Tornati in ballo dopo quattro anni dal buon “Speculation”,
i tre tedeschi To Rococo Rot sbarcano in Italia per presentare il nuovo
album “Instrument”. Già stati a Bologna anni fa, la band teutonica
conferma l'assoluta validità di una musica che pare in questi anni un
po' sfiorita a livello di interesse discografico. Alfieri di quel
post-rock (per non parlare dei fondamentali Tarwater) debitore tanto al kraut-rock quanto all'elettronica, i fratelli Lippock e Stephan Schneider mettono in ballo uno spettacolo live di assoluto valore.
La simpatia un po' impacciata di Robert Lippock
funge da intermezzo fra le varie esecuzioni in cui ritmo, melodie
cibernetiche e atmosfera, si fondono in maniera magistrale. Dove il
batterista Ronald batte com un metronomo fra batteria classica, hand clapping
e percussioni varie, il bassista Stephan fa da collante con un lavoro
encomiabile a livello di precisione ed efficacia. Il protagonista di
tutto il suono che ne risulta è ovviamente Robert Lippock, il quale
sfigura le basi dei pezzi preregistrati con varie manipolazioni live ed
effetti di altissima resa. Fra pezzi dell'ultimo disco – il quale si
avvale della collaborazione di Arto Lindsay
in cabina di regia - e riesumazioni varie nel vasto repertorio più che
decennale, i tedeschi danno una lezione a molti artisti più giovani su
come comporre ed eseguire suite strumentali praticamente perfette. I
reticoli electro a metà fra techno, IDM e glitch-music sono il perfetto corollario ad una struttura ritmica che è a conti fatti un rigurgito del kraut-rock classico dei vari Can e Neu!, il tutto si presenta in assoluta armonia, senza forzature di nessun tipo e con un livello di coinvolgimento molto alto.
Con
una durata che si aggira in torno all'ora e mezzo – compreso un encore
di due pezzi – i tre reduci da un'era che pare lontanissima, hanno
ricordato che pure uno stile fuori moda può donare emozioni fuori dal
comune.
recensione di Alessandro Biancalana
sabato 25 ottobre 2014
venerdì 10 ottobre 2014
FaltyDL: "In The Wild" (Ninja Tune, 2014)
Giunto alla prova del fuoco dopo tre album poco meno che straordinari, Drew Cyrus Lustman in arte FaltyDL pubblica “In The Wild” sempre su Ninja Tune dopo due uscite con la Planet Mu. Se “Hardcourage” era uno scintillante successore del suo album migliore (“You Stand Uncertain”), questa nuova tappa del percorso dell'americano ha fin da subito la stimmate del disco di transizione.
Spiace constatare la sostanziale confusione ed indecisione che attanaglia la musica del fin qui poliedrico compositore a stelle e strisce, giunto a un punto di svolta ed apparentemente incapace di trovare uno sfogo alla sua immensa creatività. Le diciassette tracce di “In The Wild” sono un miscuglio di UK garage, rivoli di future jazz e tentazioni IDM che girano su sé stesse, trovando occasionalmente lo spunto interessante (i loop vocali di “Do Me”) senza tuttavia raggiungere un'efficacia d'insieme. Lo stesso meticciato elettronico che aveva contraddistinto gemme come “Stay I'm Changed”, “Uncea” o “Korben Dallas”, anche solo facendo riferimento al disco precedente, qua non ha la medesima presa, sfociando in primis in una prosopopea infarcita da inspiegabili intermezzi da poco meno di un minuto.
Quando un minimo di vibrazioni tornano a scuotere il torpore, viene fuori qualche buono spunto (la cantata “Frontin”, il buon pathos di “Dos Gardenias”), sopratutto con “Heart & Soul”, l'unico vero episodio degno del passato, canzone magistralmente avviluppata fra scosse UK garage, movimenti dubstep e campioni vocali. Il resto è calma piatta o quasi, fra uscite proto-ambient (“Grief”), IDM dal sapore Warp (non male “In The Shit”), ed alcuni manierismi evitabili (“Dånger”, “Some Jazz Shit”).
