell’armonica, unito al modo di suonare chitarra e batteria, rimanda a certo pop polveroso europeo, screziato da un gusto speciale per il ritornello assassino.

Uno stillicidio di cuori vaganti, a partire dalla tenerissima e irreprensibile “A Call To Arms”, attraversa con costante qualità e varietà di emozioni le undici canzoni, che si attestano su un canovaccio canzonettaro pieno di piglio e vivacità. Sarebbe riduttivo analizzare pedissequamente tutte le tracce (fra le quali risalta in maniera decisiva “Fine Line”). Più che per singoli episodi, infatti, l'album trae forza da un’atmosfera globale, totalizzante e riconoscibile.

Speranzosi per il futuro, arriviamo alla resa dei conti nei riguardi di “A Song Inside My Head, A Demon in My Bed”. Un groviglio di ombre e ossessioni inestricabili, in cui le canzoni sono cariche di rancore e rassegnazione, incanto disilluso e fervida sensibilità. Un esordio dai riflessi cristallini, arricchito da un tocco di inestimabile sincerità.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana e Lori Versaci

AGF: "Words Are Missing" (AGF Produktion, 2008)



La voce, quel suono così naturale eppure magico, prende il sopravvento e diventa padrone della scena. Una flebile vibrazione d’aria, un piccolo bisbiglio nel silenzio, sussurri sottili quanto una striscia colorata nel cielo.

L'ultimo album completamente solista di Agf risale a quattro anni fa: il capolavoro “Westernization Completed”. Nonostante il ruolo sotterraneo, quest’opera ha assunto l’invidiabile posizione di spartiacque nella sperimentazione vocale, di cui Agf è stata una vera e propria maestra, sempre capace di estrapolare tutte le risorse espressive attraverso riferimenti simbolici, reticoli semantici mai troppo forbiti ma velati da un’ombra di inquietudine.

Numerose le peregrinazioni che si sono susseguite negli anni, fra lo splendido sodalizio con Vladislav Delay, allo scintillante disco con Zavoloka, passando per l'opera multimediale assieme a Sue.C. Nel frattempo, non ha trascurato la sua band culto, i Laub (splendido “File Sharing”), e infatti l'anno scorso è stato rilasciato l'album nuovo, un seducente esperimento di glitch-blues.

“Word Are Missing”, ai primi ascolti, pare bissare con grande forza la bellezza del suo predecessore. Un folto campionario di soluzioni compositive e un’acuta esperienza le permettono di bilanciare atrocità rumorose e frangenti più minimali, realizzando un’opera elettronica a tutto tondo.

I simboli "‘I", "II" e "III", posposti ad alcune tracce presenti, indicano la presenza di un trittico basato sulla costruzione della struttura timbrica attraverso l’uso di sole "parole". Il primo appuntamento di questa serie è “Letters Make No Meaning (Weapons No War Germs No Disease) I”: una corrente di vocaboli che paiono cadere a velocità incontrollabile, attorniati da un contorno di sibili e marciume digitale pescato da un generatore casuale di suoni.

Ascoltando “Cognitive Moducles Party II”, pare proprio d'essere davanti a qualcosa di sensazionale. A ben vedere, se fosse solo per il ritmo, parrebbe semplice techno, se non fosse che il beat è composto dalla voce. In particolare, tanti piccoli campionamenti che recitano alcune lettere dell’alfabeto (A, B, M), in un vortice di ritmi doppi da far saltare le cervella. Un incessante scrosciare di parole analfabete, pulsioni spastiche e rumori.

“Ooops For Understanding III” è un altro gioiellino, attorcigliato nei meandri di un flusso che gode di propria vita, girando su sé stesso con vigore insaziabile. La voce non è mai stata così viva/vivisezionata, e non c’è modo di trovare i capi di questa matassa inestricabile.

