domenica 26 marzo 2006

TUNNG




una band nascosta proveniente dagli u.k. che sa rendere il folk un qualcosa di morboso e ballerino. quel tentativo di ammorbare il corpo acustico con le macchine invadenti.
I due componenti (Mike Lindsay e Sam Genders) hanno girovagato per un bel periodo intorno alla realtà indie, collaborando sia come produttori sia come musicisti in varie formazioni.
Iniziano a pubblicare dei 7" agli inizi del 2004, palesando la loro voglia di uscire dai canoni dei cantautori tutta acustica e cuore.
la primissima uscita, il singolo A Tale From Back, contenente la title-track, un gioiellino splendente e delicato, dolcemente rumoroso e scorbutico. una chitarra strimpella agonizzante, fra un drone strisciante e una polvere digitale che compare qua e la. Il ritmo è sostenuto da una drum-machine povera e malandata, degli strappi elettronici lacerano un andamento claudicante.
la successiva Pool Beneath The Pond è una canzone monca e sconclusionata, la riflessione in uno specchio distrutto della precendente.
dopo pochi mesi ecco un altro 7" ed ancora due canzoni.
Maypole Song è un giochino fantasioso e giocattoloso, Surprise Me è un perfetto connubio fra un folk amatoriale e una macchina impazzita. una miriade di bleeps va a braccetto con le note cristalline delle corde pizzicate.
dopo l'ennesimo 7" (Magpie Bites), con altre due perline sibilanti ("The Bonnie Black Hare", "Magpie Bites"), esce, finalmente, il loro album d'esordio.



Tunng: "Mother's Daughter And Other Songs" (Static Caravan, 2005)

qua c'è tutto quanto avevano già dimostrato con le loro prime prove.
una fusione assolutamente coesa e compiuta fra una chitarra che suona a bassa fedeltà e un rigurgito elettronico, una manciata di canzoni piacevolmente velenose e contagiose.
L'iniziale Mother's Daughter è un lamento ossessionante e magico, fra rintocchi solenni e un battito che rimbomba. Due voci decantano la loro poesia raccontando storie fantastiche ed immaginifiche.
un mantra oscuro e rimbombante, si dipana fra la notte (People Folk), sfigurare un qualcosa che si chiamava canzone, fra una parola che si sdoppia e delle note che non sanno più dove collocarsi (Out The Window With The Window).
Beautiful And Light è un vero e proprio capolavorino con quel goccio di pazzia compositiva, sapiente lavoro di costruzione ritmica, in cui il battito è davvero ben ibridato con uno strappo digitale da una parte e uno strimpellare felice dall'altra.
Di Tale from Back abbiamo già parlato prima e, rispetto alla prima versione, c'è soltanto un arrangiamento che si fa più vivo e ricco.
Song Of The Sea mi ricorda i deliziosi Woodcraft Folk, per il gusto lo-fi e bambinesco. La fisarmonica libera suoni d'altri tempi, un banjo pare uscito da un concerto country, la percussione è finta e si connubia perfettamente, senza lasciare perplessi.
Kinky Vans è forse (anzi, lo è) il pezzo più bello del disco.
Sdruciture elettroniche, contornate da un oblio di glitch-ettini, notarelle storpiate, un groove IDM, momenti di marasma orchestrale, con un violino e un cello che si intrecciano come due amanti. 5 minuti di pura sperimentazione dolcemente accessibile.
Una pioggia bagna un fiore e lo spezza involontariamente, con un gruppo di amici a pochi passi che cantano una litania fra il malinconico e il nostalgico (Fair Doreen), un'insistenza quasi danzerina seduce una chitarra ben vestita (Code Breaker).
Conclude Surprise Me, di cui ho già parlato e non posso che confermare quanto detto: classicità deformata, una canzone gustosa e saltellante.
Arrivati al 2006, spunta The Pioneers, un EP bellissimo.
si parte con il remix di un pezzo dei Bloc Party, la title-track.
questo pezzo è fantastico, non ho altro da dire.
andamento sincopatico, un cantato che va a rima come un poeta scrive il suo poema, il battito digitale è gentile e conciliante, i rumorini metallici in sottofondo sono un brivido che ti sale per la schiena.
quando si approccia una voce femminile il tutto si tramuta in candore, fra una vocalizzo angelico e un racconto congelante.
uno dei rifacimenti del 2006, ci sono poche storie.
un remix di Tale From Black sono scheggie glitch che pungono con dolore e sensazioni contrastanti, la riproposizione della vecchia Pool Beneath The Pond è soltanto benvoluta, ancora più tenera e graziosa, ma confusionaria e distratta.
spero vivamente che prima o poi si facciano un giretto in Italia per regalarmi queste emozioni dal vivo, per godere, a turno, di una chitarra che gentilmente si concede, e uno schiocco che con il suo approccio ballerino mi farà sognare.