L'unico modo per superare la tangibile delusione dopo l'ascolto del quarto disco di FaltyDL è tornare ad ascoltare i precedenti tre, con la speranza che questo sia solo un errore di percorso. L'americano ha in mano la sua carriera ancora giovane, il suo talento non ci tradirà una seconda volta, ne siamo sicuri.
(5)
recensione di Alessandro Biancalana
giovedì 4 settembre 2014
Piana: "Muse" (Guns N' Girls Records, 2014)
Fin dagli inizi degli anni Duemila, gli artisti nipponici e l’estetica del Sol Levante sfondarono oltre la madre patria in vari contesti musicali. Gli ambiti coinvolti sono stati molteplici, dall’elettronica (fra i tanti si possono citare aus, Kashiwa Daisuke, Aoki Takamasa), alla musica d’avanguardia più estrema (il più celebre è Haino ma il sottobosco è infinito), fino a molti artisti collocabili in territori ibridi. Fra questi ultimi si fecevano largo musicisti in perfetta sintonia con il periodo.
Quando in Europa esplodeva l’indietronica, in Giappone personaggi come Gutevolk, Takagi Masakatsu, Tujiko Noriko o Moskitoo (tornata anche lei dopo tanto tempo con “Mitosis”) dipingevano timidi acquerelli che furono accomunati sotto la corrente glitch-pop. Il perfetto connubio fra estetica zen, intromissione dell’elettronica e strumenti acustici misero in risalto talenti meritevoli d’attenzione al di fuori del numero raccolto di appassionati del genere.
Quando tutto sembrava pronto per uno sbarco su larga scala di certi suoni, qualcosa si è interrotto: infatti, molti dei rappresentanti di tale corrente hanno smesso per anni di produrre musica; una realtà come l’etichetta Daisyworld Discs, fondata dall’ex Yellow Magic Orchestra Haruomi Hosono – un po’ il simbolo del glitch-pop insieme alla Noble Records e la 12k – affievolì la produzione fino a terminarla prematuramente lasciando in sospeso molte cose.
In tutto ciò Piana, al secolo Naoki Sasaki, si fece notare con le sue debolissime simmetrie elettronico-acustiche nei tre splendidi album “Snow Bird”, “Ephemeral” e “Eternal Castle”, pubblicati nel giro di quattro anni. Dopo di ciò un silenzio durato più di sette anni, equivalente a un’era geologica in termini di mercato discografico.
“Muse” è un album a tratti nostalgico, diverso dai suoi predecessori ma in qualche modo collegato. La formula si attesta su un pop fragile e crepuscolare, sorretto da filamenti elettronici sottilissimi, una voce che sa toccare importanti vette di lirismo e una base acustica sempre ispirata. L’uso dell’elettronica è sempre di stampo prettamente minimale (le splendide favole zen di “In Silence” e “Imaginary Window”), nonostante si noti la voglia di rinnovare attraverso trasfigurazioni più ardite; notare come in “Borderless”, “Ruins” e “Phosphorescence” si sfiorino spesso ritmi techno-pop. Nelle nove tracce viene dato molto risalto al piano come strumento principale (il cantato inglese di “I Think…”, i raffinati intrecci di “7 years”), come nella chiusura “Tohanabi”, dove la grazia delle note pare raffigurare un magico affresco sonoro paragonabile alle composizioni floreali ikebana.
