mercoledì 7 maggio 2008

The Chap: "Mega Breakfast" (Lo Recordings, 2008)





Accovacciati davanti ai nostri stereo, ci chiediamo che cosa valga ancora la pena di ascoltare. La risposta potrebbe essere tutto o niente, a seconda delle propensioni individuali. Probabilmente di cose "necessarie" nel 2008 ce ne sono poche, tuttavia può ancora capitare di rimanere folgorati. Come nel caso di questo "Mega Breakfast".

Era dai tempi del capolavoro degli El Guapo, “Fake French”, che non si lambivano certi traguardi di fantasia compositiva. D’altronde non è una grande sorpresa anche alla luce degli splendidi esempi di visionarietà che i The Chap nel passato ci avevano regalato.

Già al tempo dell’esordio “The Horse” la band si era ritagliata una discreta fetta di interesse, dato che il disco mescolava con sapienza art-disco, rock teso e timbriche digitali. Nonostante la validità della proposta, il disco passava quasi inosservato. Nel 2005, però, lo straripante “Ham” sfondava il muro dell’anonimato con la sua elettronica eccentrica e spiazzante. Su una solida base wave e punk-funk (Talking Heads in testa) venivano innestati cascate di ritmi digitali e strumentali, il tutto centrifugato con un minutaggio ridottissimo (2:30, una media al limite dell’hard-core), gran coadiuvante per la fruibilità globale e punto focale della loro musica.

La varietà e l’indisponibilità alla ripetizione permetteva alla band di comporre tanti piccoli tasselli dal ritornello killer, aventi dalla loro una melodia nel 90% dei casi irresistibile e senza scampo. Anche negli esempi che parevano più normalizzati, un pattern o un rumore posizionato al punto giusto cristallizzavano la genialità di quel frangente donando al resto della composizione un’aura d’autentica beatificazione. Il lato lirico della loro arte traspone l’ingenuità sadica che zampilla dalle parole scovate in qualche intervista, parole e sensazioni tutte personali. Dicono di voler immortalare le cose più bizzarre che in un primo momento appaiono banali o di poca rilevanza, adattarle alla canzone in questione e mettere il tutto assieme. Il risultato di questa stramba filosofia di scrittura è un approccio assolutamente istintivo e impulsivo, a tratti forsennato, ma sempre lucidamente pazzoide e calcolato.

Il nuovo “Mega Breakfast” è sublimazione e punto massimo di qualità oggettiva dell’arte dei The Chap. Colti in maniera furba e certosina i lati più positivi dei due dischi precedenti, la nuova prova si delinea come perfetta confluenza fra questi due flussi, con mescolata e ritocco finale. L’incapacità di definire precisamente ciò che andremo ad ascoltare mettendo il disco nel lettore è palesata dal continuo cambio di marcia; tuttavia estrazioni funky di grande impatto si possono pescare un po’ ovunque, come del resto l’amore per il cantato di gruppo, che guarda caso era marchio di fabbrica del già citato “Fake French”.

Ascoltando l’inno techno-pop “They Have A Name” sembra di essere ripiombati in piena era synth-pop anni 80, ma non c’è da meravigliarsi: tutto quadra perfettamente. Le destabilizzazioni soniche che qua e là ricorrono si ripresentano nella sorprendente “Fun And Interesting”, bomba sopra le righe e singolo del disco da piazzare nello stereo quando si è a caccia di un uragano d'emozioni. Le bordate pulsanti di “Caution Me” pugnalano come una jam fra i Pop Group e una qualsiasi synth-band; “Carlos Walter Wendy Stanley” segue il saliscendi timbrico della precedente con inserti di schitarrate al limite della decenza; la furia con cui si alternano stasi e confusione corale è a dir poco miracolosa.