Il tema della voce in questo disco assume un valore metaforico e simbolico per Agf; in "a Present, b Absent", si sente il mormorio del suo bimbo appena nato (in un’esibizione del marzo 2006 con Delay, mostrava un’adorabile pancione), e alcuni fruscii elettronici. Un nesso affascinante per ricollegarsi al significato puro della nascita, infatti il titolo nasconde il contrasto fra l’assenza-presenza, con la contrapposizione di due frangenti opposti, fra bisbigli fragorosi e un silenzio appena percettibile. Complicando l’etimologia di fondo, in “Presswehen”, si riesce a sentire in sottofondo un ansimare concitato, intervallato da alcuni urli di vero terrore; da accurate ricerche, si è scoperto che questa composizione traspone la sua reazione quando, a 16 anni, è venuta a conoscenza di ciò che era stato fatto nel campo di concentramento di Buchenwald. Un puro brivido scende per la schiena all’ascolto di tanto malessere infantile.

Puro stillicidio degli amanti dei ritmi regolari nella maggior parte dei restanti episodi, con il caos (ragionato, s’intende) che in alcuni casi la fa da padrone, evidenziando una sapienza nel campo dell’improvvisazione di grande pregio (“Words Are Useless”, “Die Ufer Sind In Feindes Hand”, “Where The White Animals Meet”). Da annotare sul taccuino l’interessante uso del piano nel coacervo di soluzioni melodiche di “Head Inside Cloud”.

Da far veramente paura le silenziose serpentine striscianti che risiedono in “KZ”, come in “I-War” e “Underwater (Run!)”, esempi di musica ambientale pestilenziale, ammorbata da una malattia irriconoscibile e ovviamente inguaribile.

Le splendide poliritmie applicate in maniera aleatoria, unite alla rabbia di una compositrice che non si sente mai sorpassata, fanno di quest'album qualcosa di assolutamente inedito, non di facilissimo ascolto, ma contraddistinto da una bellezza graffiante e dolorosa.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 28 gennaio 2008

Architect: "Lower Lip Interface" (Hymen, 2007)



Negli anni 90 Daniel Myer è stato uno dei maggiori esponenti della scena technoide industriale tedesca. Ricordate gli Haujobb? O meglio: avete ancora impresso nella vostra mente il suono androide ma al tempo stesso terribilmente elegante di “Solutions For A Small Placet”?

Era il lontano 1996, e qualcuno già definiva quelle intuizioni magnetiche come la chiave di volta della neonata drum’n’bass.

Dopo aver dato vita a tutta una serie di folgorazioni elettroniche, vicine sia alle pretenziosità da esasperazione techno-cosmica dei club berlinesi, vedi il progetto Newt, concepito assieme a Andreas Meier dei Forma Trade, sia alle sensuali carcasse robotiche da esplorazione post-Kraftwerk, tanto in voga nella regione del Brandeburgo verso la fine del millennio, vedi i Cleen di “Solaris” assieme al vocalist Thorsten Meier, il nostro coltiva in segreto la passione per l’oscurità nel personalissimo progetto intitolato Architect.

Il percorso stilistico sviluppato nei quattro album pubblicati esplora territori differenti e apparentemente inconciliabili. “Galactic Supermarket” (1998) riabilitava il cadavere più che morto della drum’n’bass per darle nuova linfa con scosse industriali, “I Went Out Shopping To Get Some Noise” (2004) ammorbava partiture classiche con battiti techno da film horror spaziale, “The Analysis Of Noise Trading” si mostrava leggermente più posato, con ardore ambient e cuore marcio lasciava il 2005 con classe e uno schiaffo di rumore sul viso.

“Lower Lip Interface” è la quarta tavola digitale di quest’architetto alieno. I suoi layer sono stratificati amalgamando beat ferrosi e omogenei a ricami analogici in stile videogame. L’ennesima evoluzione a questo giro ci conduce dalle parti di certi terroristi sonori come Enduser, prOmetheus buRning o Duncan Avoid. Singulti techno, rumori sincopati, svolgimento che non va dritto per dritto, ma sceglie direzioni diagonali e trasversali. Attraversa tentazioni provenienti da certa dark-ambient movimentata e le amalgama con musiche da film horror (vedi gente come Aghiatrias), arrivando a un risultato finale peculiare e personalissimo.