Se “Muse” sarà per Naoko Sasaki l’occasione per riprendere in mano la propria carriera musicale o solo uno sparuto ritorno alle scene, questo ce lo dirà solo il tempo. Fatto sta che la sua musica, fra mille turbinii luccicanti e tendenze più o meno durature, mancava all’appello a molti ascoltatori. Possiamo solo augurarci che l’attesa per un nuovo album non siano altri sette, interminabili anni.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana
lunedì 28 aprile 2014
Liars: "Mess" (Mute Records, 2014)
Arrivati al settimo album in studio dopo quasi quindici anni di attività, i Liars hanno forgiato uno stile distintivo e una personalità riconoscibile. Sempre imprevedibili, intellettuali schizofrenici e fuori dagli schemi, hanno manipolato generi e stili giocando a nascondino con gli ascoltatori. Se gli esordi sorpresero per gli assalti no-wave e una potenza espressiva impressionante, negli anni si sono progressivamente avvicinati a una struttura elettronica debitrice tanto al synth-punk dei Suicide, quanto ai ritmi dance della EBM anni 90 che tanto faceva faville nei club vagamente dark di quei tempi, oltre ovviamente alla techno e in parte l'house. Visti dal vivo sul finire del 2012, l'uso predominante di drum-machine e synth taglientissimi confermava la tendenza; i tre americani sapevano già dove volevano andare a parare. “Mess” è l'inesorabile, definitivo e completo approdo a questo stile, una personale ed ulteriore definizione di punk.
Il nuovo album dei Losangelini gioca ad essere un album dance senza esserlo mai definitivamente, mischia le carte buttando dentro versioni distorte del synth-pop, della techno e dell'elettronica in generale. Versioni dei Depeche Mode imbottiti di ansiolitici affiorano negli episodi più “pop” (il singolo di lancio “Mess On A Mission”, le bordate taglienti di “Vox Tuned D.E.D”), trasfigurazioni techno mischiano le carte virando verso lidi finora inesplorati dal gruppo (sia “Darkside” che “Mask Maker” ricordano le cose di The Architect), mentre i rimandi prettamente EBM danno un esempio di cosa significhi il termine dance per i Liars (i giri circolari del synth di “I'm No Gold”, le stasi e le implosioni di “Pro Anti Anti”). La vena fortemente sperimentale della musica partorita dai “bugiardi” rimane nelle scomposte note che reggono la difficoltosa “Can't Hear Well”, nelle deliranti e dolorose note della lunga “Perpetual Village”, oltre al finale “Left Speaker Blown”, nove minuti di catarsi malata, una purificante discesa agli inferi, il perfetto compimento che riesce contemporaneamente a spalancare le porte al nuovo rimanendo fedeli al passato.
Forse accolto in maniera incerta per i fan di vecchia data, “Mess” in un certo senso dà un calcio al passato senza rinnegarlo, impasta nuove tendenze e le centrifuga con il solito piglio iconoclasta. Dopo anni di sferragliate chitarristiche e drumming incessante, forse la via dell'elettronica potrà essere nuova linfa vitale per una band mai doma e sempre pronta a sorprendere.
(7)
recensione di Alessandro Biancalana
Davide Matrisciano: "Il profumo dei fiori secchi" (Prehistorik Sounds, 2014)
Dopo il buon esordio targato 2012, Davide Matrisciano torna a distanza di due anni con un nuovo album. Come già annunciato sul finire del comunicato stampa di “Traffuci di pulsazioni (9 modi di intendere il frastuono)”, il cambio di rotta è veramente importante. Se il precedente album proponeva un'elettronica strumentale ispirata tanto all'ambient quanto al marchio Warp, “Il profumo dei fiori secchi” vira su un cantautorato raffinato che ricorda in modo abbastanza forte tanto Battiato quanto David Sylvian. Ed è proprio il maestro siciliano a marchiare a fuoco il progetto del quasi trentenne Matrisciano.