Il frullato dal gusto agrodolce di “Surgery” splende di una luce tremante e disturbata, la più pacata e sommessa “Take It In The Face” è un synth-pop minimale, colonna sonora per un film noir futurista; l’indefinibile “Ethnic Instrument” è un improbabile mix fra voci trash, ritmica monca e campionamenti di chitarra brevissimi.

“Proper Rock” si barcamena con indecisione fra tensioni rock emaciate e un pop al vetriolo scosso da onde elettroniche; singulti techno dipingono l’ossessionante “The Health Of Nations” che si nutre di estratti concreti molto particolari. Le conclusive “Wuss Wuss” e “I Saw Them” aggiungono ulteriori elementi per disorientare l’ascoltatore, già sufficientemente colmo di materiale da smaltire e digerire.

Se l’originalità ha una definizione questo non è certo, fatto sta che siamo di fronte a un qualcosa di simile, un gruppo dalle potenzialità inaspettate e un estro che raramente riesce ad essere rintracciato in molta musica che ci viene propinata ogni giorno, da gennaio fino al tramonto dell’anno.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

martedì 6 maggio 2008

Christian Rainer: "Turn Love To Hate" (Komart, 2008)



Nato e cresciuto in Francia dal 1976, Christian Rainer è un personaggio fecondo come se ne vedono raramente. Artista visivo, musicista, scrittore, regista, promoter: un processo di sviluppo mentale e d’ispirazione, il suo, che fa dell’eterogeneità la sua forza. Collaboratore con importanti fondazioni, musei e gallerie, ha saputo destreggiarsi in contesti fra i più disparati.

Tra una partecipazione e l'altra (come quella con i Ronin per il loro debutto omonimo), Rainer riesce a ritagliarsi il tempo per comporre album tutti per sé. Esordiente nel 2004 con il flessuoso “Mein Braunes Blut”, prosegue la sua carriera solista con il sodalizio stretto assieme agli italiani KiddyCar, i cui frutti si possono apprezzare in “How This World Resounds”, splendido esempio di musica classica aggiornata e contaminata con grande gusto.

Il progetto di questo “Turn Love To Hate” non è solo musicale. Oltre all’album in sé, la pubblicazione viene accompagnata da un Dvd contente i video di ogni traccia. Lo stesso Rainer ha invitato undici artisti provenienti da varie nazioni europee per assegnare a ognuno la realizzazione del cortometraggio relativo a ogni canzone. Non si tratta di un'operazione narcisista, ma della ricerca della libera espressione creativa senza limiti o barriere. A ognuno dei personaggi chiamati in causa, infatti, è stata data la possibilità di scegliere il brano a loro più congeniale, per poter esprimere al meglio il loro estro. Come recitano le righe di presentazione, l’obiettivo principale è quello di donare, e non sottrarre, autonomia alle varie discipline: se la musica si può ascoltare senza osservare le immagini, lo stesso si può dire per i video, capaci di attirare l’attenzione senza l’accompagnamento sonoro. Da segnalare anche la nutrita componente italiana, con ben sei rappresentanti all’appello.

Il titolo già lascia intuire il senso dell'opera: la possibilità di trasformare l’amore in odio rappresenta l’incapacità di ogni individuo di potersi difendere davanti a un sentimento così totalizzante e inafferrabile.

La musica scorre fra riferimenti al pop d’autore di prima classe, infatuazioni classiche post-moderne, frangenti di ombrosa brillantezza. A cavallo fra il Nick Cave più posato, sprazzi di Tom Waits e anche del più maestoso Stuart Staples, “Turn Love To Hate” vive della costante e vibrante tensione che si percepisce scorrendo le sue tredici tracce, fra bordate di dolcezza strumentale e inebrianti ballate ricoperte di carta vetrata.

Episodi come “Violating” sono saggi di grande fascino e suggestione, che confermano l'abilità di Rainer nell'amalgamare influenze fra le più svariate. Crooner teso, inebriato e inebriante in “What’s Fresh Today”, Christian si rivela anche arrangiatore di razza: il violino posizionato nei frangenti giusti dona un’atmosfera luciferina al brano, che scorre nei suoi sette minuti con grande fluidità.