Masterizzato da un’altra figura fondamentale della scena, John Sellekaers, il disco sa mettere in risalto grandi pregi compositivi, rifuggendo da banalità e commistionando violenza con frangenti più distesi; la sapienza sragionata di Daniel Myer è sempre stato un vero paradosso: riuscire a non sbagliare un colpo marginalizzando una incontenibile creatività al servizio dell’ordine sconquassante. Essendo un’opera caratterizzata più dall’insieme delle tracce che da singoli episodi, la descrizione di ogni componente risulta poco produttiva; caso a parte per “Pissed In The Morning”, il cui titolo non eccelle certo per delicatezza. L’assalto sonoro è una sorta di pugno assestato nel fianco, dove la vulnerabilità è più marcata, in quel luogo dove la mente non può reagire, rimanendo inerte senza reazioni. Esemplare il collage di pulsioni dimenticate e riverbi terrestri, fra i migliori ascoltati negli ultimi anni.

In chiusura, è di dovere evidenziare il lavoro, purtroppo mai menzionato, dell’etichetta Hymen Records. Dall’1997, creata come sub-label della Ant-Zen, è riuscita a pennellare un percorso artistico di grande prestigio nell’ambito di questo genere, ritagliandosi una fetta di appassionati molto vasta. Impegnata fin dall’inizio con lo slogan “Technoid Noises for Collapsing People”, arriva ad oggi con quest’ultima prova di Architect in grande splendore e pronta a regalarci altri incubi squarcianti.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana e Giulianno Delli Paoli

Burbuja: s/t (Station 55 Records, 2007)



A Tudela (Spagna) la vita scorre tranquilla, tutto procede all’insegna di una fertile crescita economica, e le giovani presenze hanno ben poco di che lamentarsi. Tra queste, è possibile individuare una piacevole (?!) anomalia, dedita più che altro alla costruzione di immagini e suoni a dir poco carichi di angoscia e smarrimento generazionale. Lei è Merche Blasco, studia ingegneria, ed è votata alle più svariate esperienze artistiche. Potremmo definirla come una sorta di nomade moderna, legatasi ben presto al nostro bel (?) paese. Difatti, spesso è possibile incrociarla alla biennale di Venezia, per la presentazione di alcune sculture, o in giro per le stradine di Genova, tutta presa a registrare stranissime divagazioni/field recording con il suo (ex) gruppo The Boh. Mentre ad aspettarla a braccia aperte, nelle poche volte in cui le capita di rientrare in patria, c’è sempre un certo Cristian Vogel, con la sua neonata label Station 55.

Due anni di incontri, attese, registrazioni domestiche, per dar vita all’omonimo “Burbuja”, primo lavoro solista dell’incandescente fanciulla.

L’impatto iniziale imporrebbe l’accostamento facile a una Bjork dei bei tempi, ma non è così semplice. Pochi passaggi sono più che sufficienti a scuotere le nostre pupille dal tenue miraggio obliquo. L’analisi del disco, infatti, conduce puntualmente a delle possenti smentite, inerenti ogni plausibile/possibile parallelo artistico. Piuttosto, potremmo pensare simpaticamente a una Sir Alice sotto anestesia, smembrata da tutte le sue cariche magnetiche, mentre la frequenza dei beat distorti ha un andazzo certamente meno inquieto, ma non per questo del tutto docile (“Burbujasaledelabanera”).

Merche crea, attraverso le sue ondulazioni elettriche, dei collage sbiaditi di art sound emozionale, colonne sonore perfette per narrare gli sconcerti dell’anima di una graziosa fanciulla dalla sensibilità innata, costantemente deviata nel profondo del suo candore dalle pratiche insane della vita quotidiana. E’ comprensibile, quindi, che nasca l’esigenza di zittire quel marasma marcio di sentimenti insulsi attraverso il tremolio angelico di un pianoforte (“Shhhh....”) o l’oscurantismo ipnotico dei sensi, forgiato da un canto malato e tremendamente/volutamente atonale (“Senseless”).

Il folk sporco e pastorale di “Roped” imprime forti tinte umorali all’opera, che sa emozionare con grande fervore nei frangenti più raccolti. In tale intento primeggia la stramba “WhoKnows”, scheletrica ed essenziale, sorretta da un buffo ritmo dinoccolato e circondata da vocette giocattolose quasi fossero folletti saltellanti.

I quadretti fuggenti qua presenti fungono da dipinti impressionisti, ricalcati con un pungo deciso o, alternativamente, appena schizzati con piccoli segni circolari. Arte astratta, questa. Fortemente ermetica, abbarbicata sopra certezze artistiche labili quanto gli steli di un albero troppo leggero per mantenere un chicco di grandine. Si veleggia fra le forti tinte improvvisate di “KeepsRainingInsideHerHead” (splendidi i campionamenti dei rimbalzi di una pallina da ping-pong) e le tenere sperimentazioni di assemblaggio sonoro di “RecipeToCookAnIdea”, in cui si palesa l’estro spropositato della ragazza.