I testi, in continuo bilico fra colto e non-sense metaforico, ricordano i sofismi che hanno reso famoso Battiato e la sua musica. Questa somiglianza – in alcuni casi si sfiora il tributo – risulta troppo forte, inficiando le peculiarità di liriche che troppo spesso sfociano in un'eccessiva sofisticatezza. Per quanto riguarda la musica, siamo di fronte a tutto il talento già espresso in precedenza. Niente da dire sulle brillantezza del synth che qua e là dipinge melodie bellissime (“Corrente elettronica e papaveri”, “Al di là degli ombrelli”, “Esternazione delle ombre”), mentre quando vengono rispettati gli stilemi pop-rock le tracce sono un po' scialbe (“Armonia irreversibile”, “Legni bruciati”). Nel momento in cui vengono infrante le regole i risultati sono apprezzabili (l'andamento spezzato di “Guarda su”, la splendida “Ho camminato su un aquilone”), tuttavia l'impressione, con lo scorrere – a volte un po' farraginoso – dell'album, è che l'artista abbia fatto il classico passo più lungo della gamba. Per sostenere una tracklist da quindici canzoni con una durata media di quattro minuti e mezzo, c'è bisogno di un'ispirazione davvero baciata dalla grazia. Nonostante ci siano delle buone – a volte ottime – cose (vedi i rivoli elettronici di “Soli tra i fiori”), alcuni passaggi a vuoto vanificano uno sforzo compositivo ambizioso. Sicuramente con qualche traccia in meno e testi più intelleggibili, il disco ne avrebbe guadagnato di fruibilità, rendendo il tutto più coeso e compatto.
Rimane comunque apprezzabile la voglia di cambiare, la qualità dei riferimenti, e il talento melodico che rimane intatto anche nei momenti interlocutori. Il coraggio di fare qualcosa di nuovo deve essere sempre premiato, dunque per Matrisciano non si tratta di una bocciatura ma di un semplice incoraggiamento a fare qualcosa di più, superando i limiti imposti dall'inesperienza.
(6,5)
recensione di Alessandro Biancalana
lunedì 7 aprile 2014
Gianfranco Grilli: "Eastern Chillout" (Halidon, 2014)
Gianfranco Grilli, ad un anno scarso di distanza da “Ancient Roads”, torna sul mercato con “Eastern Chillout”, un titolo che esemplifica il cambio di rotta messo in atto dal compositore marchigiano. Siamo infatti di fronte ad un album di pura chillout music. Se lo spirito da corriere cosmico rimane in qualche frangente, sopratutto nell'uso dei synth, la battuta bassa, imparentata con la tradizione della bass music e del downtempo, e l'uso delle percussioni ricorda più una stanza da cocktail che i viaggi lisergici della kosmische musik.
Nonostante gli stilemi di questa corrente musicale siano stati abusati fin a rendere il genere pura spazzatura da bar di serie b, Grilli riesce a creare una musica fluida, piacevole e ben congegnata. La varietà dei suoni, unita a un sapiente uso di campioni vocali, rende i nove strumentali del successore di “Ancient Roads” una ventata di aria fresca. Niente di avvenieristico o azzardato, sembra tutto scritto per rendere la musica accessibile ad un pubblico il più ampio possibile, il che non è per niente un difetto se il risultato fosse all'altezza.
Fra cantilene mediorientali e tropicalismi al sapore di curry, i brani scorrono veloci e l'impressione che si ha è che l'incursione in questo genere sia per Grilli un mero album di passaggio, quasi una divagazione divertita e isolata, infatti, la sua vera predisposizione è indirizzata verso le cadenze puramente ambient. Tuttavia, se si ha l'impressione di avere a che fare con un album da tappezzeria rossa e uno spritz, ascoltare “The Paths Of The Hindu Kush”, ben sorretta da delle belle percussioni, per ricredersi e dare una chance all'album.
Consigliato agli amanti del genere e di tutta la corrente downtempo vagamente ispirata al sole cocente del medioriente, astenersi tutti gli altri.
mercoledì 12 marzo 2014
18/02/2014, Bill Callahan @ Teatro Antoniano
Dopo un tour mondiale ed europeo di portata non indifferente, Bill Callahan
giunge al Teatro Antoniano di Bologna in una fresca serata di un tardo
inverno italiano. Con una formazione classica basso-batteria-chitarra e
un tastierista di supporto, lo show del cantautore americano si mostra come un intrattenimento di grandissimo spessore.