Proseguendo, si potrà scovare l’emozionante “Stranger”, la lunga e pulsante “Fish'n Chips (in Total Eclipse)”, cantata con il cuore strappato dal petto.

Il resto dell’opera non si discosta da quanto già esposto, ma occhio a dare per scontato il contenuto e la forma con cui ogni singolo frammento viene espresso. La sconvolgente “April Woods” è proprio l'antidoto ideale a ogni assuefazione: il duetto con una voce femminile emaciata vale già il prezzo del biglietto.

L’obbligo di ogni amante delle vituperate "canzoni d’amore" è quello di correre ad ascoltare l’arte oscura e preziosa di Christian Rainer.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

martedì 29 aprile 2008

Sparkle In Grey: "A Quiet Place" (Disaster By Choice, 2008)




Dopo quasi un anno dall’ultima uscita recensita dalle parti della Disaster By Choice (Comaneci), ritorniamo a commentare la nuova proposta proveniente da Roma: gli Sparkle In Grey. Il gruppo nasce nel 2006, quando il fondatore Matteo “Hue” Uggeri raccoglie professionisti del settore quali il polistrumentista Cristiano Lupo (componente anche dei Norm), Alberto Carozzi (presente nei Yakudoshi) indaffarato con basso e chitarra, e infine Franz Krostopovic, violinista dalla sensibilità inenarrabile. Capaci di intrecciare collaborazioni con figure eminenti dell’underground industriale quali Telepherique e Maurizio Bianchi (recente una loro prova discografica), gli Sparkle In Grey, attraverso il supporto di Giuseppe Ielasi che guida la produzione, registrano questo “A Quiet Place” che segna l’esordio dell’ennesima band italiana dal futuro quantomai interessante.

Come già successe con il disco omonimo degli Echoes Of The Whales, la miscela stilistica fra sensazioni vagamente post-rock e intromissioni elettroniche colpisce per l’ennesima volta nel segno. E’ ormai noto ai più che espedienti di questo tipo possono risultare stantii e anacronistici, come ben sappiamo, però, sono sempre stati i particolari a distinguere i dischi brutti da quelli belli. Alla luce di questo, lo sforzo del collettivo è palese e ben ripagato, non c’è un minimo passaggio in cui salta alla mente un riferimento ben preciso, si rifugge da stereotipi muffosi o stilemi ormai abusati. Vaghi riferimenti alla musica industriale di cui sembrano grandi estimatori (il gemellaggio con Maurizio Bianchi non è casuale) vengono spesso contaminati con l’amore per le sensazioni ambientali da cui riescono a estrapolare gli elementi giusti per completare l’altro elemento portante della loro musica: il ritmo. Singolari singulti al limite di certa IDM vengono fuori a spintoni in “Goose Game”, perfetta ballata elettronica crepuscolare, fra schizofrenie e magici momenti di estaticità.

Anche la cupa e introspettiva “Limporta”, pur essendo vischioso magma catacombale, si contorce sotto la spinta di un bel tappeto digitale a tratti perfino miracoloso (vedere il frangente dal minuto cinque in poi).

Se la title track sfoggia una vena più portata al dilungamento strumentale da camera (vedere i Rachel’s), la successiva “Teacher Song” incanta con enfasi minimale. Sorretta a momenti alterni da un canto di un bambino a dir poco delizioso, si avvale di campionamenti urbani a far da corollario perfetto a tre minuti di pura perfezione compositiva. La più canonica ma non banale “Pim In Delay” fa da apripista alla conclusiva “Delusion Song”, soave compendio dai tratti rasseneranti.