sabato 25 marzo 2006



visto la settimana scorsa. non mi ha impressionato.
una discreta storia adolescenziale, fra vendetta, amicizie controverse, rapporti frustranti.
la colonna sonora è molto avvolgente e gli attori discretamente espressivi, con punte di malinconia discrete.
il film nel complesso è carino ma la storia, non so, non mi ha avvolto completamente e ne sono rimasto un po' estraneo, senza affascinarmi.
ripeto, magari ce ne fossero sempre di film così, sopratutto in questo ambito.
da ricordare i diversi premi che ha vinto. secondo me, in parte meritati.
da segnalare il finale. lacrimevole e significativo.
comunque sia merita la visione.
SAIMIR (Francesco Munzi)



toccante, veramente toccante.

non avevo mai visto un film sulla degenerazione dell'immigrazione in Italia.

il film che avrebbe voluto fare Tullio Giordana, sprofondato nella banalità con la sua ultima prova. agghiacciante e superficiale.

qua dentro io c'ho visto moltissimo dell'ultimo fantastico film di Amos Gitai, Terra Promessa. i due film sono molto diversi, ma i temi di fondo, l'intenzione è quella. mostrare un mondo vagamente immaginato ma mai mostrato con tutte le sue verità laceranti.

Francesco Munzi è già autore di ottimi lavori, i cortometraggi Giacomo e luo ma e Nastassia, rispettivamente del 2000 e del 1996.

questo film è bello e lacerante, vero e diretto.

si racconta la storia di un ragazzo albanese costretto a una vita fatta di furti, trasporto di gruppi di persone in Italia, aiutando il padre in questo traffico illegale e maledetto.

Saimir è un ragazzo testardo, dolce ma soccombente ai voleri del padre, d'altrocanto è l'unico modo per la loro famiglia, altrimenti costretta alla fame.

l'amore per una ragazza morto sul nascere, palesando la sua incapacità d'instaurare rapporti umani, relegato in un'esistenza fatta d'immagini strazianti.

la sua vita è uno schifo.

fra un furto e l'altro, nella sua testa medita la svolta.

toccante la sequenza in cui assiste al raggiro sottoposto ad un ragazzetta di 15 anni, a cui è stato promesso d'andare a Milano. sarà portata in un bordello, per fare da giocattolo sessuale. assite e soffre, assiste e muore dentro di se.

più le immagini scorrono, più non riesce a vivere in questo mondo che gli gira intorno.

si ribella, lascia andare tutto.

il finale è, per così dire, la dimostrazione della sua bontà.

i cattivi vengono rinchiusi, il suo viso scorre in un auto, al tramonto, con la musica che suona, il sole che splende per l'ultima volta, nel giorno più caldo e bello della sua vita.
Ossessioni della settimana



Ant: "Footprints Through The Show" (7)

ma che bello questo disco..
acquarelli folk di delicatezza floreale e bellezza cristallina.
il trittico iniziale è da lacrime gioiose e sorrisi malinconici.
mi riesce difficile togliere dal lettore mp3 questo disco, mi ritrovo spesso a cantare queste canzoncine deliziose.
Slipped Away mi ha gonfiato il cuore d'amore e felicità.Cool



Castanets: "First Light's Freeze" (8)
Castanets: "Cathedral" (7,5)
Castanets: "What Kind Of Cure" (7,5)

eccoci qua, davanti a una band fra le più (immeritatamente) dimenticate.
un frizzante ibrido fra un folk cristallino e un'elettronica spumosa e colorata.
sia il lato più intimista e scarno (What Kind Of Cure), sia gli scampoli più alieni e disturbati (First Light's Freeze), sono un piccolo sogno magico che si realizza.
Good Night, Yr Hunger è balletto amatoriale, No Voice Was Raised è bella da far male. mira al cuore, proprio nel centro.