Il cantato baritono dello schivo talento stelle e strisce è in forma e le canzoni, sapientemente colte fra il folto repertorio fin qui sviluppato, scorrono in un crescendo di emozioni e suoni ben calibrati. L'esecuzione è solida, scorrevole e la qualità sopra la media fin dall'inizio, dove tensioni folk-rock (la bellissima “Javelin Unlanding”, proveniente dal recente "Dream River", svetta fra le altre) fanno spazio a meditazioni acustiche struggenti - il taglio, in perenne bilico fra dramma e pace. Un solo ritorno sul palco dopo un'ora e mezzo di concerto, un'ultima canzone e un saluto timido e distaccato. Poco da eccepire, se non l'eccessiva esecuzione “meccanica” dei pezzi e la poca interazione di Bill con il pubblico, per il resto le due ore scarse trascorse in sua compagnia sono fra i migliori spettacoli in ambito cantautoriale a cui si possa assistere.
Dopo qualche decina di minuti in cui tutto è finito, fuori dalla sala, viene da pensare che Callahan è un po' un miracolato. Se si pensa alla generazione di artisti della sua età, negli ultimi dieci/quindici anni una buona parte di essi ci hanno lasciato. Il frontman degli Sparklehorse Mark Linkous, Vic Chesnutt, Jason Molina aka Songs:Ohia ed Elliott Smith sono tutti finiti malissimo, i loro grandi successi non hanno permesso alla loro vita di diventare migliore, mozzando di fatto carriere che avrebbero reso migliore il mondo della musica. Bill Callahan, giunto alla ribalta negli stessi anni in cui gli altri avevano un discreto riscontro, con lo pseudonimo Smog prima, e in solo poi, sta cercando di mantenere viva una tradizione di scrittura passionale, vivida, semplice ed essenziale, basata sulle emozioni e le sensazioni. Riflessioni che rendono ancor più omaggio al quasi cinquantenne artista del Maryland, ancora intento a girovagare il mondo con la sua chitarra, quattro canzoni e la voglia di incantare ancora intatta.
Il cantato baritono dello schivo talento stelle e strisce è in forma e le canzoni, sapientemente colte fra il folto repertorio fin qui sviluppato, scorrono in un crescendo di emozioni e suoni ben calibrati. L'esecuzione è solida, scorrevole e la qualità sopra la media fin dall'inizio, dove tensioni folk-rock (la bellissima “Javelin Unlanding”, proveniente dal recente "Dream River", svetta fra le altre) fanno spazio a meditazioni acustiche struggenti - il taglio, in perenne bilico fra dramma e pace. Un solo ritorno sul palco dopo un'ora e mezzo di concerto, un'ultima canzone e un saluto timido e distaccato. Poco da eccepire, se non l'eccessiva esecuzione “meccanica” dei pezzi e la poca interazione di Bill con il pubblico, per il resto le due ore scarse trascorse in sua compagnia sono fra i migliori spettacoli in ambito cantautoriale a cui si possa assistere.
Dopo qualche decina di minuti in cui tutto è finito, fuori dalla sala, viene da pensare che Callahan è un po' un miracolato. Se si pensa alla generazione di artisti della sua età, negli ultimi dieci/quindici anni una buona parte di essi ci hanno lasciato. Il frontman degli Sparklehorse Mark Linkous, Vic Chesnutt, Jason Molina aka Songs:Ohia ed Elliott Smith sono tutti finiti malissimo, i loro grandi successi non hanno permesso alla loro vita di diventare migliore, mozzando di fatto carriere che avrebbero reso migliore il mondo della musica. Bill Callahan, giunto alla ribalta negli stessi anni in cui gli altri avevano un discreto riscontro, con lo pseudonimo Smog prima, e in solo poi, sta cercando di mantenere viva una tradizione di scrittura passionale, vivida, semplice ed essenziale, basata sulle emozioni e le sensazioni. Riflessioni che rendono ancor più omaggio al quasi cinquantenne artista del Maryland, ancora intento a girovagare il mondo con la sua chitarra, quattro canzoni e la voglia di incantare ancora intatta.
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