Zittendo inguaribili pessimisti che criticano a priori la qualità della musica di marchio nostrano, celebriamo il nuovo tassello di un mosaico artistico ramificato e pieno di sorprese; solo la curiosità di chi ascolta potrà riservare piacevoli rivelazioni.


(7)

recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 14 aprile 2008

Bitcrush: "Epilogue In Waves" (2008, n5MD)



Fra il nugolo inestricabile delle etichette presenti oggi è arduo se non masochistico riuscire a scovare realtà valide, al cui interno si muove un’entità musicale a sé stante. Il caso della n5MD, di base Oakland in California, è molto significativo. Divisa fra pulsioni post-idm e ambientazioni provenienti dal post-rock classico, la cifra stilistica del catalogo di questa realtà discografica riesce a tramutarsi in marchio di fabbrica, al livello di Type Records e Resonant.

Fra i tanti artisti che si sono lanciati e sviluppati all’interno di questa comunità, si differenzia a sua volta Bitcrush. Mike Cadoo vanta già svariati album con questo e altri moniker, la più importante fra le sue esperienze è quella con i Gridlock, ragione sociale condivisa con Mike Wells e sviluppata su territori al limite fra sensazioni ritmiche ossessionanti e velleità distese. Capace di miscelare con sapienza incredibile ingredienti e influenze variegate, Mike innesta nella sua musica un gusto tutto personale, vivido e incondizionato, sempre coerente e centrato.

Partito da un retroterra prettamente elettronico, si è poi evoluto su una formula decisamente singolare anche se non esclusiva. Ai confini di un post-rock sopraffino e tintinnante, le intrusioni digitali si fanno spesso sentire in maniera decisa e collidono con il resto della struttura, capace di sorprendere per emotività melodica e sapienza compositiva. I precedenti “Enarc” e “In Distance” erano fulgidi esempi di questa attitudine, primi due tasselli di un mosaico a tratti sorprendente.

“Epilogues In Waves”, già dai primi secondi del suo svolgimento, si candida ad opera simbolo della carriera di Bitcrush, punto di non ritorno di un processo d’ispirazione lungo e tortuoso. Fin dalle prime note di “Prologue” si viene immersi in un’atmosfera immaginifica ed estatica, un brivido comune che attraverserà tutte e dieci le tracce. Semplici tocchi di tastiera, appena solcati da un sibilo noise, calcano la scena con sensibilità vibrante. La successiva “An Island, A Penninsula” segue la stessa falsariga, composta da un accenno di programming analogico e una simbiosi batteria/chitarra talmente ben architettata da far sembrare un unico flusso i due strumenti suonati.

“Of Days” fa della sua fortuna un rullante ovattato e trattato (splendida la cassa di risonanza), in un primo episodio calmo e posato, poi saggio di una furia chitarristica senza eguali, all’interno di un finale fatto di puro rumore delizioso. Se “Tides” palpita classicheggiante con un basso che segue a ruota il pattern della batteria, la successiva “What Would Hope Be Without Disappointment” è ancor più positiva, quando il marciume digitale si infiltra come una pestilenza nello scheletro strumentale.

Piccole magie ambient nella corta “Atreaux” sono il preludio a “A False Movement, True”, una splendida suite che concentra in quattro minuti una esplosività espressiva dai rari connotati semplici ma unici.

Solcata da alcune onde marittime campionate, “Epilogue In Tides” conduce l’ascoltatore verso la conclusione dell’opera e aggiunge utili appigli per il giudizio complessivo. Sempre fedele alle idee sviluppate in nel disco, la traccia gode di grande efficacia soprattutto quando la voce decanta il suo mesto racconto. “Pearl”, con la sua sconfinata dilatazione, dona estasi esoterica a un album che si conclude mesto e sommesso con “To Drown”, marcia e industriale.

In odore di definitiva consacrazione fra gli appassionati del settore, Bitcrush incide con grande coraggio e sincerità su un genere come il post-rock, contaminandolo con le sue esperienze passate e con la grande fantasia che l’ha sempre contraddistinto, raggiungendo un risultato finale di tutto rispetto.