Caroline: "Murmurs" (8)



Artiste Jappo della settimana

 

+



Melody: "Be as one" ( /10)
Melody: "Sincerely" (7)
Maaya Sakamoto: "Yunagi Loop" (8)

è uscito il secondo disco di Melody..
erano mesi e mesi che aspettavo questo disco, propio un'attesa snervante.
quasi intimorito dalla delusione avuta con Ayumi Hamasaki (Sad), non mi sono fatto aspettative d'ogni sorta e ho ascoltato questo album con tranquillità. e ho fatto bene.
ieri mattina mi è arrivato il pacco dal giappone.
Be as One è bellissimo.
see you... mi sta colorando le giornate d'un atmosfera tenue, la title-track è pianto felice, Realize si candida fra i pezzi jappo dell'anno. Close Your Eyes non è ancora realizzabile. fra qualche giorno capirò che è vera. un voto per ora non c'è.
anche il primo Sincerely non è affatto male, visto che contiene canzoni come Just Be a Man, Over The, Cristal Love. Gocce di rugiada splendenti.
vabbè, eppoi c'è Maaya. Lei non mi tradisce mai.


Sorpresa della settimana



Temporary Residence Limited. 1st Episode

The Anomoanon: "Everything Comes & Goe" (7)
The Anomoanon: "Joji" (7)
The Anomoanon: "Asleep Many Years in the Wood" (6,5)
Bellini: "Small Stones" (8)
By The End Of Tonight: "A Tribute To Tigers" (7)
Cex: "Starship Galactica" (7)
Howard Hello: "EP" (7)
Howard Hello: "Don't Drink His Blood" (7)
Eluvium: "An Accidental Memory In The Case Of Death" (7,5)
Nice Nice: "Summer" (7)

conoscevo già qualche disco di questa etichetta, ma non avevo mai approfondito fino a fondo. diciamo che ero rimasto alla discografia dei Fridge e poco più.
dopo la folgorazione per Caroline mi son deciso ad ascoltare buona parte, se non tutto il catalogo.
beh, ne sono rimasto affascinato.
i Bellini li conoscono già tutti e il disco indicato è un siluro di distorsioni, gli The Anomoanon sono un carillon autunnale per casette di montagna, con canzoni belle da far innamorare.
passando per gli schizofrenici passaggi post-noise-rock dei By The End Of Tonight, cullando sogni immaginifici con l'ambient delicata di Eluvium, toccando le stelle con Cex.
menzioni specialissime per Nice Nice e Howard Hello.
i primi sono uno sperimentalisimo alieno e scuro, fra uno space-rock stellare e un rumore di sottofondo che ti sfonda lo stomaco. Deliranti.
simili ai Tarentel, ma più eterei gli Howard Hello. un incubo delicato e appartato, con canzoni come Even More Of The Same e Follow che non lasciano scampo. Sognanti.
prossima settimana ascolterò un'altra manciata di dischi e vi farò sapere.

giovedì 23 marzo 2006


Juan Atkins: "The Berlin Sessions" (Tresor, 2005)