Apice del disco, quel frullatore di raggi di luce di nome “MissTortillaDePatata”; un mutante fatto da scampoli impazziti, sogni fluorescenti e nostalgie disperate. La lenta discesa verso la conclusione del disco si concretizza con cinque episodi immediati, mai sopra i 3 minuti. Gelidi, geniali, esempi folgoranti di composizione fuori dagli schemi, ingabbiati in una struttura che non c’è. Se il cellulare che trilla sotto il marasma di “IjustWannaRideMyBicycle” non impressiona a sufficenza, ascoltare lo splendido affresco di “ImHavingBreakfastAsEveryMorningIDo”, un’ironia beffarda nei confronti dell’inesorabile scorrere del tempo assalirà inesorabilmente.

Sfrontata e sregolata, Merche Blasco coagula idee disperse nelle sua mente, le architetta con precisione chimica, senza mai barricarle nei confini di un’estetica troppo perfettina per essere attraente. Il gran lavoro di Cristian Vogel in sede di produzione raffina e puntella un’opera quasi inattaccabile, tredici vignette che spingono verso un anelito di speranza mai completamente serena.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana e Giuliano Delli Paoli

Shuta Hasunuma: "Ok Bamboo" (Western Vynil, 2007)



Era dai tempi di "28" che non si ascoltava un disco di glitch-pop/folktronica proveniente dal Giappone così bello e ispirato. Il tempo trascorso dal 2005 non ha lesinato opere meritevoli in questo ambito, però “Ok Bamboo” ha quel qualcosa in più che non lascia scampo.

Dunque, Shuta Hasunuma ha alle spalle un ottimo esordio omonimo su Western Vinyl (2006) che metteva in evidenza ottime capacità di assemblaggio sonoro, tanto che i Books erano dietro l'angolo e anche al momento fu doveroso riservarsi a tempo debito prima di spararla grossa. Però, dopo una seconda opera così incisiva, risulta doveroso fare le giuste e meritate lodi.

Si sa, ormai l'accoppiamento "elettronica glitch + qualcosa di acustico" non fa più notizia ed è chiaro che senza grande ispirazione il risultato può risultare sciapo. C'è però chi riesce ancora a spuntar fuori con qualcosa di pregevole.

Vicini a quelli del connazionale aus (anche lui bravissimo), i singulti minimal-techno che si intromettono all'interno di trame chitarristiche sanno di miracolo sopratutto quando il beat si fa sostanzioso (“Ok Bamboo”). Le voci smembrate e posizionate un po' dove porta il vento sono taglienti (“Return Of The Bamboo”), tanto che ci vuole un pieno centro come “Already There” per risollevarsi. Puro gioiello di artigianato elettro-strumentale, inteso come lavoro puramente acustico con l'aggiunta di pulviscoli elettronici. Senza sovrastrutture od orpelli, il pezzo scivola via liscio fino alle fine ed è davvero un gran piacere.

La splendida “Discover Tokyo” addirittura si dilunga in arrangiamenti d'odore classico, con qualche arco in lontananza che gigioneggia felice. Evoluzioni mai banali, coese e non disomogenee, fanno sembrare tutto così facile e amorevole. Davvero encomiabile.

“Niagara Shower”, con il suo fare crepuscolare, regala attimi disconnessi di pura gioia ambientale, la successiva “Sunny Day In Saginomiya” (come dice il titolo) è più solare e divertita, comandata da un ritmo regolare e istantaneo.

Il resto, dalle cortissime “Beginning Issue” e “Paradigm Shift” alle irregolari “Idle Junta” e “The Hightest Point Of”, si barcamena con classe cristallina in un territorio diventato nel giro di pochi anni da prato fiorito e rigoglioso a sterminata vallata scura, piena di trappole. Ah, per chi non l’avesse ancora capito, il disco è ispirato dalla figura della pianta del bamboo, il motivo di ciò è ancora oggetto di ricerche.

(7)
 recensione di Alessandro Biancalana