(7,5)

recensione di Alessandro Biancalana

Tujiko Noriko: "Trust" (Kurage, 2008)



A un anno (o poco più) di distanza da “Solo”, la giapponese Tujiko Noriko rilascia un’ulteriore espressione della sua arte pop astratta con questo “Trust”. Contenente un misto fra pezzi inediti e remix provenienti dall’uscita precedente, quest’altra raccolta sa rivelare una parte meno ostica della sua fantasia melodica. Come successe nel passato con un disco come “From Tokyo To Naiagara”, che si tratti di episodi nuovi o di rifacimenti, la patina di sconsideratezza ritmica e timbrica che ricopriva gli ultimi episodi della sua discografia sparisce a favore di intarsiature più docili, concitate e pulsanti, ma pur sempre colme di dolcezza.

“Solo” incentrava la sua ragion d’essere in un complesso intreccio di strati elettronici e strumentali, sovrapponendo la voce quasi come un accessorio di lusso. Attraverso l’intervento di sapienti addetti al lavoro, “Trust” tenta di estrapolare da questo involucro all’apparenza indistruttibile, una concitata grazia d’estrazione pop. Le canzoni inedite evidenziano una gran voglia dell’artista di tirare il freno a mano, riuscendo a mostrare un qualcosa mai completamente nascosto, dimostrando un’encomiabile elasticità stilistica e compositiva.

L’introduzione spetta a due nuovi strumentali, “Pure” e “Opening”. Se il primo si sviluppa attraverso teneri rumori urbani uniti a un accordo di chitarra, il secondo è un geniale miscuglio di field recording, archi svampiti e un tripudio di campionamenti ben collocati e incantati. Se PPA svolge un egregio lavoro di modernariato elettronico con “Magic”, il misconosciuto Hideki Akata trasforma miracolosamente “Ending Kiss” mutandola in una ballata acustica emozionante. E’ ovvio che l’accostamento di episodi misti non è di semplice riuscita, una coerenza insufficiente può risultare nota negativa per un tentativo del genere. Tuttavia, l’atmosfera comune già descritta, permette di non far perdere il filo conduttore da brano a brano.

La nuova “Wasurenai Hikari” sboccia in un campionario di colori sgargianti, adagiata su un pattern di drum-machine incontenibile, aus conferma il suo valore assoluto mettendo le mani su “Let Me See Your Face” e rendendola un vero gioiello al pari dell’originale. “Yogoreta Te No Tenshi” è il possibile singolo del lotto, fortemente improntato alla melodia, con la voce molto ben incastrata in uno scheletro timbrico arzigogolato ma non cavilloso. Miracoli del remix, con il lavoro di Damien Shingleton con “Gift”, un flusso electro-chitarristico accompagnato dalla voce smembrata e avviluppata su sé stessa.

Tujiko è ancora in grande forma ai posti di regia e scrittura, ancora in grado di piazzare due novità come “Goopiii” e “Kumo No Ue No Denwa Box”, con la prima più conviviale e solare, a tratti simile alla connazionale Gutevolk, e la seconda più ombrosa e minimale, questa volta con un velo di malinconia complessiva a coprire i suoni. Due rivisitazioni differenti di “In A Chinese Restaurant” (una di RdL e l’altra di tyme.) sono intervallate da un altro centro di Damien Shingleton (splendido il suo “The Great Advantage Of Being Alive”) con “Ending Kiss”, capace di sviscerare dall’anima di un violino un suono a tratti davvero unico.

La corta e conclusiva “Unmei” è un piccolo compendio che riassume con tatto il senso della musica di Tujiko Noriko, fra le più originali formule pop provenienti dal Giappone, la cui anima s’è evoluta con gli anni, sempre prodiga di sorprese e conferme.