Uno dei massimi padrini della techno marchiata Detroit ritorna alla ribalta con sei tracce intitolate nella maniera più appropriata, semplicemente: "The Berlin Sessions". Deragliante semplicità. Strabordante perfezione.
Torna l'uomo che ha ribaltato con scossoni tellurici tutta la storia dell'elettronica: dal progetto Model 500 alla storica etichetta Metroplex. Impartendo lezioni a destra e a manca, dando le basi per lo sviluppo della musica-tutta.
Pensare a un disco di Lui ieri e veder una nuova uscita oggi rende il tutto leggermente straniante. La techno, a corto di soluzioni innovative, stagnante, addizionata solo di bpm, estremizzata in questi anni, al suo cospetto si blocca. Il suo tocco immobilizza mente e corpo. Non accenna a cambiare al cospetto del tempo, un tempo che sembra non passare. O semplicemente ancora lontano, ancora una volta. Non rimane nient'altro che ascoltare in silenzio. Catarsi interplanetaria.
Il disco è prodotto insieme a una nuova promessa della techno berlinese, Pacou, e non poteva che essere pubblicato dalla storica Tresor.
I suoi groove cosmici sanno di spazio. Profumano di leggenda. Ed è leggenda, sono mani che assemblano una dimensione parallela. Trasportano l'inconscio in una realtà fatta di ballo, sangue, buio ed esplosioni luminescenti. L'anima del dancefloor riluce nuovamente sotto il colpo della cassa. Luccicanti aneliti stellari, sofferenti interiora funk, perfidi stomp ossessionanti. È l'antico splendore che sembrava perso, un genere chiuso tra introspezioni minimali molto spesso autoreferenziali e macrobeat serrati, costruiti per l'amalgama chimica di un rave. Bleep sovente si intromettono con coraggio apprezzabile e paiono pianeti lontani rispondere al richiamo del suono. Atkins ci introduce ancora nel suo mondo di visioni techniche, è incredibile pensare alla longevità creativa di questo uomo. È un piacere straordinario sentire ancora quei suoni, prodotti ora per suonare nel 2005, ma che fanno comunque da apripista.
Musica per un club di alieni su Marte a migliaia di chilometri sottoterra. La terra trema e non può esimersi dal farlo. Ogni singolo insignificante granello batte, sbatte, ritorna, compone, distrugge.
Fondamenta techno, animo house, screziature elettro. Turbine devastante di generi e influenze. Materiale immortale e immarcescibile. Mai un club terreno potrà riprodurre un ambiente adatto per ospitare timbri, schiocchi, sciabordate di questa portata. Lo spazio verrebbe saturato e l'ossigeno disintegrato. Saturazione inevitabile, insopportabile. Solo il silenzio potrebbe ascoltare.
Suoni moderni, l'acidità che si impossessa del beat nella quinta sessione, quel suono idraulico che Atkins utilizzava quindici anni fa, e che ora l'house imbastardita ha adottato, qui torna a casa. Una progressione di suono che punta verso vette di nuova vita, l'eco analogico unito alla modernità digitale, senza mai invadersi, fondendosi anzi.
Ci si potrebbe chiedere cosa c'è di miracoloso in un album che sembra non avere nulla da aggiungere a quello che disse già in passato Mr. Mastermix, o che non dissero già Hawtin, Silent Phase e soci. La risposta è nell'ascolto. La risposta è la classe sovraumana di un uomo che dopo aver fatto storia, dopo aver fatto spazio alle nuove leve minimali quando il suo tempo sembrava essersi concluso, è tornato a dettare legge. Una legge primitiva, quella del ritmo. Quello di trovare sempre nuove soluzioni in un suono secco e preciso, senza la follia iperproduttiva di quell'Aphex Twin che continua a essere in gran forma.
Atkins è un uomo che mette il proprio suono davanti a tutto. Lo dimostra il centro del disco, la terza e quarta sessione, opposte. L'antitesi l'una dell'altra. La prima risucchiata nel vortice castigato di microvariazioni, di suoni d'ambiente e una cassa, piccola, a scandire il tempo. Uno sguardo a un tempo forse un po' grigio. La seconda, opulenta, macroscopica. La cassa piena, un piano funk e synth a colorare il suono. Raramente una canzone ha avuto così tanto corpo, si sente addosso questa profusione di solarità. È una sensazione incredibile.
La chiusura è affidata al remix e reinterpretazione della prima traccia. Pacou incattivisce il suono, lo rende tribale e trascinante, un beat lento e cupo, come una chitarra degli Jesu è un vortice malato. Una depressione cosmica che muta lentamente per poi morire lentamente. Se ha avuto l'onore di collaborare con un gigante come Atkins non è stato per caso.
Il disco si ferma. Rimane lo stupore davanti alla bellezza di questa creatura. "The Berlin Sessions" è un viaggio nella techno, di qualsiasi estrazione. Juan Atkins ha colpito ancora. La musica elettronica nel 2005 ha ritrovato il suo miglior profeta.



(8,5)


Recensione di Biancalana Alessandro e Guidetti Alberto



Edie Sedgwick: "Her Love Is Real... But She Is Not" (De Soto, 2005)