(7,5)


recensione di Alessandro Biancalana

lunedì 7 aprile 2008

Breeders: "Mountain Battles" (4AD, 2008)



Il 2008 sembra profilarsi come l’anno dei grandi ritorni. Prima l’eclatante riesumazione dei Portishead, poi i mistici Chandeen e ora una band mitica dell'indie-rock, le Breeders.

L’ultima traccia che avevano lasciato di sé negli ultimi anni era stata l’album “Title Tk”, pubblicato sei anni fa. Dopo un capolavoro d’indipendenza luciferina quale era stato “Last Splash”, non fu per niente facile replicare lo stesso risultato in termini di prorompenza e coesione. Infatti, risultò una prova un po’ stanca, la classica ultima tappa di una band in crisi d’ispirazione.

Il tempo lava via indecisioni e risana menti prosciugate, questo è noto. Nel 2008 un disco delle Breeders potrà sembrare operazione anacronistica e fuori tempo, magari pure un mero tentativo per batter cassa. Tutto ciò è teoricamente possibile, però “Mountain Battles” spacca in due ogni dubbio dal punto di vista del valore musicale. Il disco, infatti, rinverdisce vecchi fasti rockeggianti; le sorelle Deal dimostrano di saper ancora sputare dalla loro inventiva compositiva pezzi al fulmicotone, esplosivi, tassativamente sotto i tre minuti, roba da far saltare sulla sedia qualsiasi appassionato di rock nel senso stretto del termine. D’altronde, una band che annovera (o ha annoverato) collaboratori del carisma e spessore di Steve Albini e Tanya Donnelly (ricordate i Throwing Muses, vero?) deve aver dentro di sé la capacità di reagire al cospetto del tempo che passa inesorabile.

L’inizio è subito spiazzante e senza compromessi. “Overglazed” stampa con la sua esuberanza ritmica un manifesto vecchio ma non stantio; l’urgenza espressiva spunta già da un incipit così immediato: semplice, diretto, cantato con trasporto, atmosferico. Insomma, già da qui si capisce che non siamo di fronte a un'operazione opportunista, ma a un’entità pulsante, frammentaria, incoerente e deliziosamente malata. Splendidi esempi di elettricità malsana si susseguono con continuità (“Bang On”, “German Studies”  ), minuscole danze folk mettono in risalto la voce corrugata ma sempre efficace di Kim Deal (“Night Of Joy”, “We’re Gonna Rise”, “Spark”).

A tratti la formula pare evoluta con risultati alterni anche se encomiabili, il rallentatore di “Istanbul” risulta quasi amatoriale ma seducente, la tesa “Wake It Off” si erge a inno dell’opera per enfasi melodica. Il cantato spagnolo di “Regalame Esta Noche” regala vivacità nella parte mediana del disco, capace anche di aggiungere un colpo country-folk di grande effetto come “Here No More”.

Nella parte finale, l’opulenza la fa da padrone, con la grassa e marcia “No Way”, sorretta da un giro di chitarra flemmatico, la zuccherosa “It’s The Love” e la title track, splendido epitaffio stravagante ed essenziale, sublimazione ed ennesima conferma del valore di questa band, con il lento crescendo della voce e le gelide distorsioni che virano verso territori inusuali.

Conclusosi con clamore e inaspettata rilevanza, “Mountain Battles” si svela tappa importante per un collettivo che pareva messo in soffitta da tempo immemore, altro sviluppo e valido corollario al computo finale, un semplice ed inafferrabile disco di canzoni sguscianti, dal fascino irresistibile e senza tempo.

(7)

recensione di Alessandro Biancalana

Chandeen: "Teenage Poetry" (Kalinkaland, 2008)


Il bisogno irrefrenabile di posare le proprie membra negli interstizi di canzoni lievi, sommesse, ma al tempo stesso palpitanti e urgenti, ha dovuto attendere ben cinque anni per essere sfogato.