Guardate la copertina. Riconoscete quella faccia spiritata? Si, è lui. Il bassista degli ex-El Guapo (ora Supersystem), tale Justin Moyer che diventa una drag queen. E' lui il protagonista di questo nuovo disco della combriccola. Si traveste da donna, un po' di rossetto, sguardo effemminato, abiti stravaganti (guardare il booklet per credere) tanta voglia di divertire e un nome forgiato per l'occasione: Edie Sedgwick. I titoli delle canzoni dedicati a vari attori (!?!, umoristicamente serio il racconto presente nel booklet). Il disco? Beh, siamo sulle coordinate dell'album uscito da poco sotto il nome Supersystem ("Always Never Again"). L'unica differenza sta nel fatto che l'evoluzione dei nostri è stata su ritmi più dancy, questo riprende l'anima giocosa e lo spirito del divertimento che più gli si addiceva. Per capirici, siamo sulle orme di "Fake French" (firmato El Guapo). Canta solo Justin coadiuvato da Pete Cafarella e Rafael Cohen, e il risultato è uno spasso totale. Drum-machine in delirio, synth presi da forti convulsioni, voci in loop e un sacco di pazzie assortite.
Si parte con un pezzo ("Martin Sheen") basato su un giro di synth simpatico e seguito da un groove veramente contagioso, la voce cangiante che ne segue è perfetta. Si applaudono pure da soli nel finale. Spassoso. Sulle stesse basi si attesta "Sigourney Weaver": synth svolazzante, batteria in amplesso, voce assatanata. Segue una techno-song ("Robert Downey Jr.") da far impallidire: drum-machine possente, organo trattato in sottofondo e voci in loop che rendono il tutto alquanto straniante, ma al contempo originale. Si avvicenda un minuto scarso di pazzia pura ("Lucy Liu"), vari strumentini elettro liberi di intrecciarsi, come non si sentiva dai tempi di "Super/System" (sempre sotto nome El Guapo). Il risultato rimane ai quei livelli. Altra gemma: "Molly Ringwald". Base di basso, ritmo tenuto dalla drum, chitarra molto eterea, coro in loop in sottofondo; mettiamoci altre convulsioni digitali sul finale e amenità assortite: stupenda.
"Michael J. Fox" forgia un suono elguapiano, coretti da sbellicare, rumori che provengono dal nulla, strumenti elettronici sapientemente dosati, fantasia da vendere. Ecco un pezzo tipicamente punky-funk, come vuole il trend attuale ("Arnold Schwarzenegger II"); forse l'unico un po' troppo normale rispetto al disco. Il finale rimane comunque divertente, come sempre del resto. Vera techno in "Tim Robbins", con groove possente, soltanto un minuto rosicchiato, purtroppo. Si prosegue con "Harrison Ford": altro pezzo non dissimile dai tratti descritti sopra, comunque marchiato da ritmi spezzati e da una melodia malata.
Mancava proprio di nominare il buon "Tom Hanks (II)". Ed ecco qua l'ennesimo pezzo da ricordare. Inizio stranamente pacato, con Justin che recita nel silenzio, quando inizia la base musicale sono faville: una drum-machine così giocosa non si sentiva da un po'... da ascoltare in loop per ore. Avanti con un pezzo abbastanza standard ("Sally Field"), forse l'unico un po' stanco. Le coordinate sono quelle di brani piu inspirati, ma la melodia non prende. Li perdoniamo. Il penultimo pezzo è una piece per organo (da messa), rumorini glitch in sottofondo e voce struggevole: interessante. Chiusura affidata a "Haley Joel Osment": altra meteora volante che ti prende e non ti lascia più.
Cosa dire di questo disco? Nel complesso è da ricordare. Nei singoli episodi siamo davanti a un lavoro molto ben fatto, che cade solo su alcuni pezzi un po' meno ispirati ("Sally Field", "Arnold Schwarzenegger II"). Rimane questa la strada che dovranno seguire i compagni del nostro Justin: divertirsi e farci divertire con i loro motivetti accattivanti e la loro fantasia. Lasciar perdere velleità troppo dance e riprendere il cammino iniziato benissimo da "Super/System" e "Fake French". Promosso a pieni voti.

(7)


Spoon: "Gimme Fiction" (Matador, 2005)


Provenienti da Austin, Texas, sembrano il solito gruppo di indie-rocker. Quanto di più sbagliato. Ripudiati dalla Elektra (stessa esperienza provata dagli Stereolab) per le vendite non all'altezza.

Linee melodiche fresche e sapienti. Intrecci e rimandi eccelsi, riproposti con gusto e sapienza. Arrivati al quinto disco, il loro itinerario artistico s'è sempre sbrigato egregiamente con un post-punk al vetriolo e un'anima indie. Linee tastieristiche sbarazzine e un'ottima sezione strumentale caratterizzano il loro repertorio. A completare il tutto si aggiunge una voce tipicamente wave.