Chi conosce a dovere i Chandeen saprà cosa significa questa frase. Attraverso un percorso stilistico coerente e colmo di sorprese, la band di Weimar ha varcato (spesso sfondando) le porte che dividevano generi fra i più disparati, mescolando influenze e tinteggiature stilistiche con garbo inarrivabile. Se di petto le loro canzoni paiono soffusi tocchi di dream-pop etereo (Cocteau Twins), voltando leggermente lo sguardo si possono intravedere flebili tendenze alla musica industriale dilatata, leggermente screziata da sfregi provocati dalle frange più morbide della new wave classica (Echo & The Bunnymen). In tutto ciò, un’estetica prevalentemente analogica spoglia il synth-pop dalle velleità ballabili e lo colora con stile inimitabile, trasformando il tutto in qualcosa di mistico, aureo, senza paragoni.

Il loro penultimo album, “Echoes”, risalente al 2003, evidenziava sviluppi interessanti, conducendo l’ascoltatore in evoluzioni egualmente seducenti rispetto ai loro esordi. Gli anni trascorsi hanno mutato le aspettative del pubblico, i gusti si sono piuttosto livellati, ed è naturale alla luce di ciò paventarsi una mutazione normalizzante di certe musiche. Nel frattempo il mastermind Harald Lowy si è dato da fare con progetti paralleli e con la sua label Kalinkaland, fino alla decisione di riportare sulle scene la sua creatura, plasmandone una nuova forma con grande coraggio e onestà artistica. Dopo 12 anni dall’inizio dell’avventura, con “Teenage Poetry”, i Chandeen riprendono dunque le redini del discorso lasciato in sospeso da dischi come “The Waking Dream” e “Shaded By Leaves”.

Da qualche parte all'incrocio tra la teutonica maestosità degli Aurora, i Lycia più eterei e il trip-rock fatato dei primi Antimatter; è lì che “Teenage Poetry” va a situarsi. L’introduzione a un sogno musicale sospeso fra gli steli di un mondo immaginario si concretizza nel breve subbuglio della title track, aprendo il sipario di un album più denso ed equilibrato rispetto all’antico standard del gruppo. Merito della nuova cantante Julia Beyer (già nei duri Technoir), meno "heavenly" delle due vocalist originarie, ma capace di radicarsi perfettamente nei soffici affreschi sonori di Harald Lowy.

Canzoni voluttuose che si muovono costantemente tra sogno e realtà, tra cascate di synth incantati e timidi ricami chitarristici. Un disco che pure sembra quasi mancare di una consistenza fisica, tanto la sua traiettoria è rilassata, avvolgente, ipnotica (“Looking Forward, Looking Back”). Lo sguardo smarrito nei ricordi, un malinconico sorriso che ogni tanto affiora sul volto. Fantasie romantiche e consapevolezza della propria incombente solitudine (“From The Inside”).

Scenari riflessivi e introspettivi che Harald e Julia colorano con naturalezza e una sfilata di brani straordinari: svettano le iniziali “Welcome The Still” e “New Colouring Horizon”, due miracoli di grazia e armonia; passando per estatici intermezzi strumentali (“At The End Of All Days”, “A Last Goodbye”) e più cupi ritorni alla realtà (“Clean The Traces”) sino al brano-manifesto “Dreaming A Thousand Dreams”, dilatato, incorporeo, svuotato di ogni peso materiale. Verso le stelle, verso la memoria.

La forza che permette a certi esempi di melodie di non marcire sovrastati da mucchi di pregiudizi è il suono fresco, veicolato attraverso intrecci strumentali ricercati ma non complessi, favoriti dalla presenza di una performer di grande classe. Le indicazioni stilistiche rimangono tali e quali al passato, riadattate allo scorrere del tempo ma perfettamente coerenti con qualcosa che rimarrà per sempre unico.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana e Mauro Roma