In questo album cercano di modificare (rinnovare?) il loro stile deviando su un approccio leggermente oscuro e ombroso. Un approccio quasi dark. Sontuoso lavoro sonoro e pregevole precisione certosina nella composizione di ogni singolo timbro. Un impegno tale da rendere le loro canzoni talora irriconoscibili rispetto al passato. Si rimane spiazzati davanti agli episodi del disco.


Già dall'apertura ("The Beast And Dragon, Adored") s'intravede un andamento lento e pacato. La voce non dispiace e si incastona perfettamente con il contorno. Parole decantate con stanca sicurezza. Batteria sfacciatamente slow-core ammalia, chitarra distorta sovente screzia il normale percorso. Un piano sornione impreziosisce con placide note di straziante malinconia. Colonna sonora per un notte scura e ubriaca.

Proseguiamo con la più solare "The Two Sides Of Monsieur Valentine". Immaginaria storia di un fantomatico signor Valentine. Guitar-pop destabilizzato da intramezzi di cello e andamento claudicante, sicuramente non regolare. Gli interventi classici non risultano ingombranti e, anzi, danno un ché di puro e incalzante ai tre minuti scarsi della canzone.


La vera rivoluzione del suono spooniano la troviamo nella successiva "I Turn My Camera On". Irresistibile groove rallentato, batteria in 4/4, voce perfetta e mutata rispetto ai rispettivi episodi. La chitarra scandisce il battito della batteria con regolarità chirurgica. Variegati strumenti acustici fanno da sottofondo. Non un tassello fuori posto. Qua risentiamo il primo Elvis Costello che fa finta di suonare gli Hall & Oates. I più attenti riscontreranno in questo pezzo qualche (lontana) somiglianza. Si tratta, infatti, della riscrittura (completa) della "Emotional Rescue" di stoniana memoria.


"My Mathematical Mind" spiazza con un (iniziale) chorus di piano e un sapiente uso della sezione ritmica. Presa ipnotica e non immediata. Andamento dinoccolato e perfezione d'intenti. Fondere l'estetica naif del carrozzone indie con una composizione spumeggiante e senza pause. Crescendo strumentale sul finire ed esplosione di rumori provenienti da ogni dove. Straniante oltre ogni aspettativa.


Coacervo di chitarre amplessate, nel cuore del disco, in "The Delicate Place". La batteria è introdotta verso il primo minuto da un ritmo contagioso e non lascia scampo. Sparute chitarre spaziali solcano il cammino della canzone. La voce, lodevole e in evidenza per tutto lo svolgersi, snocciola il testo con appararente distacco. Soltanto apparente, visto che il coinvolgimento è massimo. Ammorbante.

Classicità in "Sister Jack". Sulla superficie una ballata elettrica con andamento irregolare e allegro. Solito marasma chitarristico contraddistingue il loro marchio e come al solito non dispiace, rimanendo, peraltro, l'episodio meno rimarchevole dell'opera.


Stupendo pattern di batteria e guitar-session da favola in "I Summon You". Come enfatizzare il mood smodatamente notturno che caratterizza tutto l'album dando quel tocco di originalità senza esagerare. Umili.

Non ci discostiamo nella traccia successiva. Il morboso stomp della batteria fa da compagno al coraggioso (!) synth in sottofondo. Interventi pianistici accostati a sovrapposizioni vocali. Poliedrici.


Arrangiamenti e produzione sfavillante caratterizzano anche le successive tracce senza lasciare mai un anelito di indecisione, né un gusto amaro.

Ritorna un inedito (per loro) synth nella successiva "Was It You?", dove la voce capita sporadica presentando un brano perlopiù strumentale. Stimolanti linee elettroniche stuzzicano l'orecchio, sottofondi di pulviscoli chirarristici terminano il quadro.

Si conclude il cerchio con il rock strapazzato di "They Never Got You" e l'apprezzabile se non decisiva conclusione di "Merchants Of Soul".


Gli Spoon hanno forgiato una formula tutta loro, ovviamente debitrice di band storiche (Television, Sonic Youth, ecc.), ma in ogni singolo angolo innovativa ed emozionante, senza sfoggiare una pedante trasposizione di suoni vecchi di 20 anni.

La nuova via dell'indie-rock americano.


(7)